29.6.07

CAZZO SE E' BRAVO!

Vi lascio a questo lungoweekend con una "primizia" assoluta, pubblicata proprio oggi su Rockit. Trattasi della recensione del live di Morgan, che ha suonato mercoledì sera presso gli studi RAI di via Asiago, 10 in Roma. Perché oggi esce il suo terzo disco solista, "Da A ad A". Perché Marco Castoldi ha un talento incredibile. Perché è un vezzoso del cazzo. Perché ce ne fossero, così.

*

Istrionico. Logorroico. Irritante. Geniale. Come sempre, Morgan non delude. Un’anteprima assoluta, quella registrata l’altra sera presso la mitica sala A della sede Rai di via Asiago, a Roma. “Una primizia”, come ripete più volte l’allampanato conduttore Gerardo Panno. Manco fossimo ai mercati generali a vendere ananassi. In effetti, considerando che il tour vero e proprio partirà solo in settembre e che in estate Morgan suonerà da solo o al massimo in coppia col gigante Megahertz, è un’occasione abbastanza ghiotta per testare dal vivo uno dei personaggi più amati – e più detestati – della scena italiana. Uno che, come la si metta, ha fatto storia coi Bluvertigo. Uno che la sua, di storia, la sta costruendo pian piano, dalle parti del cantautorato pop raffinato e disincantato, barocco, stridente ma di grande personalità. Anni luce da scene romane et similia. Anni luce. Si, si.

C’è molto, dal nuovo disco “Da A ad A”. Morgan – accerchiato dai suoi cinque musicisti - attacca con la programmatica title-track, fra tinte noir e tautologie esistenziali. Poi avanti con la filastrocca bandistica “Animali Famigliari”. Il bel singolo – “che già ci siamo stancati di suonare”, dice il Castoldi – “Tra 5 min.”. Un recupero d’eccellenza come la magnifica “Aria”. E ancora “Demoni nella notte”, seguita dalla stuzzicante “The baby”, altro ripescaggio dall’esordio di quattro anni fa, “Canzoni dell’appartamento”.Così come, sempre da quel disco, verrà pescata una lunghissima “Altrove”, nella seconda parte del radioshow, dopo qualche chiacchiera di Morgan. Che si assenta per fare pipì (è una registrazione) e rientra per spiegare al disperato conduttore che tenta di arginare la sua pomposa enfasi linguistica cosa diavolo intenda per “Da A ad A”. Salvo poi chiudere il concerto col suo eccellente e corposissimo riarrangiamento de “Un ottico” di De André, tratto dall’ormai arci-noto cover-album di due anni fa.

Il set, si sente, ha bisogno di qualche altra prova generale, di un rodaggio un po’ più lungo - false partenze, qualche parte sfilacciata. Ma è quasi ultimato e Castoldi, col suo funambolico ego circondato dai lunghissimi capelli, fa spettacolo dietro ai synth.

Il fatto è che Morgan ha un talento pazzesco. E’ bravo. “Cazzo se è bravo”, dice il mio amico dj in macchina, perso fra i cd di Felix Da Housecat e Apparat. Nell’approccio melodico – non ha timore di rischiare. Nell’uso versatile, orizzontale e teatrale della voce. Nell’identità stessa che dona ai suoi pezzi, come una personale proiezione antropomorfa. Nello stesso tempo, però, è vezzoso, furbo e superbo. Fa l’intellettuale – fa bene a farlo – per schivare il precotto, ma alla fine sembra essere il primo a non prendersi sul serio.

A volte, quindi, riesce ad incanalare il suo talento nel modo giusto, sfornando canzoni bellissime – sempre in bilico fra sarcasmo, melanconia e cinismo. Altre volte si perde nei suoi barocchismi pseudo-elettronici – cosa che ha fatto anche l’altra sera.E’ innegabile, personaggi del genere servono: fanno da epicentro, da argomento, da stimolo ed anche, perché no, da bersaglio per gli altri. E li fanno muovere, nonostante tutte le chiacchiere.

28.6.07

SINTESI E' VITA

Walter Veltroni sa parlare al paese. C'è poco da fare. E non tanto perché lo dicono i sondaggi, ma perché assistere ai suoi discorsi significa recuperare semanticità. Vale a dire contenuto. E' una questione linguistica, prima che politica. Pensateci un attimo. Un attimo soltanto.

La politica, oggi, è priva di valore semantico. E' ridotta a pura, scalcagnata sintassi - la sintassi è fondamentale, ma se non è accompagnata da profondità concettuale si riduce ad un ottovolante sfasciato.

Sia nella sua espressione "pura" - ad esempio, i documenti ufficiali o i discorsi parlamentari - sia nella sua versione mediatizzata (veloce, corta, facile: il disco rotto Berlusconi, insomma).

Veltroni, al contrario, recupera il Senso (Sinn), come direbbe Gottlob Frege. Recupera la difficoltà dell'attenzione - bisogna seguirlo.

Ad esempio: sono contentissimo che il suo discorso sia stato lungo come una partita di calcio. Anche col proprio argomentare si dà l'esempio. Il modo in cui si parla è il modo in cui si ragiona. E' tempo di recuperare la profondità: politica spettacolo, si. Ma solo quando serve. Per il resto, andare a fondo.

Ho seguito buona parte del discorso, almeno un'ora. E devo dire che la parte più convincente è stata senz'altro quella dedicata al patto generazionale e alla lotta alla precarietà quale "orizzonte" del Partito Democratico. La parte centrale, insomma.

Mi riprometto di tornarci fra qualche tempo. Non tanto per commentare il discorso in sé stesso, ma la situazione nel suo evolversi. Il problema sta lì. Non in Veltroni, che per noi è l'ultima spiaggia - quella che volevamo, si. Ma l'ultima.

Intanto, per la serie "sintesi è potere", Antono Sofi su SpinDoc ha condotto un simpatico esperimento (che poi in realtà dalle parti della critica letteraria è applicato da anni, quello delle concordanze. Solo che adesso fa figo chiamarlo tag cloud).

Ha fornito una selezione delle 100 parole più usate nel discorso da oltre 70.000 battute tenuto ieri al Lingotto di Torino da Veltroni. "La tag cloud (con indicazione delle occorrenze) è stata ottenuta attraverso l’uso di TagCrowd.com, eliminando in fase di realizzazione finale una serie di parole comuni, ripetute o insignificanti" spiega Sofi sul blog.

"Un modo 2.0 per avere un veloce colpo d’occhio sui temi e le priorità della candidatura del sindaco di Roma a leader del futuro Partito Democratico".

Condivido. Eccovelo sotto. E lo vedete meglio qui.

27.6.07

NO WONDER OUR PERCEPTION OF BEAUTY IS DISTORTED

Oggi è una "giornata particolare". Sto aspettando, ovviamente.

Sto aspettando il discorso di Walter. Voglio sentire con queste orecchie - le stesse che in questo preciso momento stanno ascoltando il bellissimo disco dei Marilù Lorén e stasera si impegneranno per stare dietro alle nuove cose di Morgan - se ci sarà una Politica che riguarderà le nostre generazioni.

Oppure, nostro malgrado - come ho scritto altrove, noi, tanti giovani che "non ce la fanno dirsi comunisti, non ce la fanno a dirsi democristiani, non ce la fanno a dirsi socialisti, non ce la fanno a dirsi liberali né radicali. Perché, in fondo, sono tutto questo insieme" - avremo solo un'Amministrazione.

Intanto, a proposito di cose bellissime e commoventi, vi consiglio di guardare adesso-subito-immediatamente lo spot che ha vinto ieri sera il mitico Gran Premio della Pubblicità al Festival Internazionale di Cannes.

(Poi non mancherà mia analisi approfondita in merito: è magnifico ma gli spot appunto "evolution" m'hanno rotto i coglioni da tempo. I pubblicitari sono tutti stupidi: appena uno trova una chiave originale, via tutti dietro alla stessa identica idea con minime variazioni come lepri in fuga).

Dato che credo nel lavoro di tutti, ecco i crediti completi.

Category: Corporate Image Title: EVOLUTION Advertiser/Client: UNILEVER Product/Service: DOVE SELF ESTEEM FUND Entrant Company, City: OGILVY & MATHER, Toronto Country: CANADA Advertising Agency, City: OGILVY & MATHER, Toronto Country: CANADA Executive Creative Director: Janet Kestin/Nancy Vonk Creative Director: Janet Kestin/Nancy Vonk Copywriter: Tim Piper Art Director: Tim Piper/Mike Kirkland Agency Producer: Brenda Surminski Account Supervisor: Aviva Groll/Sarah Kostecki Advertiser's Supervisor: Mark Wakefield/Stephanie Hurst Production Company, City: REGINALD PIKE, Toronto Country: CANADA Director: Yael Staav/Tim Piper Producer: Jennifer Walker (Reginald Pike) Stefani Kouverianos (Soho) D.O.P/Lighting Cameraman: Tico Poulakakis Editor: Paul Gowan (Rogue Editorial) Music - Artist/Title: Vapor (David Hayman/Andrew Harris) Sound Design/Arrangement: Vapor Post Production: Soho Other Credits: Photography: Gabor Jurina Retoucher:Edward Cha Animation: Kevin Gibson

26.6.07

SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE E I BARONI TIMOROSI

Pubblico la versione extended della lettera che ho inviato l'altro giorno a Corrado Augias. Il quale ha espresso, nella sua rubrica delle lettere su Repubblica di domenica 24 giugno, il solito giudizio generico e frettoloso sull'Università italiana. Riservando l'ormai usuale cenno denigratorio ai corsi di Comunicazione.

Lui, Zambardino e tutti i baronotti del giornalismo che periodicamente - quasi fosse un hobby o un dovere - si scagliano senza pietà contro tanti giovani che tentano solo di coltivare il sogno che loro stessi hanno coltivato quarant'anni prima mi hanno MONDIALMENTE rotto i coglioni.

*
Caro Augias,

mi ha molto intristito leggere il suo sprezzante giudizio su Scienze della Comunicazione nell’edizione del 24 giugno. “Non ho mai capito bene a cosa serva”, scrive lei. Vedrò di spiegarglielo.

Sapevo, vista la sua attenzione alle questioni universitarie, che prima o poi avrebbe detto la sua in merito. Ma appunto speravo che, come suo solito, avrebbe distinto, avrebbe tentato di andare oltre l’ormai inflazionato accenno denigratorio che in molti rivolgono a me e alle migliaia di laureati nei vari corsi in Scienze della Comunicazione di tutto il Paese, liquidandoci nemmeno fossimo mezzi diplomati. E comunque senza considerare che siamo, alla pari di tutti i laureati, depositari – spesso in maniera più versatile e snella – di quella cultura universitaria che tanto scarseggia in Italia.

Lo speravo perché, ad esempio, come lei sa non tutti i corsi sono uguali. Dipende da dove sono sistemati, da come sono organizzati, da chi li guida e chi li frequenta.

Io ho frequentato il corso organizzato da Roma Tre (Comunicazione nella società della globalizzazione), ed inserito nella facoltà di Lettere e Filosofia. A numero chiuso con test di ammissione – dal primo giorno della sua esistenza – e fondato da quattro eminenti filosofi e linguisti dei quali ancora degusto le indimenticabili lezioni: Raffaele Simone, Giacomo Marramao, Vito Michele Abrusci e Roberto Pujia. Linguistica generale, Filosofia politica, Logica e Filosofia del linguaggio: non proprio aria fritta. Tutt’altro approccio che altrove – dove si fa lezione nelle tendopoli. Tutt’altra impostazione.

Insomma,un corso di alto livello, caro Augias: ben organizzato, ben gestito, con ottime lezioni e i migliori docenti delle varie Facoltà di Roma Tre ad alternarsi in cattedra – Zeno-Zencovich, Bosetti e Leonelli (che voi di Repubblica dovreste conoscere bene), Potestio. E molti altri.

Lo speravo, inoltre, poiché non credevo ignorasse il potenziale e l’imprescindibilità che degli ottimi laureati in Scienze della Comunicazione (110 e lode, per quanto mi riguarda) rivestono proprio nella nostra temperie, segnata ed immersa ormai in ogni parte del nostro vivere quotidiano nelle dinamiche della Comunicazione. Ma come: Veltroni perde più tempo a scegliere location, impostazione, scenografia e discorso della sua discesa in campo, e ancora ci ostiniamo ad ignorare che oggi la Vita è essenzialmente Comunicazione? Ne viviamo le dinamiche e le conseguenze, ma disprezziamo ardentemente chi tenti di affrontarle quanto più possibile scientificamente?

Ecco: le facoltà di SdC, se ben funzionanti e se frequentate con passione e motivazione (ingredienti sempre più scarsi, su questo convengo in pieno), servono esattamente a questo: non solo, come credete voi giornalisti inchiodati alle vostre poltrone ed anche un po’ impauriti, a sfornare nuovi aspiranti giornalisti - io lo sono, ma da ben prima della laurea ed ho sempre saputo che non c'è laurea che sforni giornalisti, ma il lavoro sul campo. Ma a formare figure in grado di sfruttare la loro competenza nella comunicazione in rami differenti: dal marketing all’economia, al giornalismo all’editoria – anche elettronica: io lavoro in un ruolo che cinque anni fa non esisteva: web content manager.

Si informi, caro Augias. Oppure ammetta francamente di aver ceduto ad una certa superficialità che porta ormai chiunque a sparare a zero sulla nostra bellissima Scienze della Comunicazione. Salvo garantire sull'efficacia di Corsi che hanno totalmente perso - quelli si - ogni prospettiva di sviluppo, come Scienze Politiche.


E poi, mi permetta: il vero problema sta nella PASSIONE. Se questa c'è, il campo di studio è indifferente. Il punto è che migliaia di persone inficiano le Università senza la più pallida idea di cosa fare la mattina successiva: combattiamo la DEMOTIVAZIONE, non Scienze della Comunicazione.

Cordialmente,

Simone Cosimi
25.6.07

"XXY", QUELL'ETEROCROMOSOMA DI TROPPO

Pubblicata questa mattina su Extra! Music Magazine, sezione cinema. Perché è un film anti-retorico. E soprattutto tocca temi difficili con uno stile difficile. Eppure, alla fine, non servono troppe parole.

*

Vero. Approcci e situazioni sono piuttosto differenti. Però non ho potuto fare a meno di respirare nuovamente certe sensazioni, mentre seguivo l’intenso esordio registico dell’argentina Lucía Puenzo, “XXY”, uscito da Cannes col premio della Semaine de la Critique in tasca. Le stesse, tostissime emozioni di profondo straniamento identitario provate divorando le pagine di uno dei più bei romanzi dell’ultimo lustro: “Middlesex”, di Jeoffrey Eugenides. Certo. In “XXY” c’è più dramma. C’è uno stile secco ed essenziale, centrato sui grandi silenzi ed i chirurgici sguardi della conturbante Inés Efron che scandiscono ed addomesticano i ritmi della narrazione. Ma al centro c’è comunque l’immensa – ed ancora tabù - figura dell’ermafrodita, attualissima crasi biologica delle contraddizione del nostro tempo.

Alex è una quindicenne argentina. Lo scopriremo con calma anche se tutto è chiaro sin dall’inizio: ha un eterocromosoma in più. Prende corticosteroidi, si direbbe che la sua strada sia quella di “tentare” di divenire una donna. La famiglia ha deciso molti anni prima di trasferirsi in una grigia e selvaggia isola uruguagia per sottrarla agli “interventismi” dei medici e alla morbosa curiosità della gente di Buenos Aires. Alex è spigolosa, acuta, violenta. E’ affascinante come solo l’ambiguità che rompe i frame precostituiti sa essere. Ma sta entrando in una fase discriminante per chi è nata come lei. E la sua duplicità sessuale – o meglio, ed è questo un punto forte del film: la reazione sociale che essa provoca – la sta divorando. La madre Suli, all’insaputa del papà biologo Kraken, invita per un breve soggiorno un vecchio amico di famiglia, Ramiro, noto chirurgo plastico argentino con moglie e figlio sedicenne al seguito, Alvaro. L’intenzione è quella di far analizzare al chirurgo la situazione, convincere il padre ad un’operazione che renda Alex una bambina almeno nel corpo, familiarizzare con lei.

La visita, in realtà abbastanza prevedibilmente, sconvolgerà il già precario equilibrio della errabonda ma profondissima vita della giovane ermafrodita, cucendo ai già complicati passaggi della pubertà – gli amori, le irresistibili attrazioni e curiosità sessuali che pure Alex imbastisce, ad esempio con l’amico Wando e poi anche con Alvaro – una inevitabile presa di coscienza: scegliere è quasi impossibile. “Era perfetta”, dice Kraken alludendo alla figlia neonata ed alla scelta di non intervenire sin dai primi anni di età, lasciando una eventuale decisione a lei, quando sarebbe stato il momento. Ed è perfetta anche adesso, Alex. Solo che – qui la Puenzo è eccellente – al problema personale di non potersi dire certa di nulla, nemmeno delle sue contradditorie pulsioni erotiche e di un corpo dalla morfologia impazzita, unisce l’ansia di dover rispondere alla società, alle domande degli altri. E non sono tanto gli stolti e curiosi marinai uruguaiani, a personificare l’esterno. Quanto l’assonnato e urbano Alvaro, che narrativamente gioca proprio questo ruolo: estrarre a forza Alex dal suo selvatico isolamento. Incarnare l’ottica sociale ed i comuni canoni di normalità. Farle domande difficili. Insolubili. Salvo poi cadere egli stesso – guarda caso, come accade sempre anche alle dinamiche sociali nel loro complesso - nelle contraddizioni più piene e per giunta nascoste ed inaccettabili.

Lucía Puenzo tratta il tema con grande delicatezza: gioca su sguardi e silenzi, su una sceneggiatura rapida ed icastica che non ha bisogno di lunghe divagazioni e spiegazioni. Disegna personaggi e caratteri completi e credibili pur nel loro semi-mutismo (si pensi al chirurgo e allo stesso Alvaro: alla fine chi parla di più è proprio Alex). E che proprio per questo riescono a dare equilibrio ad un film che – per soggetto – avrebbe potuto rischiare la celebrazione dell’ermafrodita. Staglia inoltre le vicende - le forsennate corse di Alex, le case di legno, le auto, le strade, le barche - in un paesaggio assolutamente anti-retorico, fuori da ogni location familiare almeno per noi europei, eppure così fascinoso come le spiagge uruguaiane. Dove si va coi maglioni dai quali ci si libera solo quando il sole scalda un po’ di più.

Riesce infine a fondere con abilità le comuni vicende di una qualsiasi rivoluzione adolescenziale (ogni adolescenza coincide con la guerra, canta qualcuno) alla travolgente situazione della conturbante Alex.

Le cui conseguenze più profonde – paradossalmente, in quel limbo sessuale che è la sindrome di Klinefelter - si disegnano in negativo: vale a dire non avere alcuna certezza per poter scegliere cosa essere. O cosa non essere.
22.6.07

DIMENTICARE


Comincio a dimenticare. Profondamente.

A dimenticare. Nomi. Volti impressi su quei nomi. E, quindi, persone. Tante persone che hanno popolato - a volte invaso in tackle - la mia vita fino a tre, quattro, cinque anni fa. Anche di più. Anche di meno. Non saprei.

Ripenso e - però, questo il dato essenziale: al contrario di qualche tempo fa - comincio a riportare alla mente solo figure. Momenti velocissimi. Sai quelle foto dei taxi di New York presi in movimento, con le immagini che vengono fuori tutte sfocate e sbiadite? Ecco. La sensazione è esattamente quella. Significa: dimenticare. Significa: il tempo lavora. Significa: servono molti sforzi, più tentativi che in passato, per recuperare una certa informazione, una certa notizia. Un certo nome. Una certa sensazione. E' una questione mnemonica, prima di tutto.

C'è poco da fare. È il tempo. Certo. Ma il tempo da solo non basterebbe. Non basta mai, il tempo. Diciamocelo francamente. Da solo non cancella proprio un cazzo. Sotterra, piuttosto. È che in mezzo ci sono persone. Altre persone. Ci sono tanti progetti. Iniziati, lasciati a metà, portati a termine con successo. Insomma c'è la Vita.

E allora tutto questo per dire che secondo me ogni quattro o cinque anni avviene come un reset parziale. Una cancellazione automatica - chi ha la sventura di non esserci in quel momento, comincia a "farsi dimenticare". Gli altri, restano in barca assieme a te. Poco da fare. È così. La presenza. L'importanza della presenza. Hai voglia ad insistere.

Ed è anche giusto. Perché vuol dire che siamo psicologicamente e geneticamente programmati per andare avanti - e lo so, non scopro mica nulla. Per dimenticare per forza. Beninteso: non parlo di chissà quali esperienze - assolutamente no, sarebbe troppo facile. Parlo anche e in particolare della futilità. Della quotidianità. Di certe abitudini. Di certe frequentazioni. Di certe persone legate a quelle abitudini. Certe immagini, insomma. Le immagini metaforiche della nostra esistenza.

Tutto questo è sottoposto a revisione parziale - se non totale - ogni certo numero di anni. Non saprei quanti, davvero. Però so che facciamo un bollino. Strappiamo un tagliando. Paghiamo dopo aver speso e riscosso. E il carburatorista ci dà il via libera. "Via, avanti, altri cinque anni per Dio". Giustamente, c'è fila e bisogna darsi una scossa.

E questo - non vorrei che qualcuno fraintendesse - è bene.
21.6.07

(B)RAKES

Pubblicata questo pomeriggio su Extra! Music Magazine. Ieri sera avrò perso due chili due in liquidi. Sono ancora sotto flebo. Ma sono vivo. Ed è questo l'importante. Sempre.

***

The Rakes + Masoko + I've Killed The Cat @ Circolo degli Artisti - Roma, 20 giugno 2007 Roma 20/06/2007

La Murgia in pieno agosto e una qualsiasi foresta pluviale del pianeta Terra (di quel che ne rimane, più che altro). La media delle temperatura all’interno del Circolo degli Artisti, ieri sera, si aggirava più o meno su quegli insostenibili livelli. Più che una bottiglia d’acqua, la prossima volta mi presenterò equipaggiato di una flebo a soluzione salina. E un fornito pacchetto di fazzolettini ascellari.

Sono lì - in compagnia - per i londinesi Rakes. Il secondo disco, “Ten New Messages”, m’ha convinto – anche grazie alla tiratissima doppia produzione Abiss-Lynch. Sono due giorni che canticchio “We Danced Toghether” e “Suspicious Eyes”. Pretendo la prova pulsante e una conferma sopra il sei e mezzo. Viceversa, li eliminerò dalla mia testa. Non c’è scampo. Non c’è pietà. Per sempre.

Prima che la temperatura comporti la perdita della messa a fuoco – con le palpebre appesantite da gocce di sudore riconoscerò i Rakes solo dalle loro esagerate frangettone - distinguo “Confort” e “Alfonso”. Si, sono loro: i Masoko. Li sento più compatti del solito. Più granitici. Più cinici che in altre occasioni capitoline. Dopo, scorgo i milanesi I’ve killed the cat. Ma prima che inizi la “maratona” per i Rakes, fuggo in cerca d’aria. Rimane una bella sezione ritmica e tante camicie nere.

Rientro e i Rakes – dice che si vestono bene e che i fashion designers gli sbavino dietro: ieri sera sembravano un gruppo del dopolavoro ferroviario - sparano quasi subito “We Danced Toghether”. E alterneranno per un’ora abbondante – bis compresi – praticamente tutto il repertorio a disposizione, pescando a piene mani dall’esordio del 2005 “Capture / Release”. Sono più ferrato sul secondo lavoro, lo ammetto. Distinguo “Time to Stop Talking”. La bellissima “Little Superstions”. Il primo singolo in assoluto, “All Too Human”. Insomma: distinguo.

Però. Però il suono dei Rakes mi arriva slegato, sfilacciato. E va bene che il live è un’altra cosa, e nessuno cerca il disco. Ma i cinque londinesi (c’è un tastierista che non serve a nulla) sembrano la cover band di se stessi. Diligenti, non precisi. Genericamente corretti, non impeccabili. Non c’è il tiro. Non c’è il piglio. La ritmica – fiore all’occhiello di questa scena neo-post-punk o, come la definiscono altri con efficace epiteto, new wave della new wave d’Oltre Manica – non pecca ma nemmeno entusiasma. Una buona metà della sala è composta da aficionados, che seguono con calore. L’altra metà assiste come un mucchio di gente agnostica di fronte ad un'apparizione mariana: al di là della conoscenza o meno della band certe melodie avrebbero rapito chiunque se differentemente confezionate e spedite al pubblico.

E non bastano le istrioniche – e un po’ deficienti, sebbene divertenti – mossette di Alan Donohoe a riscattare una prestazione che, litro dopo litro, va incartandosi verso la mediocrità.

Il requisito minimo era un sei e mezzo. Il voto ottenuto, un sei scarso. La corte qui delibera: saranno dimenticati. Od umilmente seguiti per dovere di cronaca.
19.6.07

CUBA, IL CASINO DEL MONDO

Pubblicata questo pomeriggio su Extra! Music Magazine. Posto anche qui la recensione di "Cuba Particular-Sesso all'Avana" (Stampa Alternativa, collana Eretica, pp. 141, 10 euro) perché ritengo che un autore come Alejandro Torreguitart Ruiz sia imprescindibile. Più persone e lettori lo conoscono, meglio è. Andate a comprarvi 'sto libro. Subito.

*

“Ai tempi di Batista Cuba era il casino degli americani. Adesso è il casino del mondo”.

Ormai aspetto gli scritti e i romanzi di Alejandro Torreguitart Ruiz come fossero quelli di un amico di sangue. Col quale posso rimanere in contatto soltanto grazie, appunto, a quanto mette su carta. C’è una specie di ansia, ogni volta che so che qualcosa di suo è arrivato nelle mani del buon Gordiano Lupi, che ne cura l’edizione italiana. E’ la nuova generazione degli oppositori di Fidel, quella di Alejandro. Una generazione ormai disincantata fino al midollo osseo, che tira avanti a campare in un grigiore non più montante, ormai. Ma definitivo e senza appello.

Il punto è che anche in questo “Cuba Particular-Sesso all’Avana” – fra cazzi e jineteras, avventure e delusioni, sogni e stolte speranze – Alejandro riesce come nessun’altro a passare una sensazione incredibilmente disarmante: l’immobilismo totale. Quel misto di decrepitezza, assenza definitiva di prospettive e impossibilità di sviluppo sociale in cui Cuba e tutti i cubani ristagnano da anni – compresi gli eufemistici “nuovi ricchi” di Fidel. In particolare la Cuba del “periodo especial” iniziato nel 1991 e, a ben leggere, mai finito.

Dopo le storie delle jineteras e dei machi di carta, Alejandro entra ancora più nella cellula fondamentale della sopravvivenza cubana: la villa particular. Nient’altro che una casa privata le cui camere vengono affittate in ogni momento dell’anno – tranne in ottobre - dai proprietari ai turisti che viaggiano fuori dal circuito istituzionale.
Quelli che non cercano piscine e grandi alberghi. Quelli che rischiano. Quelli che cercano sesso, sesso, sesso. Che cercano le quindicenni – e i quindicenni - mulatte. “Tutti maiali”. Tutti con un sacco di dollari – ma nemmeno tanti – da utilizzare per autocelebrare il proprio ego in una guerra fra poveri.

Dentro alla villa di calle veintitrés, quartiere Nueva Vedado, c’è Isabel, ex giornalista di regime. Oggi ridotta a matrona e tenutaria di un casino (a suo modo: un casino ordinato e umanamente caldo). Affianco a lei, Paco: suo secondo uomo. La ama, ed ha accettato Anabel, la bimba avuta dal precedente matrimonio. Paco di fatto manda avanti la casa: cucina al ritmo di Willy Chirino e José Feliciano, fa da tassista agli ospiti, oltre al lavoro grigio con le prostitute che c’è da fare.
Intorno a loro – dentro di loro, alle loro teste e ai loro corpi – si aggirano personaggi di ogni genere, avventurieri del sesso, turisti per modo di dire.
Luis, “il Portoghese”, che ama le minorenni. Carlo, il frocio che ama i minorenni. El mosquito, Roberto, un italiano tirchio che - quando viene a Cuba – dice che Digna è la sua novia. Jean-Paul, un francese che comprerebbe tutto, pure l’aria. Mario e Luca. Franco. Italiani, francesi, portoghesi. Il mondo in cerca di culi sodi e donne bagnate.

Pare che Alejandro, nel pur minimo comun denominatore del sesso facile e a pagamento, abbia inteso spennellare le differenti sfumature che ogni vicenda può assumere. Finendo con lo scrivere un libro in cui italiani, francesi e portoghesi c’entrano poco, quasi nulla. Sono niente più che una nefasta conseguenza del cascante sistema di Fidel.
Al contrario, Torreguitart Ruiz è profondamente cubano. Nel suo stile veloce ci sono Digna e Manuela. Nori e Clara. Elaide e le quindicenni. Ti dà in maniera esauriente, come le foto di Wim Wenders, la Cuba di oggi. Le strade abbandonate da vent’anni, el amarillo (il vigile a bordo strada che regola i passaggi), il paesaggio se possibile ancor più disagiato dell’Oriente (Trinidad), gli avvoltoi, l’Avana vecchia.
E poi, certo: le jineteras, le prostitute – badate però che jineterismo, a Cuba, ha una connotazione ben più ampia: designa tutte quelle attività illegali o semi-legali connesse al denaro dei turisti. E i loro sogni, la loro femminilità distrutta dal non avere altra risorsa per vivere che vendersi. Punto. E che però, a questa risorsa, legano spesso – e sbagliando, quasi sempre – la speranza di fuggire da Cuba. Scappare, anche con un aguzzino o un maiale di cliente. Verso l’Europa.

Ne esce un libro triste che spacca il cuore. O meglio: melanconico. Scritto a tempo di son, salsa e merengue. Letto immaginandosi Paco che balla leggero a tempo dei successi controrivolzionari Cuba Libre e El Collar de Clodomiro da una camera all’altra, Isabel che fuma, Anabel che va a scuola. E i turisti che scopano – e si che Ruiz, come sempre, ci va giù durissimo, in quelle parti. E perché non dovrebbe farlo?
Un libro che al fortissimo sentimento di immobilismo ne lega, pagina dopo pagina, un altro ancor più straziante e legato a doppio filo: quello dell’eterno ritorno, del circolo vizioso. Di una stagione che finisce, e di un’altra che inizierà assolutamente uguale alla precedente.

C’è poco di nuovo, Digna. Finisce un anno e ne comincia un altro. Tutto resta uguale, in fondo”.
18.6.07

C'E' STATISTA. E STATISTA.


Chi ha votato alle ultime elezioni politiche?

"I DS. D'Alema è il migliore politico che abbiamo. Un grande statista".

Se si andasse al voto oggi

"Rivoterei D'Alema".

Stefano Ricucci (Marito di Anna Falchi. Immobiliarista).

16.6.07

GIOCO A SOMMA ZERO

18:08 Giovani sposi "benedetti" da trans
Claudio e Fabrizia, due giovanissimi sposi romani, mentre erano alle prese con le
foto di rito nei pressi del Colosseo, hanno deciso di lanciarsi nel festoso (repubblica.it, 16/06/2007).


Pare che il Gay Pride stia andando alla grande. 500mila persone, affermano gli organizzatori - ma gli organizzatori, di qualsiasi colore od orientamento sessuale siano, dicono sempre un sacco di cazzate. Più probabilmente, dietro ai 40 carri allegorici - più tardi vorrò ben deliziarmi con qualche galleria fotografica, in particolare alla ricerca del carro allegorico dedicato alla Binetti in cilicio-version e boa al collo - saranno oltre centomila. Che è una cifra pazzesca, di questi tempi. Ne sono francamente felice.

Il punto, però, è un altro. Mi pare infatti che quest'anno manifestazioni come il Gay Pride - che si sta celebrando fra Ostiense e il Colosseo - abbiano fortemente allargato la propria oscillazione andando a ricomprendere valori e principi universali e generali. O che comunque larghe fasce della popolazione - non necessariamente omosessuale - sentono fortemente tali ed intimi.

Non a caso, lo slogan di quest'anno è "Parità. Dignità. Laicità". A ben vedere, solo il primo dei tre sostantivi può riferirsi strictu sensu alla barbara situazione di discriminazione che molti omosessuali continuano a vivere in molte parti del mondo - e nemmeno quello, tutto sommato.
Il che è una riconferma ex post che la dura e forsennata "chiusura" delle gerarchie ecclesiastiche rispetto al riconoscimento dei più elementari diritti civili anche alle coppie di fatto e, più in generale, la nuova battaglia intrapresa come "parte in causa", come gruppo di pressione, come lobby insomma, è destinata a produrre conseguenze nefaste sul piano sociale.
La perdita dello spirito ecumenico - o, badate bene, la sua ristrutturazione in chiave reazionaria e necessariamente di corto raggio - si farà sentire profondamente "dentro" la società italiana. Soprattutto finché la classe politica non riuscirà a sentirsi finalmente - nel 2007, sarebbe ora - libera ed affrancata da quel non expedit che solo formalmente Benedetto XV ha abolito nel 1919. E a produrre così decisioni rispettose ma autonome e "giuste".

Il più grave strascico - direi: quello che produrrà più danni negli anni a venire - è che una politica del genere rischia di tagliar fuori larghe fette di cittadini cattolici praticanti e no ma comunque educate nell'ambito della sensibilità cattolica. Persone che non riescono e non riusciranno a sentire propri precetti che necessariamente rientrano nell'assurda logica del "gioco a somma zero". Dove si è dentro. O si è fuori. Che prima si sarebbero detti senza dubbio alcuno cattolici. Ed oggi non sanno che dire.

Molti rimarranno fuori. Molti sono al Gay Pride di oggi, al di là dell'omosessualità.
15.6.07

Audiospamming, seconda - Interviene il Garante

Ne avevo già parlato - con una certa lungimiranza, ma certo scoprendo l'acqua calda - qui, qualche mese fa.

Si riparla - per fortuna - di quello che ho ribattezzato audiospamming.
E cioè, molto semplicemente, l'infinita, incessante e quotidiana caterva di telefonate (non richieste né autorizzate) che rendono i nostri numeri fissi delle vere e proprie discariche di prodotti e servizi di ogni genere. Dei quali, ovviamente, ci viene proposto con l'insistenza che solo dei contratti a provvigione possono creare, il "vantaggiosissimo" acquisto o abbonamento.

E' notizia di oggi che il Garante per la Privacy ha disposto una serie di provvedimenti che mi pare più dura e restrittiva. Si può approfondire con l'articolo di Repubblica.

In sintesi, i provvedimenti dell'Authority capitanata da Francesco Pizzetti sono racchiusi in cinque punti. Gestori e call center dovranno:

- interrompere l'uso indebito di numeri telefonici raccolti ed utilizzati a scopi commerciali senza il previsto consenso da parte degli interessati;
- regolarizzare le banche dati informando gli utenti e ottenendo da essi lo specifico consenso all'utilizzo dei dati per scopi pubblicitari;
- informare con la massima trasparenza gli utenti anche al momento del contatto sulla provenienza dei dati e sul loro uso;
- registrare la volontà degli utenti di non essere più disturbati;
- interrompere l'utilizzo illecito di dati per attivare servizi non richiesti (segreterie, linee internet veloci);
-effettuare controlli sui responsabili dei trattamenti svolti presso i diversi call center.

Questo significa che, qualsiasi società non rispetti questi regolamenti - e dunque, tradotto: chiunque vi offra sei chili di salamella in offerta speciale al vostro numero fisso, senza che voi abbiate mai autorizzato la Franco Porcelli Alimentari Riuniti all'utilizzo dei vostri dati - sarà fuori legge.

Potrete ben dirlo, ai giovinotti affamati di provvigioni che vi telefonano con quel loro piglio da sotuttoiotuseiuncoglionecomefaiarifiutarel'offerta: siete-fuori-legge.

Personalmente, imbastisco ogni volta - addirittura quando sono io stesso a chiamare, per quelle poche faccende che gestisco per telefono, tipo le capsule della macchinetta del caffè - discussioni puntigliose ed argomentate (si, ebbene si: sono lo scassacazzi della situazione). Che, quantomeno, mi fanno attaccare la cornetta con quello spirito da condottiero dei consumatori che poi, si, me lo sbatto sulle palle. Ma almeno c'ho provato, che diamine!

Se poi, come oggi, l'Autorità mi dà una mano, allora pian piano qualcosa cambierà. Ed io avrò risparmiato diversi mesi di vita (sommando i minuti sprecati al telefono), qulche euro che non saranno riusciti a spillarmi e tante incazzature.

Oltre che - più importante - la dignità di poter contare sui miei diritti di cittadino-consumatore (minchia, parlo come il presidente dell'Adiconsum).

14.6.07

In piedi sul mondo che crolla e che forse finisce


E' un fatto che mi rattrista, da sempre.

Più che tristezza, dipinge in realtà meglio di molti altri eventi il tempo che passa. Stronzo. Bastardo. Bergsoniano - a proposito di Henri Bergson: intuizione, flusso, evoluzione creativa, tempo come dimensione senza confini. Consiglio davvero a tutti quelli che, come me, hanno dubbi e grattacapi sul tempo, di approfondire cosa diavolo ne dica quel grandioso filosofo parigino.

Dunque. C'è una cosa che mi colpisce sempre. Ed in maniera sempre più forte in proporzione al tempo che trascorre. Sembra una cretinata. In realtà è una roba serissima.

Incontrare per strada i professori delle medie (o del liceo, ma del liceo meno) visibilmente invecchiati. I quali, spesso, non ti riconoscono. O che tu, chissà perché, tenti di evitare con abili gimcane.

Mi è capitato poco fa. Stavo andando a pagare i miei sonori 366,13 euro di (seconda) rata universitaria.

Proprio sotto casa mi passa davanti un professore avuto alle medie inferiori. Un professore di musica. Uno di quelli strani. Molto precisi. Quadrati. Fobici. Però simpatici. Di quelli, insomma, con la camicetta celeste a maniche corte infilata dentro i pantaloni grigi e la borsa nera in simil-pelle (oltre ai capelli bianchi, ma quelli li aveva già all'epoca).

Solo che in faccia gli ho visto il tempo che è passato. Velocissimo, cattivo, imperturbabile come le turbine di un Boeing 777.

E non è il classico effetto "quadro-di-Dorian-Gray", quello cioè dell'amico incontrato dopo tanti anni. Una sensazione che, a ben vedere, possiamo provare tutti. No. Col professore - una persona che, per un periodo della tua vita, ha ricoperto un ruolo istituzionale e, se è stato in gamba, anche autorevole - nasce il contrasto fra le due concezioni che hai nella tua testa rispetto a quella persona.

Quante gliene hai dette, per esempio: gli hai augurato morti e disgrazie, insulti ed ingiurie. Si, certo: sarcasticamente. E solo perché il quadro sociale dell'epoca (cioè il frame "scuola") te lo imponeva in quanto alunno.

Poi però, dieci anni dopo (dieci-anni-dopo) - per strada, perché tutto, nonostante tutto, continua a succedere per strada - lo rivedi vecchio ed affannato sotto un sole troppo sole. Lui non se n'è accorto di essere invecchiato. Almeno, non se ne è accorto nel modo in cui te ne rendi conto tu.

E allora lì, proprio in quel momento, sotto lo stesso fascio di luce, arriva Bergson. A spaccarti la testa.
13.6.07

DECIDIATE! I soliti ignoti che ammazzano il congiuntivo

Posto volentieri e sottoscrivendo in pieno questo intervento di Massimo Gramellini che mi è arrivato per posta questa mattina.

I resistenti della grammatica - un gruppo di ecologisti del linguaggio e nostalgici dell'italiano che fu - scrivono dal confino per denunciare l'ultima strage perpetrata in questi giorni alla radio. Una pubblicità spiega le possibili destinazioni del Tfr (Trattamento di fine rapporto o, più realisticamente, Tanto finiremo rovinati) e invita gli ascoltatori a scegliere, con lo slogan: «Basta che vi decidete».

Anche chi pensa che il congiuntivo sia una malattia degli occhi dovrebbe avere cura almeno delle orecchie e sobbalzare al suono di quelle sillabe stonate: «deci-dete» invece di «deci-diate». Capita a tutti di sbagliare una «consecutio» mentre si parla in diretta alla radio o si scrive di corsa su un giornale.
Ma in questo caso la frase sgrammaticata non è un incidente. C'è una persona che l'ha pensata e altre che l'hanno valutata, discussa e approvata. C'è un attore che l'ha letta, un fonico che l'ha registrata, un tecnico che l'ha messa in onda. Possibile che nessun milite ignoto di questo sterminato esercito abbia tossicchiato il proprio dissenso, per rispetto di sé o della maestra elementare?

Si fa strada un'ipotesi ancora più agghiacciante. Che gli inventori dello spot sapessero benissimo di commettere uno strafalcione. Ma lo abbiano inanellato apposta, per avvicinare il messaggio al grande pubblico che ha ormai espulso il congiuntivo dai suoi discorsi.
Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht.
Chissà come ne avrebbe definito uno che, per rendersi simpatico, ha bisogno di analfabeti.
12.6.07

Grindhouse - A prova di Quentin

Pubblicata oggi su Extra! Music Magazine. La trovate qui e di lato. Intanto, però, ve la copio di seguito.

E’ un gran casino “Grindhouse – A prova di morte”. E come si sa, quando si entra in un casino, possono venirne fuori esperienze estatiche ed altre pessime.

Esattamente quel che accade con l’ultima, travagliata pellicola del rivoluzionario più storicista che il cinema abbia mai avuto. Che a Cannes ed ora nelle sale ha presentato senz’altro la sua opera meno brillante, visto che le osservazioni grigie battono di netto quelle positive.

Tante parole, dialoghi interminabili e sfuggenti per l’ascoltatore-medio (si fanno approfonditi riferimenti a serial tv, film, costumi che manco un mandriano del Texas saprebbe stargli dietro). Inseguimenti mozzafiato – divertentissimi per quanto immotivati dalla sceneggiatura. Copia – copia, si – di caterve di sequenze di film anni 70, dagli Z movies di Russ Meyer con protagoniste tettoniche eroine alla riscossa, fino ai film sui motori. Passando per l’amore dichiarato ai nostri sottogeneri gore e splatter – Lenzi docet. Fino alla spasmodica attenzione per tutto quello che è – guarda un po’ – pop-pulp.
Insomma: il solito trash – a tratti valido, a tratti demenziale come tutte le cose della vita – che Quentin da sempre guarda, pesca e rimonta. Un po’ – però - con la convinzione di essere l’unico a conoscerlo. E l’unico a poterlo recuperare con dignità. Ogni tanto anche l’antiquario prende un abbaglio.

Death Proof”, come tutti sanno nato accoppiato a “Planet Terror” dell’amico Rodriguez poi diviso e rimontato in tutta fretta per il mercato europeo, è spaccato in due parti.
Nella prima, un eccellente Kurt Russell organizza a puntino un terrificante frontale con quattro giovani e prorompenti divette di Austin che hanno trascorso la serata a fumare, bere, strusciarsi e parlare (troppo!) per locali. La sua auto “a prova di morte”, eredità insieme alle cicatrici del suo mestiere di stuntman, gli permette di scamparla e ridurre le poverette alla consistenza di un plasmon.
Fine del primo episodio, puntellato da ballatone sexy e funky scatenati tra Joe Tex, the Coasters e Smith (senza s).
Nella seconda parte, i ruoli si invertono. E tre alter-ego delle precedenti sventurate finiranno – dopo il solito pappone di dialoghi al tavolino del bar tipo la sequenza d’attacco de "Le iene" – a rincorrere stuntman Mike riducendolo quasi in poltiglia. In una chiusura marziale fra calci rotanti e cazzotti karatekici che – se un minimo di causalità resiste – dovrebbero vendicare le malefatte della prima parte. Tributo all’exploitation in tutte le sue salse (shock, sex, dyx e così via). Punto.

Il giudizio è, molto francamente: rimandato al prossimo lavoro. C’è il solito stile che molti trovano inimitabile ed altri pesantemente farraginoso. Io sono fra i primi, ma stavolta Tarantino esagera. Perché “Death Proof” più che un film sembra un saggio di regia. Un geniale compitino di ripescaggio del passato, senza la rielaborazione che segnava cose come "Pulp Fiction" o "Kill Bill".
Certo, la fotografia è maledettamente catchy – pare un film anni '70 mal conservato, ha detto qualcuno, ed è verissimo ma magari a quel punto uno si rivede “Beyond the Valley of The Dolls". Gli inseguimenti sono talmente scassati e folli che surclassano di gran lunga le patinate corse di "Fast and Furious": gli angoli della camera a tratti provocano enorme goduria, come in altre parti del film.
Però si percepisce che è una roba rimontata in fretta. Prodotta con un’autocelebrazione montante. Che non sta, insomma, in nessun progetto. Quasi, direi, un divertissement – pagato caro – di Tarantino.

Forse i produttori hanno sbagliato: hanno presentato negli Usa la versione doppia, dove quella abitudine ai “doppi spettacoli” e ai cosiddetti “cinema di cortile” è ancora viva. Poi, come al solito, in base alle scuregge degli statunitensi - che, se permettete, non sono le nostre - hanno pensato di dividerlo e proporci un mezzo film impiastricciato, confidando esclusivamente sul traino del nome. Per noi europei. Che una prassi del genere non l’abbiamo vissuta in proporzioni nemmeno lontanamente paragonabili a quelle degli anni ’70 americani. E che quindi – magari – da un doppio film saremmo stati attratti con più curiosità. E ne saremmo usciti un po’ più soddisfatti che non di fronte ad un esercizio di stile di un pur grandissimo personaggio del cinema.
11.6.07

MySpace. Fenomeni dell'approfondimento

La Repubblica "Affari e Finanza" di oggi - che poi ormai si occupa di tutto, forse di troppe cose, tranne che di affari e finanza - dedica molto spazio a MySpace.

Come al solito, per quanto tecnicamente i pezzi siano tutti ripettabili ed infiocchettati a dovere, a leggersi con attenzione i quattro articoli dedicati al "fenomeno del web" (bella l'espressione tipo cronista vecchio stile, no? Beh, la trovate in quegli articoli) se ne esce con una certa delusione ed un senso di stanchezza intellettuale disarmante.

Per carità, capiamoci: nessuno pretende dagli articoli di "Affari e Finanza" un contenuto ed un tasso di novità ed originalità pari a quello dei saggi di Derrick de Kerckhove. Ovvio.
Però 'ste finte inchieste pompate col sapore della scoperta - quando la scoperta è già stata fatta da un pezzo - e piene di pezzi ridondanti che si limitano a snocciolare dati - spesso interpretati malissimo - e poco altro, lasciano il tempo che trovano. E questo bisogna dirlo chiaramente.

E non parlo solo del fatto che de Kerckhove un gruppo come L'Espresso lo poteva anche chiamare - come ha fatto in passato - e chiedergli un pezzo, che uno magari si stufa pure di leggere sempre gli "ispiratissimi" ed ultra-banali articoli di Assante.
Parlo proprio del fatto che sembrano articoli per iniziati. Per novizi. Per analfabeti della rete. Per gente che non ne sa assolutamente nulla.

Il che non è accettabile dall'approfondimento settimanale di Repubblica. Sarebbe comprensibile, al massimo, sull'edizione principale. Ma non sul secondo dorso dedicato esattamente a "queste" tematiche - "new economy, aziende, borse, risparmio".
Dov'altro dovrei cercare - nell'editoria omnibus, intendiamoci - un approfondimento degno di questo nome? Perché un lettore mediamente informato - quando non ferratissimo - viene trattato come un idiota della Rete?

E poi è tutta una roba fatta in casa. Non c'è, per esempio, la raccolta di una testimonianza diretta di qualche band o personaggio che si sia avvantaggiato da My Space. Che ci spiegasse a che livello e fino a che punto MySpace è stato davvero dirimente ed essenziale per la sua esplosione - voglio dire che di leggende metropolitane su successi facili e veloci ne girano tante. Andiamo a vedere la realtà.

C'è, invece, il solito pezzone-guida utile davvero a chi non ha mai acceso il computer. La scontatissima cartella e mezza dell'Assante sul solito discorso reale-irreale-cibernetico che nemmeno lui sa più quel che spara. Un altro paio di pezzi - con contestuale smarchettamento dell'avvio della community di Radio Deejay - che focalizzano sul panorama italiano.

A parte una carrellata di dati, tanti epiteti lucidissimi e qualche periodo azzeccato non c'è niente. Ma perché dobbiamo leggere 'ste cose?
8.6.07

Telegrafo

"A Londra, feci alcune curiose esperienze. Per esempio, andai ad una festa in costume travestito da palo telegrafico. Giravo per la stanza con le braccia tese che avrebbero dovuto essere i fili e tante borchie bianche sul petto che avrebbero dovuto essere gli isolatori di procellana. Durante questa festa mi avvenne di incontrare una donna vestita da sfinge: era bella, aveva un elmo di capelli neri e gli occhi azzurri. Scherzammo molto insieme durante la festa e alla fine lei mi diede un appuntamento a casa sua. Il giorno dopo pioveva a dirotto, una pioggia veramente loninese. Presi un taxi, andai a finire in un sobborgo lontanissimo. Trovai la casa, suonai alla porta, non rispose nessuno e tornai a casa mia. Il giorno dopo le telefonai con una tale violenza che lei si spaventò e mi ridiede l'appuntamento. Tornai nella casa del lontano sobborgo e questa volta la trovai gentile, forse pentita, ma ferma. Mi disse con semplicità che non poteva fare l'amore con me perché era solita farlo da sola. Questo era più forte di lei e non poteva farci nulla. Rimasi sbalordito come se la vera faccia della vita mi si fosse ad un tratto scoperta per poi ritornare misteriosa e indecifrabile".

Alberto Moravia, Alain Elkann - "Vita di Moravia" - Bompiani, 1990 - p. 55

7.6.07

DALLE PARTI DELL'ELECTRO-SONGWRITING

I So:Ho sono un trio torinese con un disco omonimo alle spalle. Capitanati dalla voce della bella Lara Pagin - di cui sono follemente innamorato da almeno due anni, e non so davvero cosa fare - tornano in questo periodo col secondo album, "Immobile" (V2-Edel). C'è dentro un sacco di roba. Siamo dalle parti dell'electro-pop elegante che ammicca alla canzone d'autore. E non rinuncia al piglio dancefloor. Per quanta electro-cacca ci esaltiamo ogni settimana? Abbiamo una band di buon livello, ottime idee e levigatissima produzione (stavolta c'è anche Carlo. U. Rossi). Donc: radiofonia per menti duttili.


L'altra sera, invece, ho avuto il piacere di assistere alla presentazione del nuovo lavoro firmato da IG. Ovvero: il progetto di Gianni Maroccolo (mitico fondatore dei Litfiba e poi con mezzo mondo musicale nostrano e no) e della virtuosa cantante bresciana Ivana Gatti. "Bastian Contrario" (Alabianca-Edel) è un modo di vedere come l'elettronica possa declinarsi in mille sfaccettature diverse. Qui, infatti, si naviga nei territori dell'electro-ambient. Dove, pure, non sfuggono delle invasive ritmiche rock trascinate dal basso di Marok e della batteria di Luca Bercia (Marlene Kuntz). Esperienza gradevole ed intensa. Soprattutto per la voce della Gatti, che con ironia e fascino le prova tutte. Senza sbagliarne una.
6.6.07

Nipponate!

Vi prego. Concedetevi qualche minuto. Vi prego con tutto il cuore.
Anche se la BCE ha nuovamente alzato i tassi d'interesse e chi ha un mutuo (e le rate, e il nostro deficit pubblico...) s'attacchi. E tiri.

Sgombrate la mente da Montale - esame dato questa mattina con brillantezza.
Togliete di mezzo Russo Spena. (Si, sempre lui. Sarà già al Senato? Cosa starà combinando? E soprattutto: cosa starà dichiarando?).
Liberate l'intestino dagli ultimi avanzi dell'involtino di wasabi di ieri sera - pesantino, nevvero?
E non fatevi distrarre da un signore che vuole andare a passeggio a Trastevere con 40 auto di scorta e qulche migliaio di uomini equipaggiati come UFO Robot al seguito (di sabato pomeriggio, fra l'altro. Pure il sabato, ci tolgono).

Immergetevi - come amavo fare da ragazzino- in un'estemporanea puntata cibernetica di "Mai dire Tv". E cliccate qui sotto. Enjoy.


5.6.07

Russo. sPena.


Ora. Mi capita con diabolica puntualità un fatto di cui, come dire, mica vado fiero. No. In effetti no. Però, tant'è: accade con una cadenza inequivocabile e massacrante. Sta divendando un paranoico ingranaggio. Da cui devo scappare. Ma non so come.

Ogni sacrosanta volta che ho un impegno, un contrattempo, un appuntamento - di qualsiasi genere, dal più cretino al più importante - che mi porti a dover sospendere il mio continuo aggiornamento sull'attualità - credo seriamente di essere malato, su questo punto - il panorama politico mi cambia sotto il naso. Op-là.

E' accaduto con la crisi della maggioranza di febbraio. Lo ricordo benissimo.
Entro in palestra che tutto va bene. Esco, tempo di inquadrare le facce malformi (per l'occasione) di chi mi circonda. E capisco che il Governo Prodi esiste grazie a Follini.

Vado a comprare il pane di sesamo (dico così per dire: magari anche la salsa tartara), ed ecco che Mastella chiede una verifica, "altrimenti la maggioranza non c'è più".

Mi invitano alla presenazione di un disco. Vado. Mi rimpinzo di cornettini col salame e pasta fredda coi ceci (c'era pure l'insalata di gamberetti e i mignon). Rientro satollo: e scoppia la crisi sulla Guardia di Finanza. Ne saprò di più su Pippo Pippolini e la sua band - come no, so' soddisfazioni. Ma intanto mi si è sbriciolato un Governo da sotto i piedi.

Domani, per dire, con una precisione mefistofelica la situazione si ripeterà.
Stavolta avrò un esame che prevedibilmente mi porterà via la mattinata. Per fortuna che il voto è fissato per la tarda serata, ma non è detto che al ritorno a casa debba ritrovarmi senza un Governo. Oppure con 450 mozioni e 56 ordini del giorno sui quali nemmeno Bobbio e Cencelli in coppia saprebbero far chiarezza. E sui quali la maggioranza rischierà di scivolare pericolosamente.

Lo so. Lo so. Starete pensando che, dai, mica dipende da me. E' che con una maggioranza così sfibrata, è un problema comunissimo: uno ormai non può più nemmeno andare a mettere benzina (a proposito: provvedete, che domani e giovedì per colpa di una categoria di maledetti speculatori le pompe saranno chiuse), che magari rientra e Pecorario Scanio s'incatena ai binari della val di Susa. E chiede una verifica, "sennò il Governo non c'è più".

Che poi, ci stavo pensando proprio mentre scrivevo, in associazione con questa maledizione si verifica usualmente un fatto ancor più inquietante. Russo Spena. Esatto, si, proprio lui: il Presidente dei Senatori. Il quale col suo tono mellifluo e apparentemente tranquillizzante ancorché pacato, profetizza l'ennesima batosta.

Ecco. Speriamo che almeno per una volta Russo Spena lasci le mie prossime venti ore di vita libere e pulite. niente Ansa. Niente dichiarazioni.

Russo Spena non dire un cazzo, ti prego. Nulla di personale, te lo garantisco. Ma magari è la volta buona che rompiamo il maleficio della crisi. E io mi libero da una malaugurante sequela di coincidenze politiche.
(Che poi alle elezioni dei rappresentanti di classe, al liceo e alle medie, vincevo sempre. Con più voti di scarto di quelli che ha Prodi al Senato. Quindi io non c'entro. No. Votavano per me pure le canaglie, votavano).
1.6.07

"Le cose migliori, alla fine, le fa la RAI"

Un momento della trasmissione di ieri sera AnnoZero su RaiDue.

La puntata di ieri sera di AnnoZero è stata un raro - rarissimo - evento di "buona televisione", come non se ne vedeva da qulache anno a questa parte - e non è curioso che ci sia voluto il fazioso Santoro, ideologizzati e demoagoghi dei miei stivali?

Anzitutto linguisticamente. E cioè: la trasmissione è stata orchestrata stupendamente. Piazzando il breve documentario della BBC quale baricentro delle due ore e mezzo previste, gli autori hanno azzeccato sia gli ospiti che gli spazi ad essi dedicati. E soprattutto la cronaca di quanto è accaduto in Italia.

Poi nei contenuti. Inutile specificare che il reportage inglese "Sex and the Vatican" è tutt'altro che spazzatura, come molte cornacchie stramazzanti andavano cianciando nelle scorse settimane. Piuttosto, si tratta di una pura rassegna di alcuni casi di pedofilia verificatisi - diabolicamente con le medesime costanti e lo stesso immobilismo ecclesiale - in mezzo mondo, dall'Irlanda al Brasile.
Peraltro, si è trattato di casi sui quali - mi pare - tribunali civili hanno emesso sentenze passate in giudicato. Quindi: non illazioni od ipotesi, ma narrazione di risultati giudiziari. E raccolta - pacata, elegante nel dramma, puntuale - di testimonianze delle vittime.
Nulla di originalissimo, giornalisticamente parlando. Un sano, snello e però profondo reportage in pieno stile anglosassone. Niente di più, niente di meno.

Dal quale, però, esce una tesi che mi pare innegabile: al di là del famigerato documento "crimen sollicitationis" (alla fine, un prontuario su come gestire i rapporti con la giustizia civile e l'opinione pubblica in casi come la pedofilia. Soluzione: tenere il segreto), si pone sotto accusa l'intera politica omertosa di larghi strati delle gerarchie ecclesiastiche che - nei casi narrati - mai sono intervenute per risolvere ma per insabbiare. Mai hanno prestato soccorso alle vittime, ma se possibile le hanno pressate a tacere. Mai - se non grazie alla pazienza del procuratore distrettuale di Houston, tanto per fare un esempio - hanno acconsentito a processi civili.

Punto. Poco altro da dire. E infatti AnnoZero e il suo conduttore Michele Santono hanno abilmente evitato di alzare i toni. Hanno doverosamente concesso ad un prete molto abile nello svicolamento, come Monsignor Rino Fisichella, tutto il tempo che ha voluto. Hanno invitato il lato più battagliero e stimabile della lotta alla pedofilia - don Fortunato di Noto. Ed hanno chiamato in studio - al di là della superflua presenza di Piergiorgio Odifreddi - l'autore del documentario.

Ma lo snodo, paradossalmente, non è stato il tanto temuto filmato.

Piuttosto, il culmine del programma è stato il racconto - abilmente diviso in due parti - dei nostri casi di pedofilia, delle nostre vergogne che i nostri vesovi rifiutano di accettare e punire - checché ne dica Fisichella. E che sono cominciati ad emergere solo nei mesi scorsi grazie alle attenzioni dei giornali liberi e seri.

In particolare le estenuanti testimonianze - alcune schermate, altre no - degli uomini e delle donne che hanno avuto la sventura di passare sotto le grinfie di un prete fiorentino, don Cantini, del quale avevo appunto già letto su Repubblica. Davvero un momento di altri tempi. Per la dignità dei racconti, la semplicità terribile delle confessioni, l'abilità drammatica di Santoro e la costruzione della tramissione, che ai fatti esteri ha saputo giustapporre come un guanto la cronaca diretta e chiarissima di quanto accaduto a Firenze, al Mugello e in Toscana per opera di quella specie di setta guidata da don Cantini.

Ho spento, alle 23,35, con una soddisfazione che aspettavo da tempo. E cioè quella di poter rinfacciare a tutti gli ideologi, a tutti i demagoghi, a tutti i censori e a tutti i faziosi di basso livello un intenso momento televisivo. Architettato da un professionista che, al netto delle idee mai nascoste, sa fare informazione pulita, fruibile da tutti al vaglio della propria coscienza.

E che in chiusura, proprio sui titoli di coda, ha giustamente sottolineato: "Le cose migliori, alla fine e con un po' di difficoltà, le fa la Rai".

E' possibile rivedere l'intera puntana sul sito di AnnoZero.