E allora rieccomi in partenza; stavolta diretto verso le Highlands scozzesi (e non solo) con l'amico dj apparentemente semi-folle ma, in realtà, ancora più preoccupante.

Cosa dirvi, se non lasciarvi con qualche chicca-mista, tanto per non annoiarvi fino al mio ritorno.

Anzitutto pare che i Portishead, dopo nove anni, torneranno a farsi vivi con un disco. Sono già disponibili due brani su My Space che erano comunque stati scritti circa tre anni fa. Il trio guidato da Geoff Barrow aveva inoltre partecipato all'inizio dell'anno al tributo a Serge Gainsbourg con il brano "Requiem For Anna". Il terzo lavoro non ha però ancora dettagli precisi.

*
In secondo luogo, vi segnalo l'editoriale di oggi (28 agosto) sul sito NerdsAttack firmato dall'insigne maestro Emanuele Tamagnini che fa un po' il punto - come al solito senza peli sulla lingua ma facendoci schiantare dalle risate - sulla scena new wave della new wave (come la chiama lui, nei suoi libri): uno schifo totale. Ed è (quasi) vero. Quasi. Per esempio a me i We Are Scientists non dispiacciono affatto.

*

Ancora: mi è capitato di captare un po' di vibrazioni dall'ultimo disco dei So:ho, uscita prevista prossimo autunno: oltre a contenere almeno un paio di singoli da paura può vantare una pulitissima produzione di Carlo U. Rossi. Anche se troppo annacquata. Ascolterete, ascolteremo.
*

Poi: leggete questo pezzo qui, e ditemi se le foto - nonostante siano effettivamente riprovevoli nella loro violenza e forse sarebbe stato meglio evitarle - non vi lasciano di stucco e quindi, in sostanza, raggiungono l'obiettivo dell'artista.

*

Mi ha molto colpito, in questi giorni, la triste vicenda della diciottenne austriaca Natascha Kampusch, riuscita a fuggire dalla folle prigionia durata otto anni. Senza dubbio per l'evento in sé, ma anche per le enigmatiche reazioni dei genitori, e in particolare della madre. Che è tornata in vacanza dichiarando che tanto, le notizie, gliele avrebbe fornite il cognato. E il padre che piange a comando e rilascia da giorni interviste profumatamente remunerate. Boh. Capiremo. Dopo. Forse.

*

Ho letto un libro (fra gli altri) sulla spiaggia. Si intitola "Sayonara Bar", autrice la giovane Susan Barker ed è edito da Barbera Editore. E' vivacissimo, colorato, intrecciato come un cesto di vimini e riesce a dare un flash, anche se un po' manierato, delle contraddizioni del Giappone odierno. Ed è un bell'esperimento narrativo: tre trame portate avanti e man mano legate ed infittitie l'una con l'altra con estrema abilità. Una figata pazzesca, insomma.

*

Sempre in tema di libri, vi consiglio anche quello di Nicolò La Rocca, che va invece a fondo nella buia e incasinata Sicilia dei giorni nostri e mette al centro della vicenda Giuseppe e la sua contraddittoria storia di dipendenza dal fratello, signorotto dlela sua zona: si intitola "Tu che hai fatto per me". Tutt'altro genere, ma lo accomuna al precedente una certa venatura noir. Ma solo quella.

*

Dato che non mi viene altro in mente, almeno al momento (cavolo: c'è "It" in edicola in dvd, il mitico film tv del 1990 tratto dal super-librone di Stephen King: correte a comprarlo se non lo avete mai visto - cosa impossibile visto che Mediaset, ce lo ha in portafoglio, lo passa sessanta volte l'anno!). Quindi procedo al saluto e all'arrivederci fra una settimana. Credo sia eslcusa una connessione volante in quanto nelle Highlands credo mancheranno pure i cartelli stradali, ma si sa mai.

Stay linked! And drink rock&roll!

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 23:46 | 1 Commenti
26.8.06
Fast-lives

Un fotogramma tratto dalla sequenza iniziale del film "Volver", di Pedro Almodovar, ambientata in un cimitero della Mancha. Posted by Picasa

Non so se vi è mai capitato di girare per un cimitero in cerca di una tomba, senza ovviamente riuscire a trovarla. E così perdendovi in quell’assoluto cataclisma emozionale che è, appunto, il luogo (sacro e profano al contempo) in cui riposano i morti. Tutto ciò, magari, in piena estate, ad un’ora dalla chiusura, vialetti deserti.

A me è capitato questa mattina. Cercavo il posto in cui è sepolto il giovane volontario ucciso a Gerusalemme, mio concittadino e conoscente. Non ho trovato nulla. O meglio: ho trovato anche troppo.

Il cimitero di Monterotondo fino a fine agosto rimane aperto solo fino alle 13. Quando sono arrivato, stamattina, erano le 11,45. A Ferragosto, quando è stato celebrato il funerale di Angelo Frammartino, ero in vacanza. L’unica cosa che mi rimaneva da fare – ho pensato in quei giorni – sarebbe stata di andare al cimitero appena rientrato in città.

Non ho trovato la sua foto. Ho girato per oltre mezz’ora rapito da un vortice allucinogeno di rara intensità.

Ho visitato mio nonno, mai conosciuto ma al quale mi sento molto vicino. Ho ritrovato amici, parenti degli amici, amici dei miei genitori, facce che nel corso degli anni ero abituato a scorgere al seguito di mia madre e volti del tutto dimenticati.
Ho scorto decine di giovani, giovanissimi, gente della mia età, gente ancora più piccola, ragazzi e ragazzini avvolti da quelle fastose maioliche, quelle foto gigantesche che prendono sempre più piede nel triste arredo cimiteriale.
Vecchi in lacrime sulle tombe delle mogli, giovani vedove, bambini e pure una mia professoressa di inglese di anni fa, pochi mesi, che ovviamente non mi ha riconosciuto.

Dicevo che è passata oltre mezz’ora senza che me ne accorgessi. Mi sono ritrovato spaesato e disorientato – nonostante conosca abbastanza bene quel posto e mi ci rechi spesso – e con una notevole sudata a visitarmi le ascelle, stimolata dai continui microshock emotivi rappresentati da molte di quelle tombe.

Però ho poi riflettuto e concluso che girare nei cimiteri è senza dubbio propedeutico al recupero della massima occidentale – che mai dovremmo dimenticare – dell’hic et nunc. Del recupero dell’importanza del “qui ed ora”. Della necessità certo di vivere su lunga scala, di programmare e di arroventarsi le meningi su progetti e questioni di spessore. Ma anche e contemporaneamente il fondamentale richiamo a vivere il più possibile le nostre fast-lives con un minimo di decenza rispetto all’empatia e importanza del qui ed ora.

Credo bene che un’anima e sensibile e martoriata come quella del Foscolo si trovasse bene nei Sepolcri. Perché aveva capito quello che molti si ostinano a non capire: la morte è un punto d’arrivo invalicabile, rispetto alla quale ciascuno innesta poi le proprie credenze sulle quali si potrebbe discettare all'infinito. Ma ciò non toglie che agisca da stimolo all’hic et nunc proprio perché con esso stride e stona, cozza insofferentemente. L'una esclude l'altro.

E allora, paradossalmente, un giro nel luogo della morte può essere uno dei più vivi inviti al fare e all’agire senza perdere le prospettive di breve raggio, oltre che di lungo raggio.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 15:06 | 0 Commenti

Posted by Picasa

Non c'è niente da fare: l'amore per i giornali e il giornalismo non t'abbandona mai...

Dimenticavo: ben(ri)trovati, a tutti.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:12 | 3 Commenti
Pur scortato da una profonda tristezza che m'ha completamente avvolto negli ultimi due giorni, dovuta ai fatti - pur fortunatamente sventati - di Londra e alla morte del giovane volontario mio compaesano, mando in vacanza il blog (e me stesso) per qualche giorno.

Forse riuscirò ad effettuare qualche post volante. Qualcosa sicuramente, visto che sarò costretto almeno ad una sosta presso un internet point per svuotare le varie cassette postali delle quintalate di spazzatura.

Altrimenti ed in ogni caso, auguro una buona estate a tutti.
E fisso l'appuntamento, al massimo, al 24 agosto.

Nonostante tutto: Avanti!
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 14:28 | 0 Commenti

Posted by Picasa

Disponevo di questa bellissima e straziante fotografia già da ieri notte.
Me l'aveva inviata un mio amico, a sua volta caro amico di Angelo Frammartino, il volontario 24enne ammazzato a coltellate ieri sera, a Gerusalemme, al quale ho dedicato il mio post di ieri.

Non ho ritenuto giusto pubblicarla ieri sera, coi cronisti in cerca di foto come segugi del web.
Ed infatti dopo averla caricata, l'ho rapidamente eliminata.

Ma stamattina, visto che già diverse sue foto sono state pubblicate e diffuse su tutti i quotidiani una delle quali concessa direttamente dai suoi amici del circolo del Prc di Monterotondo, ho sposato l'idea dell'amico che mi ha spedito la foto, Tommaso.
Che ho incontrato stamattina per un tristissimo appuntamento ed un saluto, in un vuoto bar di Monterotondo.

Mi ha detto, ancora stordito: "Bisogna che si veda chi era, in faccia, mentre festeggiava tre settimane fa ad una festa di laurea, come un ragazzo qualsiasi. Bisogna far vedere che era un volontario, uno impegnato in politica, ma prima di tutto un giovanotto come me e te, un ragazzo. Un ragazzo a posto, una persona per bene".

E allora, senza aggiungere ciarle su ciarle, eccovi la foto di Angelo.

Rimane chiaro che, per quanto indicazioni simili possano valere sul web, diffido chiunque dalla riproduzione della fotografia in questione. Non c'è legge che ve lo impedisca. C'è il buon senso.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 14:00 | 0 Commenti


Sotto il telo bianco, nella foto qui sopra, c'è un giovane che io conoscevo di vista.
E' stato accoltellato a morte nel centro di Gerusalemme da un aggressore, forse palestinese, che lo ha colto alle spalle. Apparentemente non c'è movente.
Potete capirne un po' di più, per ora, qui e qui. E domani spero che i telegiornali riescano a dirci qualcosa di più esaustivo.

Uno di quei ragazzi vivaci e "svelti", che in un paesone come Monterotondo, nei pressi di Roma, conoscono quasi tutti.

Si chiamava Angelo Frammartino.
Se cliccate qui e scorrete un po', è il giovane alla sinistra di Fausto Bertinotti, nella foto che li ritrae assieme.

Più grande di me di un paio d'anni, Angelo era la classica faccia nota della città. Associata poi ad un cognome piuttosto particolare e alla notorietà che aveva saputo conquistarsi presso il liceo Scientifico (io ho frequentato il Classico, ma Monterotondo non è certo Parigi e i luoghi di ritrovo erano quelli che erano: dico erano perché ormai da anni non frequento quei luoghi) è praticamente impossibile avere fra i 20 ed i 28 anni a Monterotondo e non conoscerlo almeno, come me, di vista.

La notizia della sua morte ha avuto un effetto che non credevo possibile. Un cataclisma o quasi.
Quell'effetto che Marshall McLuhan aveva teorizzato decenni fa: il trasferimento, invertito, dell'energia dal mass medium al fruitore.

Il freddo, il gelo delle pagine dei quotidiani online sulle quali navigo da ore in cerca di mezza notizia in più, di una foto, di un frammento di filmato si sono trasformati in un enorme ed intensissimo calore.
Un boato d'energia negativa m'ha invaso il corpo, dando forma drammatica a quelle che ormai - abituati al tran tran della violenza - restano bit che ti intasano la testa. Notizie vuote da riempire ogni volta tramite numeri, analisi, considerazioni. Sulle quali fare una smorfia durante la cena, e poi via avanti la prossima che vuoi farci questa è la vita.

Stavolta no. Stavolta che il caso m'ha posto mezzo millimetro, assai poco, pochissimo più avanti di un comune telespettatore e m'ha così estratto dalla melma dell'indifferenza, tutto è cambiato radicalmente. Vi prego di credermi.

Non c'è stato bisogno di considerazioni, analisi, moniti ideologici, condanne.

Solo un enorme calore. Enorme. Ve lo giuro.
Mentre scrivo non realizzo quanto scrivo.
Direttamente proporzionale alla drammaticità che può rappresentare la morote di un ragazzo che prestava aiuto in un campo per bambini.

Semplicemente folle.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 23:58 | 1 Commenti

Posted by Picasa

Vista la situazione delicata che sta vivendo Cuba, oggi vi regalo un breve racconto di un giovane scrittore dell'Isola, Alejandro Torreguitart, che mi è giunto attraverso il suo nume tutelare italiano, lo scrittore Gordiano Lupi.

Il brano è stato composto l'altro giorno.
E vi risparmio - ma vi invito a mettere comunque in moto il cervello, anche se è agosto, e a farlo da voi questo semplice e però irrinunciabile ragionamento - ogni disquisizione sul come e quanto l'informatica ci abbia cambiato la vita: due giorni fa un giovanotto havanero, in una triste serata nella sua casa, ha scritto un racconto.
Che ha poi inviato, suppongo via e-mail, in Italia. Dove Gordiano Lupi lo ha tradotto e a sua volta diffuso fra i suoi contatti.
Infine (infine? Ma quale infine...) io, oggi pomeriggio, l'ho stampato e letto crogiolandomi sul divano con la mia ragazza.

Cose dell'altro mondo. Anzi, no: cose di questo mondo qui, basta realizzarlo.


Fidel, fallo per noi non ci lasciare

Grande notizia oggi in Cubavision. Non ci sono i cartoni animati prima del Noticiero, hanno sospeso pure il film americano e la telenovela sui froci, quella che piace tanto a Mariela e che io ne farei pure a meno di guardarla, preferisco Sex and City sul satellite, lo vedo da Paco pure se è proibito, lui ha trovato il modo. Si trova sempre il modo qui all’Avana, tutto è proibito ma tutto è permesso, basta dare la mancia alla persona giusta, tenersi buono il vicino, allungare qualcosa al rappresentate del partito. Ma non divaghiamo che oggi c’è la grande notizia. Tutto il resto non conta. Fidel sta male, deve operarsi, pare che sarà una cosa lunga, non riuscirà neppure a festeggiare il compleanno, ma stai sicuro che lo fa più in qua, magari mette in piedi una megafesta con la scusa dell’anniversario della Rivoluzione, che ormai lo scrivo maiuscolo per abitudine ma questa cosa qui mica mi viene bene. Fidel ha lasciato il potere nelle mani del fratello, un ragazzino di settantacinque anni, uno che quando apriva bocca lui lo rimbeccava sempre, della serie tu stai zitto che non capisci niente cosa ne vuoi sapere della Rivoluzione, occupati dell’esercito, fai la guerra con i soldatini, pensa alla Cina e al modello comunista che va verso il mercato, ma rompi poco le palle. Insomma, ora come ora questo ragazzino di settantacinque anni che in televisione lo vedi sempre con la sua bella divisa verde olivo stirata di fresco, occhiali da talpa, baffetti radi, statura mingherlina che pare il figlio scemo di Fidel sarebbe il depositario della Rivoluzione. Stiamo messi bene.
“Comanda il partito. Raul non conta niente” dice Paco, uno che suona con me nell’Esperanza. Lui ha una voce che quando canta leva di sentimento, ma oggi non ha tanta voglia di cantare.
“Non so cosa è meglio…” sussurra Pablo che ha messo da parte la chitarra. Pure lui non prova. Non ne ha voglia.
Manuel se ne sta fermo da una parte a guardare la sua tromba e la rigira tra le mani come in attesa di qualcosa che non viene. Armando ha posato maracas e timbales su un tavolo e sorseggia un caffé.
“La batteria serve a poco se voi non collaborate” dico.
Più mercato e meno Rivoluzione, scrivono i giornali che vengono da fuori, quelli proibiti che raccontano le cose come stanno o almeno ci provano. La Rivoluzione è sempre più forte, recita il Granma, ma su quello c’era da stare più che sicuri, per il Granma la Rivoluzione è sempre mas solida y fuerte, la musica non cambia mai.
“Paco, cazzo, adesso leggi pure il Granma?” dico.
“Che cosa devo fare? Dovrò informarmi in qualche modo…”
“Se t’informi con il Granma sei a posto…”
No, le palle del Granma proprio no, quelle me le risparmio e se oggi non è giornata e non si prova finisce che me ne torno a casa e mi metto a studiare che c’ho un esame di letteratura cubana tra poco e mica sono preparato. Un amico mio che viene dalla Spagna m’ha portato l’opera completa di Cabrera Infante e io me la sono letta quasi tutta, pure se lo so che nell’esame di letteratura mica ce la trovo, non serve a niente. Magari dovrei studiare Abel Prieto e la narrativa contemporanea, quella che piace tanto al partito perché sta dentro alla Rivoluzione, come ha detto Fidel. Dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente. Preferisco fuori, comunque, anche perché non riesco mica più tanto a capire che cosa sarebbe questa Rivoluzione, vorrei essere così sicuro di difenderla come chi non la deve subire, ché loro ci riescono bene, non hanno la tessera, non devono fare i conti con il riso che manca dopo sette giorni e con i fagioli da risparmiare. Sarei rivoluzionario pure io se mangiassi bistecche ogni giorno, guarda, sarei un compagno perfetto, crederei a tutto quello che dicono, al pericolo che viene dagli Stati Uniti, alla prossima invasione, alla minaccia americana, all’embargo che è la sola causa dei nostri problemi. Credo a tutto, Raul. Te lo giuro. Però dammi da mangiare un po’ di carne, magari già che ci sei trovami pure un vestito nuovo, ché questa camicia bianca e i pantaloni sono consumati, più li lavo più si strappano, magari dammi anche un paio di scarpe nuove che queste sono tutte rattoppate, magari vedi se m’insegni come fare per arrivare alla fine del mese con cinque dollari in tasca. Magari è meglio se me ne sto zitto. Magari.
E insomma, gira picchia e mena, me ne torno a casa che le prove non le ho fatte, il concerto chissà se lo faremo, forse i turisti che c’hanno chiamato si faranno vivi e noi improvviseremo Hasta siempre comandante, tanto si sa che vogliono quella, specie se sono italiani, e a me viene sempre la voglia di fare il rap di Rey el vikingo, quello che dice Hasta cuando comandante, sarebbe più in tema, ma tanto per cambiare è proibito, mica si può. Torno a casa e penso ancora alla notizia del giorno, quella che tutti si sussurra e nessuno c’ha il coraggio di affrontare. Mica sarà morto davvero, penso. Mica ci lascerà nelle mani del partito comunista? Mica ci farà governare dal fratello che pare un cartone animato e quando ride sembra Speedy Gonzales? Non lo so cosa succederà ancora. Non lo so proprio. Forse niente come al solito e lui ritornerà come prima, magari malato, stanco, lo sentiremo dire le solite cazzate di sempre, la minaccia americana, l’embargo, la Rivoluzione mas solida y fuerte, il coraggio di Cuba. Sì, lo so che sono tutte balle, ma dette da lui hanno un altro sapore e magari si sopportano meglio.
Fidel, fallo per noi. Non ci lasciare.

Alejandro Torreguitart - L’Avana, 7 agosto 2006
Traduzione Gordiano Lupi - diritti riservati



 
Scritto e ideato da simone quando erano le 16:05 | 0 Commenti

Posted by Picasa

E allora, visto l'Amba Aradam che si sta scatenando e che promette di montare sempre più nei prossimi mesi, un post se lo merita tutto, il nostro Gabriele Muccino.

Oggi Repubblica ha pubblicato una striminzitissima intervista, che però comincia a chiarire le idee sul primo film americano fortissimamente voluto da Will Smith e prodotto dalla Columbia: "The Pursuit Of Happyness", che in italiano dovrebbe giustamente uscire come "Alla Ricerca della Felicità".

Primo: il trailer (che potete gustarvi qui, e dal quale ho snappato il frame sopra) non è male.

Secondo: il film, a quanto ho potutto cogliere dal pessimo audio nella breve intervista a Will Smith, è incentrato sull'abbastanza trito soggetto dell'american dream e di un padre con figliolo al seguito - il figliolo è quello autentico, un mini-Smith in carne ed ossa - che non riesce a "completarlo", il sogno americano.
E che progressivamente cade in una situazione senza ritorno, pur mantenendo alti i propositi iniziali.

Insomma: nulla di nuovissimo, se non una strepitosa interpretazione di Smith, anni luce dalle sue cagate spaziali, e quel calore mucciniano in fin dei conti piuttosto patinato che ben promette di ben sposarsi con le pretese e lo stile statunitensi - almeno in questo genere di film.

Le prime reazioni alle proiezioni-test sono state ottime. E ad ogni modo manca un bel po' all'uscita italiana: 7 gennaio. In America uscirà meno di un mese prima. E pare che Smith ci punti molto, anche per l'Oscar.

Ma la notizia bislacca (nel senso che si sa mica che ne è uscito fuori) è il remake - pare già ultimato - de "L'ultimo Bacio", intitolato nientemeno che "The Last Kiss" - a volte, diciamocelo, è proprio l'italiano a staccare anni luce un inglese super-satndardizzato e totalmente inespressivo.
Riadattato - il remake - da Paul Haggis ("Crash", "Million Dollar Baby").

Apprendere tutte queste notizie è come sapere che, non so, l'Italia ha vinto la Coppa del Mondo (cazzo è successo!). Oppure che i Jennifer Gentle hanno inciso con la mitica Sub pop (cazzo è successo pure questo!).

Soprattutto perché gli ultimi due film di Muccino, nel loro calarsi - certo - nella realtà nostrana, risultavano piuttosto puliti, universali, esportabili. E non a caso sono piaciuti agli americani.

Speriamo bene.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:36 | 0 Commenti

Posted by Picasa

"La dipendenza da Internet ha in comune con le altre droghe il tratto ossessivo-compulsivo, la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile".

Diamoci da fare!

Di ritorno da una prima, fantastica fase di disintossicazione da computer - oltre che da un meraviglioso week-end all around Umbria -, vi invito a lasciare sempre più in disparte - almeno per il mese di agosto - il computer.

E a farvi una grassa mangiata di strangozzi alla spoletina (a Spoleto, ovviamente!).
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:26 | 2 Commenti

Posted by Picasa

Ieri ho visto “Un Mercoledì Da Leoni” (“Big Wednesday”), il film-cult di John Milius del 1978.

E m’è venuta in mente una riflessione che mi ronzava in testa da tempo – devo dire anche piuttosto insistente e sfrontata. Dal tempo in cui vidi “Il Cacciatore”, il mitico film di Michael Cimino con De Niro e Walken del 1979. Davvero uno dei più grandi film della storia del cinema.

E cioè: la guerra in Vietnam è la guerra che sola ha dato adito e stimoli a film (per la più parte) non di guerra. Almeno in un certo periodo, per poi sdoganarsi verso gli anni ’80.

Al contrario di quanto è avvenuto con la seconda guerra mondiale, con la Grande Guerra, con tutte le guerre “storiche”, dalle napoleoniche alle puniche, la guerra in Vietnam spesso ha plasmato, con la sua presenza opprimente, molte sceneggiature del cinema americano. Pur senza esserci, visivamente. Pur senza inserirsi in film prettamente di guerra. Ma, pesando e manifestandosi sociologicamente in pellicole drammatiche, melodrammatiche, a volte anche comiche, la cosiddetta “sindrome del Vietnam” ha spinto i registi ad un’urgenza più pressante della – più o meno variata – rievocazione e rielaborazione storico-realistica.

Che poi, dicevo, s’è comunque fatta viva a partire dagli anni ’80, come spiega benissimo Bruno Fornara in una digressione della sua recensione del 1988 che trovate qui. All’interno della quale, almeno fino al decennio 1980, conferma appunto il mio discorso di una “guerra misteriosa che c’è ma non si vede”.

La guerra in Vietnam, appunto, c’è e non c’è. C’è nel cervello di chi l’ha vissuta, di chi l’ha vissuta attraverso chi l’ha vissuta, delle conseguenze devastanti nella società statunitense, nei reduci. Ed il cinema americano, più che la guerra in Vietnam, ha seguito prevalentemente questo aspetto della guerra: le sue macerie sociali.

Certo, certo: c’è “Apocalypse Now”, c’è “Good Morning, Vietnam” (che però usa il mondo della radio, per raccontare la guerra), c’è Rambo, c’è il Kubrick di “Full Metal Jacket” (che però punta altrove).

Ma se vi concentrate sulle molte pellicole che direttamente – "M.A.S.H.", "Alice’s Restaurant", "The Visitors" e quelli già citati – o indirettamente (chissà quante sono!) hanno come perno, ombra, sfondo, elemento più o meno latente ma importante la guerra in Vietnam, riuscirete a condividere la mia riflessione.

A comprendere che il Vietnam è stato un batterio potentissimo per il quale la "semplice" rielaborazione teatral-realistica non ha potuto nulla. E che ha penetrato l’anima di sceneggiatori e registi per decenni. Sceneggiatori e registi ai quali non bastavano berretti e fucili.

Ai quali servivano il disagio, i reduci, il mistero di una guerra non detta.

Di una guerra, come ebbe a dire Hannah Arendt, “defattualizzata”.

E del resto è forse anche per questa ragione che il cinema medesimo almeno per i vent’anni successivi la fine “ufficiale” della guerra (solo due furono le pellicole girate a guerra in corso: “Commandos in VietNam" e "Berretti Verdi") è riuscito a parlarne solo per interposta sensibilità, attraverso gli effetti e le cause, più che tramite i mezzi.
E cioè a causa del fatto che il procedere e l’esito della guerra in Vietnam furono negati e nascosti, dai mass-media americani e mondiali (che d’altronde non avevano la capacità di copertura che hanno oggi) ma soprattutto dal governo statunitense, come ben si evince dai Pentagon Papers fatti predisporre dal Segretario alla Difesa dell'epoca Robert McNamara.

Insomma: le macerie sociali della guerra in Vietnam – personificate dai reduci, a lungo considerati scarti da zittire in quanto unici a poter raccontare come fosse andata, davvero – hanno invaso, pervaso decine di pellicole.

E spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Spesso, dalle copertine dai titoli dai dizionari di storia dle cinema, nemmeno lo capiamo.

Guardatevi “Un Mercoledì Da Leoni”: poi mi dite se è un film sul surf.

O non è, piuttosto, l’ennesimo, lancinante film sulla guerra in Vietnam

Anzi: CON la guerra in Vietnam. Dietro alle spalle. Dentro al cuore spezzato dei personaggi.


[Con questo lungo post inoltro il primo saluto di agosto - ce ne saranno altri due. Per qualche giorno sarò via, senza computer e comunque con la voglia di dimenticarlo, il computer, per un po' di ore. Ci si risente all'inizio della prossima settimana. Magari proprio lunedì].
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 10:51 | 1 Commenti

I Catherine al gran completo Posted by Picasa

Allora. Come forse ricorderete qualche tempo fa parlai della bislacca idea di una band nostrana, i Catherine: avevano organizzato un tour in giro per gli autogrill italiani. L'AutoTour.
Per farsi conoscere. Per vedere la reazione della gente. Per suonare. In un posto dove a suonare sono solo i clacson e le scorregge dei viaggiatori costipati.

Ho ricevuto (e pubblico con piacere) un mini-report firmato da Joe dei Catherine che ci racconta com'è andata la storia - a quanto pare, un po' movimentata.

Eccolo qui.


Finito presto.
Ma è stato comunque divertente.
Era preventivata una fine anticipata: senza permessi sarebbe stato un vero miracolo portarlo a termine senza intoppi.
Abbiamo suonato solamente all'area di servizio Piave Ovest, nei pressi di Treviso, sulla A27. L'eccitazione pre-concerto era altissima. E qualcuno ci ha pure dato qualche spicciolo. Un ragazzo è venuto a complimentarsi con noi e subito dopo, dall'ufficio, ha lasciato un commento sul nostro forum.

Tutte piccolezze, potreste dire, ma a noi ha fatto piacere, sono state una gioia.
Giunti alla seconda tappa, Adige Ovest, come da programma abbiamo pranzato e atteso l'ora programmata per l'esibizione.

Ma una mezz'ora prima di iniziare a suonare, vediamo arrivare una pattuglia di polizia. Uno dei due agenti si avvicina al nostro furgone, lo osserva, ne scruta il contenuto, si avvicina a Fabio (bassista del gruppo, contrabbassista per l'occasione) e gli chiede se siamo noi i Catherine e se dobbiamo suonare lì.
Conferma.
Ci chiede i documenti e ci riferisce che è al corrente di tutto il tour. E che non si può fare. Ci consiglia di non provare in altri autogrill.
Con molta probabilità altre pattuglie ci stanno aspettando.
Ci chiede anche se all'altro autogrill, Piave Ovest, ci hanno fatto suonare. Si stupisce che
non ci abbiamo detto nulla.

Si decide di annullare il tour.
Ma non si può tornare a casa a qualche ora dalla partenza. Allora ci dirigiamo verso la
Toscana. Più precisamente ad Aulla.

In
concomitanza con il nostro Autotour, lì si svolge il Premio Lunezia (al quale nel 2004 siamo stati premiati). Una amica che cura parte dell'organizzazione dell'evento ci aveva invitati
qualche giorno prima a partecipare: quest'anno si presenta la compilation
della quale facciamo parte (con il nostro brano "cielo azzurro... o
quasi..."). Per le cinque di pomeriggio siamo lì, in quel paesino al confine
con le Cinque Terre, tra le ultime colline dell'appennino.

Caldo, relax, un fine settimana di ferie non previste. Ci guardiamo il festival sia venerdì
che sabato sera, ci facciamo una suonatina nel campeggio in cui abbiamo
alloggiato (a Villafranca, un paesino delizioso) e domenica in tarda
mattinata carichiamo il furgone e rientriamo in autostrada.

Ci aspetta l'ultima tappa (non segnalata nel programma) dell'autotour: una gelateria di
un'amica in quel di Limana, Belluno.

Dalle otto e mezza alle nove e mezza intratteniamo la clientela.
E poi di nuovo gli strumenti in macchina.
Si torna a casa.

[Ovviamente: è un'esclusiva PoPimmersion!]
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:37 | 3 Commenti

Antipixel di SocialDust Blog Aggregator Blogarama - The Blog Directory Blog Aggregator 3.3 - The Filter
Add to Technorati Favorites Appello per la Giustizia - Per De Magistris Visibilmedia web BlogItalia.it - La directory italiana dei blog