Ecco un buon modo di intelligence che non fa la stupida.
Imparare, imparare, imparare. Da un vero leader.
E non è mitizzazione: è valutazione oggettiva dei risultati raggiunti.
29.6.06
25.6.06
L'insostenibile leggerezza del tifare

Un'immagine dei famigerati "caroselli" di auto al centro di Roma, nei giorni scorsi

Che poi uno rischia di fare sempre la figura del "gufo", del guastafeste. Del cacacazzi, insomma.
E io, per carità, non voglio mica farla. Ci mancherebbe. Lo dico subito: Forza Italia! (Ehm...non fraintendiamoci, mi raccomando...).
Però c'è una cosa, in questi giorni di - fortunatamente - vittorie ed attese per la Nazionale italiana, che proprio non capisco (o meglio, la capisco eccome ma la spiegazione mi pare davvero assai deprimente).
L'esultanza spropositata che ha seguito ognuna delle due vittorie - in particolare quella, importante, contro la Repubblica Ceca di giovedì scorso - dell'Italia: auto, moto, gente in strada, bandiere su tutti i balconi, caos, trombe, trombette, casino.
Assurdo.
Le riflessioni sono due.
Sul piano sportivo c'è poco da esultare: la qualificazione agli ottavi di finale era il minimo che una Nazionale come la nostra dovesse garantire.
In secondo luogo, mi preoccupa davvero questo sovraccarico emozionale attribuito al Calcio italiano.
Per carità, lo sappiamo tuti molto bene: sotto tutti i punti di vista il gioco del calcio - e in particolare la squadra Nazionale di una qualsivoglia Paperopoli - è anzitutto strumento di aggregazione e di livellazione delle differenze che fanno bollire ogni nazione. Insomma: la Nazionale sevre a pacificare, affratellare, sedare e placare etc. etc.
Va bene, ce lo insegnano tutti: dagli antropologi a Marco Mazzocchi.
Però rimane un fatto inquietante: se mezza nazione scende in piazza dopo una difficilissima vittoria alla prima (p r i m a!) partita del mondiale contro il Ghana e poi replica per una "dovuta" qualificazione agli ottavi (o t t a v i!) di finale come se l'Italia avesse vinto i mondiali, qualche squilibrio c'è. Accidenti se c'è.
La mia spiegazione - come sempre triste e pessimista, ma per carità accetto repliche purché argomentate - è che l'esistenza di molti (molti uomini, molte donne, molti adolescenti nostri concittadini) sia talmente povera sotto il contesto simbolico-valoriale (tradotto: vite piatte) che occasioni senza dubbio uniche come alcune belle vittorie in match della squadra nazionale possano arrivare ad assumere una valenza che in un normale equilibrio di valori non dovrebbero avere.
Per finire un aneddoto: vinto contro la Repubblica Ceca, sono sceso in strada con tre amici (non per festeggiare). Mentre assistevamo (nostro malgrado!) al passaggio dei famigerati caroselli di auto e moto con fare conversatorio un tizio dal finestrino di una smart che avrà caricato quattro persone ci ha urlato: "Alè, alè: forza Italia. E voi quattro che state a fa' là, me sembrate quattro polacchi!".
Chissà se alludeva alle fattezze somatiche, dei nostri concittadini europei. O a quelle caratteriali.
21.6.06
19.6.06
Venticinque anni. XXV anni. Un quarto di secolo. Cinque lustri. Come la metti la metti: sono mica pochi!
Dunque.
Sabato scorso i miei genitori hanno celebrato - e poi festeggiato, assieme a parenti e soprattutto tanti tanti amici affezionati - le Nozze d'Argento, i loro bellissimi venticinque anni di matrimonio.
Verso la fine dell'omelia ho voluto regalare a mia madre e mio padre qualche riga, buttata giù durante una caldissima nottata di una settimana prima. Vi sintetizzo un concetto molto delicato ed essenziale che hanno saputo passarmi, e per il quale non finirò mai di ringraziarli.
Alcuni cari amici e convitati mi hanno spinto a pubblicare il mio pensiero qui, sul blog - visto anche il successo della mia, per così dire, performance oratoria. [A proposito: sempre più imparo, dopo presentazioni editoriali, lezioni, decine di esami universitari, interviste, discorsi misti che è sempre sbagliato temere il "rapporto" col pubblico, qualsiasi esso sia: l'unico requisito è la preparazione - che certo deve essere ferrea - ad affrontarlo. Ad ogni modo, personalmente l'orazione e il dibattito pubblico mi esaltano].
Quanto segue corrisponde, più o meno, a quel che ho pronunciato in chiesa qualche giorno fa.
In questa giornata di felicità, vorrei concentrare la mia immensa gratitudine ai miei genitori in un solo, ma per me importantissimo pensiero: quello sull'onestà. L'onestà che la mia famiglia ha saputo trasmettermi nel corso di questi 25 anni, che - sottraendone giusto un paio, all'inizio - abbiamo trascorso assieme.
Onestà anzitutto nei rapporti con le persone, nella scoperta dell'Altro: dunque la necessità di dare un senso alla propria vita, un progetto importante, senza però perdere di vista la concretezza dle quotidiano, le difficoltà di chi ha solo bisogno di un momento di attenzione più degli altri.
La lezione essenziale che "forti" e "deboli" non esistono, che le etichette servono solo al dominio: esiste l'uomo, nella sua universalità. Dunque l'onetà nel riconoscere il valore, prima che il prezzo, delle cose che ci circondano.
Poi l'onestà civica: l'idea che nessuno di noi "è un'isola", come ha detto John Donne. E loro, con me, hanno preso alla lettera questo suggerimento, trasformandomi in una penisola: senza mai negarmi il loro smisurato sostegno, e dunque trattenendomi ben saldo a loro, non hanno però esitato a cancellare le inutili paure dell anavigazione in mare aperto e a prestare alle onde una part eimprotante della mia vita, com'era giusto che fosse.
Infine, la più importante delle varianti dlel'onestà, quella affettiva: mi hanno insegnato, anzi educato, a non aver paura di manifestare con franchezza quel che (soprattutto di bello) attraversa il mio cuore e la mia testa. Così come hanno sempre fatto loro, istruendomi nel modo più efficace che esista: con l'esempio. Senza vergogna ma anzi con la gioia di poter mostrare a tutti il loro amore. testimonianza profondissima che, per dirla con Karr, l'amore è "la più onesta della passioni; è la sola che non possa occuparsi della propria felicità senza comprendervila felicità di un altro".
Non mi rimane che ringraziare, certo non solo per questo ma anche per questo, i miei genitori e ringraziare, come fossero vivi (e in effetti hanno avuto una vita vivace e appassionante), i 25 anni che hanno trascorso insieme. 25 anni che oggi ci guardano sorridenti e festosi.
Regalando loro tre versi che, credo, siano il miglior augurio che si potesse pensare.
"Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l'eternità della natura".
Versi finali che - purtroppo e come noto - non sono farina del mio sacco. Ma sono rubati direttamente dal paniere di un grande fornaio della poesia mondiale: Pablo Neruda.
Sabato scorso i miei genitori hanno celebrato - e poi festeggiato, assieme a parenti e soprattutto tanti tanti amici affezionati - le Nozze d'Argento, i loro bellissimi venticinque anni di matrimonio.
Verso la fine dell'omelia ho voluto regalare a mia madre e mio padre qualche riga, buttata giù durante una caldissima nottata di una settimana prima. Vi sintetizzo un concetto molto delicato ed essenziale che hanno saputo passarmi, e per il quale non finirò mai di ringraziarli.
Alcuni cari amici e convitati mi hanno spinto a pubblicare il mio pensiero qui, sul blog - visto anche il successo della mia, per così dire, performance oratoria. [A proposito: sempre più imparo, dopo presentazioni editoriali, lezioni, decine di esami universitari, interviste, discorsi misti che è sempre sbagliato temere il "rapporto" col pubblico, qualsiasi esso sia: l'unico requisito è la preparazione - che certo deve essere ferrea - ad affrontarlo. Ad ogni modo, personalmente l'orazione e il dibattito pubblico mi esaltano].
Quanto segue corrisponde, più o meno, a quel che ho pronunciato in chiesa qualche giorno fa.
In questa giornata di felicità, vorrei concentrare la mia immensa gratitudine ai miei genitori in un solo, ma per me importantissimo pensiero: quello sull'onestà. L'onestà che la mia famiglia ha saputo trasmettermi nel corso di questi 25 anni, che - sottraendone giusto un paio, all'inizio - abbiamo trascorso assieme.
Onestà anzitutto nei rapporti con le persone, nella scoperta dell'Altro: dunque la necessità di dare un senso alla propria vita, un progetto importante, senza però perdere di vista la concretezza dle quotidiano, le difficoltà di chi ha solo bisogno di un momento di attenzione più degli altri.
La lezione essenziale che "forti" e "deboli" non esistono, che le etichette servono solo al dominio: esiste l'uomo, nella sua universalità. Dunque l'onetà nel riconoscere il valore, prima che il prezzo, delle cose che ci circondano.
Poi l'onestà civica: l'idea che nessuno di noi "è un'isola", come ha detto John Donne. E loro, con me, hanno preso alla lettera questo suggerimento, trasformandomi in una penisola: senza mai negarmi il loro smisurato sostegno, e dunque trattenendomi ben saldo a loro, non hanno però esitato a cancellare le inutili paure dell anavigazione in mare aperto e a prestare alle onde una part eimprotante della mia vita, com'era giusto che fosse.
Infine, la più importante delle varianti dlel'onestà, quella affettiva: mi hanno insegnato, anzi educato, a non aver paura di manifestare con franchezza quel che (soprattutto di bello) attraversa il mio cuore e la mia testa. Così come hanno sempre fatto loro, istruendomi nel modo più efficace che esista: con l'esempio. Senza vergogna ma anzi con la gioia di poter mostrare a tutti il loro amore. testimonianza profondissima che, per dirla con Karr, l'amore è "la più onesta della passioni; è la sola che non possa occuparsi della propria felicità senza comprendervila felicità di un altro".
Non mi rimane che ringraziare, certo non solo per questo ma anche per questo, i miei genitori e ringraziare, come fossero vivi (e in effetti hanno avuto una vita vivace e appassionante), i 25 anni che hanno trascorso insieme. 25 anni che oggi ci guardano sorridenti e festosi.
Regalando loro tre versi che, credo, siano il miglior augurio che si potesse pensare.
"Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l'eternità della natura".
Versi finali che - purtroppo e come noto - non sono farina del mio sacco. Ma sono rubati direttamente dal paniere di un grande fornaio della poesia mondiale: Pablo Neruda.
17.6.06
Che poi una che si chiama Condolezza...

Il Ministro degli Esteri Massimo D'Alema incontra a Washington Condolezza Rice

Ecco.
Mica perché uno voglia fare il fazioso appena può - chi mi conosce bene sa anzi che sono un'anima critica e sempre in polemica: però, ieri, ero contento che baffetto fosse in America a rappresentare l'Italia.
Alla fine riesce fuori il mio impeto dalemiano.
Cazzo: ma non dovevamo non rivederci più?
[update: ovviamente il dramma s'è concluso in una schifosa e triste farsa. Li abbiamo anche fatti rientrare. Italiani, proprio brava gente].
15.6.06
Al di là di quel che dichiarano/richiedono/impongono - vestiti da salvatori dell'etica - improbabili e vecchissimi Comitati Interparlamentari...
9.6.06
Aforismi
Io amo parecchio le citazioni.
Alcuni barbosi docenti universitari/critici letterari/uomini di cultura le detestano (ma poi le usano a go go).
A me, invece, è sempre parso che nella forma dell'aforisma, in particolare (dell'aforisma, of course, felice, fortunato, ben architettato), alloggiasse il grilletto che conduce all'epifania nouminosa delle cose del creato.
A quel confine sfumato, estremo ed ultimo in cui pensiero e linguaggio si toccano, si sfiorano, senza riuscire - l'uno nei confronti dell'altro - a conquistarsi vicendevolmente. Avviene un breve e profondo corto circuito maieutico, e tutto torna poi al proprio posto.
D'altronde uno studioso come Giovanni Papini definiva questo particolare stilema locutivo "una verità detta in poche parole - epperò detta in modo da stupire più di una menzogna".
Dunque sono in buona compagnia.
La filosofia greca - nella sua origine orale, non a caso "aforisma" viene dalla parola greca "aphorismós" - ce ne ha lasciati molti. Ma in generale tutte le più grandi menti hanno avuto - prima o dopo - la necessità di cogliere con un gesto veloce della mano, quella farfalla concettuale che rischiava di fuggire nel Nulla del Mondo.
"Nel cuore di ogni aforisma - diceva, proprio attraverso un aforisma, lo scrittore austriaco Arthur Schnitzler, l'autore di "Doppio Sogno" - per quanto nuovo o addirittura paradossale esso possa apparire, pulsa un'antichissima verità".
Rimane celebre - ed ineguagliabile nel suo polimorfismo tematico - l'abilità di Oscar Wilde. Oltre che la assoluta "chiarezza aforistica" di Friedrich Nietzsche, che probabilmente non avrebbe saputo comporre altrimenti il proprio pensiero se non nella forma dell'aforisma. Grazie alla quale ha sostanzialmente scritto ogni sua opera. In particolare, in Nietzsche tutto sembra a prima lettura incomprensibile e tutto, al termine, si tiene assieme in una organicità inaudita.
Ma c'è un particolare che m'ha sempre suscitato un interesse maggiore: l'aspetto sintetico dell'aforisma. L'aggettivo è da intendersi sia in senso denotativo (cioè: l'aforisma è corto, sennò non è un aforisma, è altro) che connotativo.
L'aforisma esprime - e per questo è un genere preziosissimo - quanto risulterebbe mortificato da un'eccessiva trattazione. Cioè: secondo me esistono ambiti per i quali l'aforisma è proprio, adatto, predisposto ed altri per i quali non è in grando di funzionare.
Perché un aforisma è come quella situazione in cui, al momento dell'ennesima argomentazione da dare in pasto ad ennesime controargomentazioni, dai polmoni ci arriva aria sufficiente solo a farci respirare profondamente in preda ad un'improvvisa carenza di forze, ad uno spasmo di inattività.
E' in quel momento che arriva e serve l'aforisma, amico caro di una mente che (non) vuole sempre parlar troppo.
Perché se parlasse troppo si mortificherebbe.
Alcuni barbosi docenti universitari/critici letterari/uomini di cultura le detestano (ma poi le usano a go go).
A me, invece, è sempre parso che nella forma dell'aforisma, in particolare (dell'aforisma, of course, felice, fortunato, ben architettato), alloggiasse il grilletto che conduce all'epifania nouminosa delle cose del creato.
A quel confine sfumato, estremo ed ultimo in cui pensiero e linguaggio si toccano, si sfiorano, senza riuscire - l'uno nei confronti dell'altro - a conquistarsi vicendevolmente. Avviene un breve e profondo corto circuito maieutico, e tutto torna poi al proprio posto.
D'altronde uno studioso come Giovanni Papini definiva questo particolare stilema locutivo "una verità detta in poche parole - epperò detta in modo da stupire più di una menzogna".
Dunque sono in buona compagnia.
La filosofia greca - nella sua origine orale, non a caso "aforisma" viene dalla parola greca "aphorismós" - ce ne ha lasciati molti. Ma in generale tutte le più grandi menti hanno avuto - prima o dopo - la necessità di cogliere con un gesto veloce della mano, quella farfalla concettuale che rischiava di fuggire nel Nulla del Mondo.
"Nel cuore di ogni aforisma - diceva, proprio attraverso un aforisma, lo scrittore austriaco Arthur Schnitzler, l'autore di "Doppio Sogno" - per quanto nuovo o addirittura paradossale esso possa apparire, pulsa un'antichissima verità".
Rimane celebre - ed ineguagliabile nel suo polimorfismo tematico - l'abilità di Oscar Wilde. Oltre che la assoluta "chiarezza aforistica" di Friedrich Nietzsche, che probabilmente non avrebbe saputo comporre altrimenti il proprio pensiero se non nella forma dell'aforisma. Grazie alla quale ha sostanzialmente scritto ogni sua opera. In particolare, in Nietzsche tutto sembra a prima lettura incomprensibile e tutto, al termine, si tiene assieme in una organicità inaudita.
Ma c'è un particolare che m'ha sempre suscitato un interesse maggiore: l'aspetto sintetico dell'aforisma. L'aggettivo è da intendersi sia in senso denotativo (cioè: l'aforisma è corto, sennò non è un aforisma, è altro) che connotativo.
L'aforisma esprime - e per questo è un genere preziosissimo - quanto risulterebbe mortificato da un'eccessiva trattazione. Cioè: secondo me esistono ambiti per i quali l'aforisma è proprio, adatto, predisposto ed altri per i quali non è in grando di funzionare.
Perché un aforisma è come quella situazione in cui, al momento dell'ennesima argomentazione da dare in pasto ad ennesime controargomentazioni, dai polmoni ci arriva aria sufficiente solo a farci respirare profondamente in preda ad un'improvvisa carenza di forze, ad uno spasmo di inattività.
E' in quel momento che arriva e serve l'aforisma, amico caro di una mente che (non) vuole sempre parlar troppo.
Perché se parlasse troppo si mortificherebbe.
5.6.06
Io odio i post intellettualoidi in cui i blogger si scannano a vicenda. Meglio una sostanziosa cena. E un gran film di Massimo Troisi
"Aaah! Napoletano! Emigrante?
No, no, nun so' emigrante.
Qua pare che un napulitano un po' viaggia.
Po' solo emigrà".
"Ma tanto quando c'è l'amore c'è tutto...
Chilla era 'a salute".
Troisi, Troisi e ancora Troisi.
[dice: te ne vai al mare, torni dopo cinque giorni di assenza e ti ripresenti con due battute di Massimo Troisi in "Ricomincio da Tre"? Si, ebbene si: ho trascorso la domenica a vedere film, con escursioni assurde da Troisi, appunto, a Alex De La Iglesia con "La Comunidad". A volte mi stupisco di me stesso].
No, no, nun so' emigrante.
Qua pare che un napulitano un po' viaggia.
Po' solo emigrà".
"Ma tanto quando c'è l'amore c'è tutto...
Chilla era 'a salute".
Troisi, Troisi e ancora Troisi.
[dice: te ne vai al mare, torni dopo cinque giorni di assenza e ti ripresenti con due battute di Massimo Troisi in "Ricomincio da Tre"? Si, ebbene si: ho trascorso la domenica a vedere film, con escursioni assurde da Troisi, appunto, a Alex De La Iglesia con "La Comunidad". A volte mi stupisco di me stesso].
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