31.1.06

Ma ancora vi stupite?

L'Amaca di oggi, a firma Michele Serra, è imperdibile.

E allora ve la copio qui sotto.

La parata nazista dell'Olimpico (migliaia di persone dietro uno striscione che inneggia ai forni crematori) avviene in un paese nel quale il Parlamento ha appena equiparato, con apposita legge, i repubblichini ai partigiani.
Avviene in un paese nel quale il capo del governo ha appena offerto un'alleanza elettoralea un aprtitino nazifascista, nel quasi totale silenzio di governo e opposizione.
Avviene in una capitale, Roma, il cui stadio è da anni territorio franco per manifestazioni antisemite delle due curve: uno stadio in cui "ebreo" e "negro" sono insulti correnti.
Avviene in un paese che, in molti dei suoi più rispettati ambienti culturali, e sulla colonne di autorevoli quotidiani moderati, è impegnato allo spasimo, da anni, a ridefinire la storia della sinistra italiana (matrice tra le più influenti della costituzione e della democrazia) come un insieme di crimini, menzogne e fellonie, fino a aprtorire quel grottesco tribunaluccio maccartista che è la Commissione Mitrokhin.
In breve: avviene in un paese che non è più, e da anni, antifascista, a partire dal suo governo e malgrado l'inutile e nobile fatica del Quirinale.
E dunque, la domanda è: come è possibile stupirsi di quanto è accaduto all'Olimpico?
E come facciamo a chiederci, con lo stomaco chiuso per lo schifo, perché l'arbitro non ha interrotto la partita?
Gli arbitri leggono i giornali. Intuiscono il clima. E si adeguano.

Come contraddire un'analisi del genere?

Io, però, continuo comunque a stupirmi.

29.1.06

DarK? Goth? Post? Metal!


Room with a view - Collecting shells at lighthouse hill Posted by Picasa

Ecco un disco - e un gruppo - del quale parlerò ben presto - e molto bene.

Goth-metal velato ed intelligentissimo che ha assorbito, come una spugna, tutto il meglio che c'è stato dalla new wave (inglese) in poi, passando per il metal più melodico e gli anni '80 presi tutti interi - escluso, come ovvio, il lato plastificato, di quel decennio.

Tecnicamente sono entusiasmanti - soprattutto la ritmica, con quella batteria esteticamente impeccabile -, vivacissimi, compatti come un blocco di cemento, eclettici nell'approccio armonico e nella strutturazione dei brani. Vibranti e monolitici quanto basta. Dark, ma di quel dark bello, affascinante, produttivo. Un po' malinconico e un po' titanico.
Non ditemi i Cure: si, anche loro. Ma oltre, un bel po'.

I Room with a view, romani, sanno mettere assieme un'attitudine decisamente popolare del genere - molte le tracce del disco che "si fanno ascoltare" anche da un pubblico non propriamente addicted al metal - in un solco lievemente retrò che non dispiacerà a chi ha sempre guardato alla Svezia e alle sue produzioni - proprio lassù, mi pare, hanno fatto mixaggio e mastering con il superbo lavoro di Jens Bogren (già Katatonia, Millencolin, Pain of salvation e via elencando).
Ma intendiamoci: il tutto da assimilare cum grano salis.

Eh si, perché i RWAV sono quanto ci si potrebbe aspettare da un post-metal (?) che tenta di trovare una sistemazione più levigata, "ascoltabile", ibrida - non a caso arriva anche una spruzzata jazzy verso la fine del disco.

Per tutti quelli che vogliono cambiare strada musicale - aprire lo sportello, strappare l'autoradio che trasmette solo plastica, buttarla in mezzo alla strada, installare un nuovo stereo.

E chiedere alla donna, ogni tanto, di mettersi pure quella bella mutandina di pizzo.
Nera, ovviamente.

E da strappare.
25.1.06

Pharmakon per anima ed occhio


La locandina di Hollywood party Posted by Picasa

Hollywood party è una di quelle pellicole che fanno il cinema.
Nel senso che, nel seguirle, nel decostruire e ricostruire, nel goderne sia da spettatore che da critico, trovi il midollo osseo di un certo genere, di un certo stile.
Oltre a scovare un motivo per esaltarti - e per commuoverti di fronte al rimpianto per non esserci stato quando il film era in uscita, ma questo è un altro discorso e per fortuna che, almeno in parte, il cinema è diacronico.
C'è, ci sarà sempre.

Ma poi, alla fine, al di là di tutto quel che fiumi di inchiostro e di battute sulle tastiere hanno detto e scritto di Hollywood party, che cosa rappresenta Hrundi V. Bakshi, lo strepitoso e mefistofelico Peter Sellers - davvero: a tratti la sua mimica e plasticità diventano inquietanti -?
Chi è, cosa ci fa lì in mezzo, in quel Party che vuole trasformare in una Festa - come dice argutamente Roberto Vaccino qui?
Lui, e quelli che come lui - quasi in una moltiplicazione e frammentazione di Hrundi -, quali il barcollante cameriere Levinson o la cantante Michelle, cosa vogliono?
Perché vengono innestati dove possono solo far dar vita ad un eclettico e a suo modo patinato caos?

Fanno la rivoluzione, lì in mezzo? Fra la casa straripante di schiuma delle sequenze finali e il loro essere Stranieri a tutto tondo in un complesso intessuto di rapporti-altri?
Fanno il '68, fra il surreale elefantino imbrattato dai figli della Hollywood bene (anche loro, la fanno, la rivoluzione? Anche l'amico della figlia dei proprietari in calzoncini corti?) e il continuo tentativo di comunicare?

Davvero, Hollywood party di schiaccia il cuore sotto il tacco. Lo spolpa.
Perché è tenero, è un film che parla dell'anarchia della comunicazione, di come i muri non servano a nulla e in realtà la rivoluzione - quella più importante, quella che cambia qualcosa, anche qualcosa di minuscolo ed impercettibile - si fa ovunque e possono farla tutti. Ne hanno bisogno tutti.
Anche quelli col sigaro che penzola dalle labbra.

Oltre ad essere - tecnicamente - una scatola magica in cui ogni variopinta marionetta (la fotografia è da eiaculazione sudoripara per quanto è terapeutica all'occhio) viene tirata a ritmi inappuntabili e calcolatissimi secondo lo schema tipico del music hall e dell'avanspettacolo piuttosto che del cinema in senso stretto. Dove le cose importanti - quasi facendo capolino e stuzzicandoti un po' malignamente - ti chiamano dal fondo dell'inquadratura e ti chiedono di seguirle, di coglierne lo spessore, il rimando, la valenza al di là pure dell'azione stessa. Sgattaiolando su e giù per le scale, a destra o a sinistra di un piano-palcoscenico ogni volta diverso,giocando a farsi individuare fra mille colori e vani e buchi e spazi. Solo grazie alla pragmatica, al linguaggio che viene da fuori, senza che il suo lato verbale debba troppo scendere in campo: casomai grazie la musica, allucinata bellissima e continua. Un jazz (il jazz pure, la sua rivoluzione, la fa sprofondando nella schiuma della più totale immobilità rispetto agli eventi che girano intorno?) che massaggia l'anima e ti chiede di star dietro a Peter Sellers alle sue primordiali ma chirurgiche e sottilissime gag montate in una struttura-flusso ubriacante.

Quell'indiano che - un po' cartoon, un po' diavoletto, un po' trickster - ti sussurra, col suo sorriso spavaldo, ingenuo e maledettamente commovente, che per lavar via quanto ci biasima bisogna solo aver il coraggio.

Allucinato e distorto - oltre che comico all'ennesima potenza, quel coraggio.
Come quello che, pure se non sembra, ha in serbo Hrundi nel prologo, quando fa saltare in aria il forte dando il via al film vero e proprio.
Che di quello metarappresentato altro non è che l'antifrasi pura e dura.

Come custodita in una gigantesca bolla di sapone l'antifrasi valoriale ed assiologica di Hollywood party monta, si gonfia ed esplode.

Quanto resta, è pharmakon per l'anima e l'occhio.

Io amo vivere anche perché c'è Hollywood party. E tutto quanto frusta o carezza il mio cervello. Lasciandoci dentro qualcosa.
23.1.06

Cime di rapa o cavolfiori?


Annuncio Conad Posted by Picasa

Qui si perpetra il più crudele degli inganni: quando "per bisogno o per noia", gli uomini si radunano pacificamente, stabiliscono per prima cosa una "legislazione" del linguaggio" che "fornisce altresì le prime leggi della verità", senza avvedersi di iniiare a chiamare "verità" ciò che è solo una "trasposizione arbitraria" da una sensazione soggettiva a una metafora soggettiva, il concetto, e da questa a un'altra metafora soggettiva, il concetto, e da questa a un'altra metafora, il linguaggio. l'uomo crede di sapere qualcosa delel cose in sé, ma si inganna, e chiama verità ciò che qualcuno ha deciso di nominare così".

Maria Bettetini, Breve storia della bugia da Ulisse a Pinocchio, Cortina, 2005

Anche nella quotidianità possiamo imbatterci nell'importanza del nominare.

Diamine: tra cima di rapa e cavolfiore c'è un abisso culturale!
22.1.06

Questa pazza editoria

Trattasi di un estratto da una rapida chattata con un amico fumettista su Msn, poco fa.


The philosopher scrive:
già. maledetto mondo editoriale.
The philosopher scrive:
li fai ancora i fumetti porno?
Antipaticu scrive:
sto disegnando un pompino proprio in questo momento
The philosopher scrive:
ahahahahaha...ma dai
Antipaticu scrive:
yes



Qualcuno, certe cose, dovrà pur farle.
20.1.06

Il barbuto ruminante del talk show italiano


Gianfranco Funari Posted by Picasa

Metti una serata qualunque. Metti la pizza da nonna con tutta la famiglia dopo una giornata di studio e di lavoro. Metti che ero e sono stanco morto, la ragazza sta studiando anche lei (a 30 chilometri da te), e quindi si esce domani sera, che stasera siamo tutti distrutti.

Metti pure che ormai la Rai è un acquitrino in cui lo spettatore non può più nuotare perché rischia di infettarsi, Mediaset non parliamone nemmeno con quegli incartapecoriti della banda di vecchi del Bagaglino, Rossella che tarocca Tarak (come ha scritto sagacemente l'immenso Messina su la Repubblica di ieri) e che Io il satellite ce l'avevo - anzi, ce l'ho ancora - ma secondo me gli abbonamenti a Sky continuano ad essere troppo salati, per quanto offrono. Ho il digitale, ma per ora a parte i notiziari della BBC riesco a seguirci solo le partite della Roma - almeno quelle stupende e divertenti, negli ultimi tempi.

Metti che per me, la tv, è studio. E non (solo) svago. Da sempre.
Allora faccio il mio solito giro di ricognizione sulle reti locali e becco il beneamato Gianfranco Funari.

Un mito. Uno dei più grandi conoscitori delle viscere televisive. Un gran figlio di puttana.
Ha messo su la sua ennesima trasmissione, Extra Omnes su Odeon Tv (ogni mercoledì e venerdì alle 20,30), e come al solito urla, sbraita, sussurra, accusa, sbava, storpia in malapropismi irripetibili ogni termine immaginabile.

Però fa - e questo da sempre, anche quando era sulle reti nazionali - un lavoro che pochi fanno.

E cioè: si dice spesso che la tv sia caduta, da anni, in una spirale di autoreferenzialità che non le lascia più allargare i propri teleobiettivi da sé stessa. Parla sempre e solo di sé stessa. E' un non-luogo, uno spazio assurdo e privo di contatto con la realtà, altro che reality - che, per inciso, rappresentano i format più finti che esistano.

Bene: Funari si tuffa fino ai capelli nell'autoreferenzialità televisiva, non sfugge al meccanismo anzi ne è l'ideatore primo.
Ma frammenta i talk show politici della settimana, ne estrae i passi più succosi, li sottopone a discussione - o a filippica, che dir si voglia. Fa autoreferenzialità intelligente. E che intrattiene.
Perché recupera quanto, nel flusso continuo, perdiamo appena dopo aver osservato sullo schermo.

Diciamo che Funari fa quello che fanno i bambini quando masticano venti minuti un pezzo di fettina, lo sputano e poi se lo rimettono in bocca. Rumina. E mastica antipaticamente per ore.

Certo ormai la sua epoca è finita. E' mezzo morto, ricnoglionito, è secco.

Però: ce ne fossero.

[Intanto, adesso, me ne vado di là in salotto, con un sacchetto di pop-corn preparate dalla nonna in attesa dell'evento della serata: Berlusconi vs Rutelli. Santa pazienza...]
18.1.06

La famiglia Spera...spera

Comincia la campagna elettorale.

I Ds puntano - visto che la legge sulla par condicio vieta, sacrosantemente, gli spot televisivi - su 700 sale cinematografiche.
Nelle quali sarà distribuita una serie di cinque corti animata dalle vicende di un prototipo di famiglia italiana medio-bassa che se le inventa tutte per arrivare indenne alla quarta settimana del mese.

Il primo clip, online da pochissimi giorni, potete vederlo qui:

www.famigliaspera.it

Come non identificarsi, tutti, nel simpatico nonnetto in crisi asmatica?
17.1.06

Il blog come fonte di potere d'opinione?


Daniele Luttazzi Posted by Picasa

Va bene. Magari esagera, il comico Daniele Luttazzi.

Però sono curiose le dichiarazioni che ha rilasciato a la Repubblica, che le ha pubblicate in un'intervista in edicola nell'edizione di oggi a firma Rodolfo Di Giammarco.

In pratica Luttazzi sostiene che il mezzo-blog non è neutro, perché - in particolare con i comici - tende ad innescare un accentramento di potere d'opinione che porta il comico medesimo a trasformarsi in un trombone di pareri, in uno scatenato "denunciatore" piuttosto che a fare quel che deve e sa meglio fare, cioè la satira, che "è una forma libera del teatro", quindi arte.

Insomma, queste le parole del caustico comico: "Ho provato per tre mesi. E mi sono reso conto che il blog rischia di condizionare comportamenti e contenuti a forza di accentrare un potere personale e favorire una qualche deriva popoulistica con strumentalizzzazioni inevitabili. Meglio tornare ad essere slow. La massa dei cibernauti tende ad aver bisogno di un leader, di un messia, ma la satira per definizione è contro il potere, anche quello della satira".

Il comico che pontifica dal blog - come non cogliere una più che spinta allusione al Grillo-pensiero? - rischia di mordersi la coda finendo col farsi quasi istituzione ("La denuncia la sanno fare tutti") e dimenticando che il suo mestiere è "esplorare la contraddizione umana".

Luttazzi esagera, dicevo. Dal momento che non credo affatto che i cibernauti cerchino alcun messia elettronico. Anzi.
La Rete vive su di una fondamentale esplosione di voci.
Tanto che dirsi Messia in rete è come dire, indicando un formicaio, che una certa formica sembra più grande delle altre vicine. Che saranno milioni. E' una sciocchezza.

Però coglie uno snodo fondamentale: e cioè il pericolo - comune ad ogni ambito, d'altronde - che vada a costituirsi una comunità dominante attorno ad un personaggio egemone che è divenuto tale non in base al suo mestiere (artistico, peraltro) ma in base ad una sola parte, porzione del suo lavoro.
E cioè quella che consiste nella raccolta ed elaborazione delle informazioni.

Insomma: è come se Grillo rinunciasse a "lavorare" su quanto sente/legge/scopre per proporre imemdiatamente i dati e le informazioni (oltre che sue, personali elucubrazioni) in pasto ai bloggers.

E qui ha ragione Luttazzi: è un leader d'opinione.

Non è (più) uno che fa satira.

16.1.06

Chi li ha visti?


Un Carabiniere di quartiere in servizio Posted by Picasa

Da oggi i poliziotti e carabinieri di quartiere, in tutto il Paese, raggiungono il numero di 3mila71.
Grazie all'innesto di ulteriori 754 unità al corpo già in servizio.

L'intento è assolutamente condivisibile.
Forse - assieme all'abolizione del servizio di leva e alla patente a punti - fra le uniche iniziative che Io abbia condiviso in questi cinque anni di Governo-Berlusconi-II.

Il fatto, però, è che se il servizio resta confinato ai 103 capoluoghi italiani, può anche dirsi inutile ai fini della percezione della gente oltre che della sicurezza effettiva.

Si perché l'Italia è fatta da piccolissimi, piccoli e medi comuni.
E che ci sia il carabiniere con la fascetta rossa a piazza di Spagna, francamente, cambia molto poco per me che vivo a Monterotondo.
Così come a Segrate cambia poco se c'è un signorotto che passeggia davanti al Duomo.

Il carabiniere di quartiere serve sotto casa mia, nella cintura romana. Serve nelle sterminate periferie napoletane o milanesi. Serve a Scampia (ma quando: sarebbero frullati vivi, poveracci), serve a Ballarò, serve dove nessuno arriva e la gente ha timore di muoversi se non in auto o in compagnia.

Serve laddove non c'è - e presumibilmente dove non arriverà in tempi brevi.

Cioè: questi 3mila che lavorano a Roma, Milano, Napoli, stanno facendo da apripista. E va bene.
Ma anche da inutili manichini messi a lucido per le elezioni.

Il quesito, in fondo, è: ma chi li ha visti, 'sti poliziotti di quartiere?

Io solo da Mimun, questa sera, a dopoTg1.

E credo che lì continuerò a vederli.
Sotto casa mia neanche i vigili per fare qualche multa.
Figuriamoci il mio carabiniere di fiducia.
13.1.06

Dall'era glaciale al berlusconesimo


Un noto dipinto che ritrae la penultima e l'ultima generazione berlusconiana Posted by Picasa

L'aveva detto, il buon vecchio Curzio Maltese, che l'eclissi dell'era berlusconiana sarebbe stata terribile per il Paese.

Gli eventi di questi giorni - e dei mesi passati - lo testimoniano in maniera lampante.

C'è però un fatto di cui rischiamo di non renderci conto: il berlusconismo - o berluconesimo, che dir si voglia - non ha coinciso affatto con i cinque anni di mandato legislativo della Casa delle libertà.

Bensì è iniziato molti anni prima.
Quando Silvio Berlusconi, finalmente, emergeva dal guazzabuglio di prestanomi che aveva coperto i suoi primi affari edili.

Nel 1975 nasceva infatti la Fininvest. Oltre alla Edilnord e la Milano 2. Solo nel 1975 Berlusconi spuntava fuori diventando presidente di Italcantieri, e nel 1979, quando assumeva la presidenza della Fininvest.


Nel frattempo, s'era già iscritto ai sindacati di settore: la P2 di Licio Gelli.
11.1.06

Stiamo parlando dello stesso genere di azioni?


Mani pulite? Posted by Picasa

Numerosi esponenti della maggioranza - ivi compresi alcuni rappresentanti governativi - risultano pesantemente coinvolti nelle indagini di questi giorni rispetto a presunti fidi/versamenti/trattamenti ricevuti dagli ormai ben noti "furbetti del quartierino".
E in particolare dal furbetto number one, Giampiero Fiorani, ex ad della Banca popolare italiana.

Ora: è giusto che Piero Fassino ed i Ds abbiano aperto - e oggi, compattamente, chiuso - il dibattito attorno alla anch'essa ormai ben nota telefonata inoltrata dal segretario della Quercia a Giovanni Consorte, allora presidente di Unipol rispetto alle vicende della ormai sfumata scalata alla Bnl.

Ma il discorso è: i due gruppi di fatti qui sopra rozzamente riportati sono paragonabili?

Da una parte c'è un gruppo di politici certamente coinvolto nelle intercettazioni acquisite dalle varie Procure competenti.
Quindi ritenute degne di essere considerate elementi di un certo peso per le indagini.
Intercettazioni nelle quali si parla di danaro, di fidi, di favori a tutti i livelli - dalla soffiata sull'intercettazione alla casa per la moglie.

Dall'altra c'è un segretario di partito che - mettiamo il rigorismo da una parte - chiama, s'informa, tifa, magari esulta pure. Ma a cose fatte.
E infatti la telefonata in questione non risulta agli atti in nessuna Procura.

Da una parte: illeciti presuntamente commessi - e comunque da sottoporre ad indagine ed eventualmente a dibattimento.

Dall'altra: una generica quanto antipatica telefonata. UNA telefonata dai toni - evidentemente - piuttosto sgradevoli.

Si tratta dello stesso genere di azioni?

9.1.06

Microsoft kid

Leggete qui.

Poi andate qui.

E' realtà!

Pazzesco.
E fantastico, al contempo.
6.1.06

Ssssssst! Boni! State boni!


La grande guerra (1959) di Mario Monicelli Posted by Picasa

"Ho subito sentito che il “tono” del film era buono e valido.
Gassman e Sordi sono stati bravissimi.
Il film lo sentivano tutti. Abbiamo chiesto ad Andreotti di aiutarci per le armi d'epoca. Ha detto di sì, ma quando ha letto il copione non si è fatto più vivo. Quei “lavativi” di Sordi e Gassman, io li avevo visti davvero sotto le armi. E anche mio padre che me ne aveva parlato a lungo. Loro, da grandi professionisti, hanno recitato anche in quel film, con tutto il corpo. I giovani registi fanno lunghi primi piani, ma gli attori devono esprimersi con tutto il corpo. Questo è il segreto. Ci siamo serviti del celebre libro di Lussu sulla prima guerra mondiale. Altri scrittori ci hanno cacciato quando spiegavamo il film. Dicevano che ne avremmo fatto la solita commediola da ridere".

Se odiate Harry Potter, come me. E avete passato parte dell'Epifania a rivedere/rileggere/riascoltare/riguardare un capolavoro. Un capolavoro qualsiasi.

Allora, non c'è bisogno di parole.

Per un film che è un'Epoca.
4.1.06

Ma chi suona, ancora?

Pochi minuti fa stavo ascoltando un disco di Victor Bailey, un bassista eccezionale.
Poliedrico e dall'esperienza vastissima, ha suonato praticamente con chiunque.
Cimentandosi in ogni genere esistente.
Pure con Madonna - e ho detto tutto.

Il disco si intitola "Low Blow", è del 1999 e dentro c'è pure una versione di Continuum dell'indimenticaible Jaco Pastorius.

Ora. Ascoltare jazz mi fa sempre tornare in mente un discorso un po' particolare. Che mi fomenta, e quindi devo raccontarvi la mia - magari non originalissima - riflessione.

E cioè quello che oggi va di moda il NON SUONARE, il posticcio, il plastificato, il campionato, il remixato, il ricopiato, il sintetizzato.

Mi spiego meglio: a suonare concretamente - con i polpastrelli pieni di calli sulle corde, con le custodie impuzzonite degli strumenti, dovendo vedersela con prove, session, registrazioni e così via - chi c'è rimasto?

Ma soprattutto, è assurdo che si spacci chi NON suona per Musicista. E' qui che mi arrabbio.

Si dice, per esempio, che i dj suonano. Si dice che gli mc e i dj che compongono le loro basi suonano.

Non è vero. E' una palese forzatura linguistica. Una falsità nel senso logico del termine, dal momento che per suonare si deve necessariamente produrre nuovo suono, creare dal vivo nuove armonie.

E i dj non producono alcun suono.

Lo RIproducono. Il prefisso denota appunto una ripetizione, un'emulazione, una simulazione.
Rifanno, ripassano, ripropongono quanto già inciso, quanto a disposizione nella loro discoteca.

Il dj, per esempio, a meno che non sia anche un produttore - e non è detto che, anche in quel caso, sappia suonare: Io conosco gente che produce e non sa nemmeno cosa sia una semibreve - non suona. Mette uno dietro all'altra dei dischi in vinile. Fine.

Per carità: ognuno faccia quel che vuole. Ed è pur vero che il dj spesso remixa, collega, crea delle catene di pezzi, li assembla, li sceglie.

Come vedete stiamo utilizzando ben altri verbi e ben altre perifrasi, per designare l'attività di un dj.

Ma non viene affatto fuori il verbo suonare. Non viene. No. Proprio non viene.
Come dire che un tipografo fa il giornalista.
Beninteso: il suo ruolo non sta né sopra, né sotto: semplicemente è Altro, è diverso.

Il tipografo non scrive; stampa.

Dal canto mio, ascolto Victor Bailey convinto, sempre e comunque, che i dj non suonino.

Proprio no.

Suonare è altra cosa, Cari Miei.

2.1.06

And the man of the match is...


My Morning Jacket - Z Posted by Picasa

Il mio disco dell'anno è Z, dei My Morning Jacket. Un crogiolo di tasselli assolutamente imprevedibili. Che mescolati regalano un lavoro paradossalmente originalissimo e ricco di angoli nascosti. Oltre che stimolante, nel quale finalmente si ritrova il gusto di "ascoltare" un'opera ricca di riferimenti. Che li conosce. E li supera.

In veste nuova e seducente, infatti, c'è dentro tutto: dai Lynyrd Skynyrd ai Pink Floyd, da Neil Young ai Radiohead fino ai Mercury Rev. E pure i Beatles.

Scariche punk rock, illuminazioni ed aperture folk, beat, guizzi metal, rock-ballad dal sapore classico, micidiali ed allucinogene tirate prog-rock, country-rock a go go e una voce che ha qualcosa di importante da dire.

Vengono dal Kentucky, Louisville.
Se li conoscete già, non potete non aver amato Z.
Se non li conoscete, andate qui.