29.9.07

ANTONIO ALBANESE, FRA REALISMO E SURREALISMO COMICO

Devo dirlo. Antonio Albanese è da sempre uno dei miei artisti preferiti.
I suoi personaggi hanno rappresentato, davvero, uno dei pochissimi modi nei quali si dovrebbe fare comicità e satira nel post-moderno.

Fra l’altro, non mi affeziono difficilmente ai comici: non ho, infatti, mai avuto il gusto di legarmi feticisticamente al filone del comico. Raramente vedo i film, per esempio. Non stavo davanti a Zelig - l'unic frequentazione rimane il mitico Mai Dire Gol, ma non ho mai apprezzato le variazioni successive - e non partecipo alle serate di cabaret che proliferano a Roma. Ma Albanese fa eccezione. Da sempre. Da Epifanio. E poi da Uomo D’Acqua Dolce.

Questo perché la sua arte è una mistura sopraffina di popolarità e surrealismo comico. Vale a dire: ha il pregio di far ridere con grande intensità. Però è come se ti dicesse sempre: “Aspetta! Guarda che tu ridi, ma Cetto La Qualunque è il tuo sindaco! E' il tuo capoufficio! E' il tuo preside!”. Quindi: mai in maniera troppo diretta. Con Albanese c’è sempre bisogno di un breve scatto, del clic spitzeriano (?). Di un’analisi positivamente radicale: scavare nelle fondamenta dei suoi personaggi. Che sono infatti sagome immortali: non sono costruiti al semplice fine di veicolare la satira. Ma sono satira e comicità essi stessi. Incarnano la declinazione di alcuni tipi italiani con un registro molto vario.

A volte, pendono più verso la parodia. Altre volte, verso il non-sense. Il più delle volte, però, sono una sorta di realissima rappresentazione delle brutture italiote. Ecco perché, in apparente contraddizione, la sua comicità è anche e soprattutto surreale: perché siamo ormai immersi in un meccanismo continuo di contraffazione, copertura, cancellazione delle brutture a vantaggio di un facile e soporifero luccichio quotidiano, che vedersi rappresentati – alla radice – alcuni tipi totalmente onesti e grezzamente schietti nelle loro assurda verosimiglianza – e penso, appunto, ad uno per tutti: l’antipolitico La Qualunque, quello di “Chiù pilu pi tutti!” - risulta quasi insostenibile.

Ecco perché Antonio Albanese, il gentile propositore di storture umane realissime in salsa talmente chiara, e quindi antiretorica, da risultare infine surreale, non è amato da molti. Perché la comicità dell’ultimo decennio ha scelto alcune strade facili che hanno viziato il pubblico, stordendolo e impigrendolo assai: il puro gioco linguistico. Il cinismo fine a sé stesso. L’urlo e lo schiamazzo, che pretendono la risata. Il pubblico, si direbbe, non dispone più degli strumenti necessari a decodificare forme più mediate e complesse.

Albanese no. Albanese costruisce personaggi della porta accanto. Tanto veri quanto irreali. Tanto verosimili quanto spietati - devo ricordarvi l'insostenibile Alex Drastico? Tanto impresentabili quanto possibili. E quando, effettivamente, si tratta di sagome “fuori dal Reale”, sono comunque simboli e coacervi del sentire comune. Per me, il Ministro della Paura – visto nel suo spettacolo teatrale della scorsa stagione, Psicoparty – è una delle più azzeccate e strazianti invenzioni comiche del secolo. Del nostro secolo.

Stasera Cetto La Qualunque torna in Rai. Dopo quattro anni. Dopo Non c’è problema, oasi gentile e raccapricciante che tanti sonni ha accompagnato, chiuderà le puntate del sabato di Che tempo che fa di Fabio Fazio.

Saremo tutti lì davanti, a far schioccare le nostre lingue col labbro inferiore, come faceva Epifanio, buon vecchio amico di tanti inverni adolescenziali.
24.9.07

L'EGOISMO PATOLOGICO E IL MONDO COMPRESSO

Ho sempre pensato che alcuni fenomeni – in particolare legati a quel pentolone bollente che in molti si ostinano a definire, con odioso epiteto, “universo giovanile” – fossero troppo spesso analizzati in maniera puntuale e non olistica. A me piacciono le ragioni globali, le analisi che poi – alla fine, quando alle due di notte ci salutiamo e tu torni a casa – riescano a dare una chiave interpretativa ad un’intera (turbolenta) gamma di questioni sociali. Insomma: detesto le “ricette per il caso del giorno”. Penso che chi mi legge da molto l’abbia ormai capito. Mi piacciono, invece, le “matrici”. Le ragioni ultime. Non sono Kant, ma faccio del mio meglio.

Qui affianco sulla scrivania c'è Repubblica di oggi. Prima, sfogliandola, mi sono imbattuto nella micidiale foto a tutta pagina di Oliviero Toscani. Si tratta della campagna “No Anorexia” per il brand Nolita (la foto è quella pubblicata qui sopra). E allora alcune riflessioni che porto avanti da sempre sono riaffiorate con forza.

Non la faccio lunga: ho sempre pensato che anoressia, bulimia, spaccio giovanile, violenza adolescenziale, consumismo compulsivo ed altri fenomeni di questo tipo che, appunto, ad un primo sguardo sembrerebbero slegati fra loro e molto lontani in quanto a causa ed effetti, siano in realtà collegati da un profondo humus di egoismo. Non vedo distanze siderali. Vedo, piuttosto, piattaforme comuni.

E’ come se fosse in atto in larghe fasce della popolazione – in parallelo ad altrettanto larghe fasce che invece, anche grazie alle nuove tecnologie, “aprono le proprie porte al Mondo” – una sorta di inarrestabile e feticistico ripiegamento su sé stessi. Una invincibile concentrazione sul proprio Ego – dettata, questa si, da ragioni magari differenti ma che sfociano poi tutte, appunto, in un egoismo patologico – che io trovo fondamentale per capire al meglio questo tipo di fenomeni. Per non cadere nel vittimismo. Per non cadere nel superomismo.

Insomma, lo dico in parole spicce, ma spero chiare: costoro non hanno mai avuto minimo contatto ed esperienza di quello che è il Mondo nella sua terrificante realtà? Nella sua prassi di prevaricazione? Nelle situazioni dolorose e mostruose? O, viceversa, nelle sue realtà luminose, emblematicamente risolutive, stoiche ed eroiche? Ecco il punto. Ed ecco la mia grande ammirazione per Giovanni Paolo II: la scoperta della relativizzazione del dolore.

Il vecchio Papa – sin dal famoso “aprite le porte” e fino alla sua morte in diretta mondiale – ha fatto passare un messaggio di vastissima portata, questo si la sua vera rivoluzione morale: il dolore esiste in forme diverse, in modi diversi, in situazioni diverse. Ogni forma – beninteso - ha la sua dignità, nel senso che è degna di attenzione e di risoluzione. Ma ogni forma deve anche saper relativizzarsi, vale a dire sapersi auto-inquadrare, prendere coscienza di sé stessa. E spesso, magari, diventare a sua volta una forma di sollievo per altri generi di dolore. Nessuna classifica dei dolori, ma una coraggiosa presa di coscienza che il mondo somiglia più ad un puzzle venuto male, che a una sfera perfetta di un vetraio di Murano.

Nel mio piccolo ho sempre sperato che le persone coinvolte da tutte le patologie – nel caso di anoressia e bulimia – o dagli atteggiamenti di spregio della legalità ma soprattutto di “rifiuto suicida del proprio futuro”, potessero aprirsi anche grazie alle nuove tecnologie. Forse sono un illuso.

Mi spiego. Un tempo era possibile – e probabilmente corretto sotto il profilo sociologico - giustificare ridicole ma sensate forme di strettissimo determinismo ambientale. Il Mondo, in effetti, era enorme. Era percepito come “invincibile” e sconfinato. Servivano fortissime dosi di idealismo e di passione per “muoversi”. E per farlo sperando che qualcosa cambiasse. L’informazione non aiutava e le tecnologie marciavano ancora a tappe lente.

Oggi, al contrario, il nostro Mondo è compresso – come diceva un mio vecchio professore - oltre che trasparente e liquido, come dice Bauman. Non parlo di qualità dell’informazione – e per favore non commentate alludendo a questo aspetto.
Alludo solo del fatto che – come la si voglia mettere - non c’è più la giustificazione di trent’anni fa riguardo la non-conoscenza, l’ignoranza, la disinformazione rispetto al dolore – ma anche al bello – che infesta il mondo.

Insomma: oggi ognuno di noi sa da che parte stare. E deve schierarsi.

E invece si assiste da almeno un ventennio ad una paradossale non-scelta morale, ad un’etica imperante del sé stessi: larghe fasce di popolazione scelgono di stare sempre e solo dalla loro, di parte.
Non so. Rischierò di essere brutale e frainteso, e magari anche peccare di un semplicismo radicale, ma credo proprio che – per esempio – alla base dell’anoressia ci sia l’assoluta non-relativizzazione della propria posizione socio-individuale, che proietta chi ne è colpito in un universo di egocentrismo sfrenato e di severità assoluta con sé stessi. Quando l’attenzione e la severità andrebbero dirette ad altro. In sostanza: questi fenomeni sono la cronicizzazione psicosomatica dell’egoismo.

Possibile che le vittime di queste terribili malattie o i protagonisti di questo altrettanto patologico “rifiuto del proprio domani” non riescano a compiere questa scelta di campo, a spazzare via la ruggine di un egoismo canceroso che li guida ogni giorni di più al paradossale isolamento nel pieno della Società della Comunicazione? Ad uscire dal proprio guscio – sia esso il contorto universo del pusher di quartiere, l’enigmatica bilancia dell’anoressica o l’assoluta superficialità del fashion-addicted – e, se hanno qualcosa da ricercare, ricercarlo al di fuori dei rimedi pronto uso che fanno solo il gioco del potere?

Direte voi: servono modelli, strumenti e stimoli per farlo. Lo so. Ma siamo anche circondati di situazioni di radiosa autosufficienza, di coraggio spassionato, nelle quali l’uomo s’è salvato da solo. E, da solo, ce l’ha fatta.

In fin dei conti, la carenza d’affetto – e tanto meno altre ragioni, stoltamente deterministe o meno - non possono diventare un alibi per distruggere. O per autodistruggersi. Nemmeno per le anoressiche. Nemmeno per il figlio dei divorziati. Nemmeno per l’orfano. Perché non impiegare le proprie forza per conoscere e, poi, agire al di fuori del proprio ego?

“Se l’uomo non si rende conto di essere uomo, chi potrà mai farglielo capire?”.
19.9.07

IPHONE: IL NOUMENO DELLA MASSA

Ascolto un EP folle di un tipo che dovrò intervistare - vi dico solo che un pezzo si intitola "Se i marziani atterrano possiamo intervistarli?". Un gran cazzone. Ma davvero spassoso. Nel frattempo rifletto che dovrei trovare tempo e voglia per andare a tagliarmi i capelli. Cominciano a funghizzarsi. E poi stasera c'è la Roma (lo so, non c'entra un cazzo coi capelli). E vi copio qui sotto un degli articoli usciti nel numero di settembre di Inside Italia - The Living Art Magazine. Si parla - e come avrei potuto evitarlo - dell'IPhone. Ma in un modo, come dire, tutto particolare. Lo trovate online anche qui. Ma vi consiglio di comprarlo in carta. Ma che chiusura ho scritto? No, dico: che chiusura ho scritto?

*

È l’oggetto assoluto. Il noumeno della massa. Perché abbatte la (funesta) categoria da sempre terrore dei tecno-maniaci: la separazione. Delle funzioni. Degli standard di comunicazione. Dei supporti. Nell’Iphone c’è tutto. E punto: basta farsi un giro su Youtube.
Anche esteticamente – questo il dato essenziale – è assoluto: il mefistofelico aggeggio in vendita da luglio negli Usa e che in Italia arriverà spaccato per i regali di Natale è la definitiva certificazione via oggetto del superamento dell’immagine sulla typographical mind di postmaniana memoria. Oltre al fatto che – sì, torniamo a bussare alla bara di Duchamp – l’Iphone è un po’ come il celebre orinatoio newyorkese: il quotidiano imposto quale arte prêt-à-porter. Ready-made per il viziato acquirente-committente. Benjamin ha preso una cantonata: l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica la conserva, l’aura. Anzi: è ormai solo ed esclusivamente aura.
Il concetto di tastiera si è disintegrato: sui quei 3,5 pollici di schermo (che è poi l’oggetto stesso: ci porteremo in tasca uno schermo 320x480) più dita potranno intervenire orgiasticamente sui testi, sulle immagini. Su tutto. Quasi in un ritorno ancestrale alla scoperta del (nuovo) mondo tattile, come dei poppanti. Ci sarà da divertirsi. Ma anche da rabbrividire. L’Iphone sarà il panopticon (sbriciolato nelle nostre tasche). Bentham gode. Jobs se la ride.
17.9.07

MTV DAY 2007: FRA FRIZZI, LAZZI, LA STELLA E I CORNETTINI A SAN GIOVANNI

Perché alla fine, si, mi sono divertito. Perché, comunque, era una cosa di enormi dimensioni. Perché, come dico sempre, il problema non è che ci siano i Finley. Ma che la schiacciante maggioranza percepisca che ci sono solo i Finley. Comunque, beccatevi questo sarcastico report da Roma, Piazza San Giovanni. Pubblicata questa sera su Extra! Music Magazine.

*

Però i cornettini con salmone e formaggio erano buoni. E l’open bar traboccava di beveraggi d’ogni genere e tipo (addirittura i fantascientifici succhi di frutta giganti, quelli in bottiglia azzurra prodotti da una nota azienda del settore. Dai che li conoscete tutti…). C’era pure il gusto tamarindo, che piace tanto a Tamagnini (chi?). Poi c’era Martina Stella, che, insomma, si potrebbe anche rinunciare ad una Coca Zero, per lei. Che mise, ragazzi. Insomma, via, si stava di lusso. Diciamo(ce)lo. Da quegli unti suini che tutti siamo.

In fondo in fondo, tutti voi ipocriti salassatori tributaristi falliti avreste desiderato trovarvi nel backstage dell’Mtv Day 2007 a Roma, piazza San Giovanni. Dieci anni dell’emittente televisiva. Sarebbe disonesto sostenere il contrario. Non foss’altro che per criticare, amici miei, bisogna conoscere (“Conoscere per deliberare”, diceva qualcuno. Ma non mischiamo Einaudi con Maccarini). Alle 19 è passato pure il “Wartere” nazionale con signora e figlia – e che figlia! – al seguito. Ha parlato di talenti della musica, di copyright (almeno lui sa che significa), di musica e protesta. In tutta fretta gli si è accodato un Federico Zampaglione con fascetta tarzanica alla fronte – non s’è capito bene cosa volesse -, accompagnato per l’occasione da una stupenda Claudia Gerini in trecce modello Cappuccetto Rosso.

Prima, s’era fatto vedere un Alfonso Pecoraro Scanio in gran forma, stile Brokeback Mountain, ed una tiratissima Giovanna Melandri che ha discusso un po’ coi giornalisti di varie cose (non ricordo, perdonatemi: stavo bevendo una bottiglietta d’acqua frizzante al gusto di limone accompagnato da mezzo chilo di praline alla spigola).

Sul palco, ahiloro, non posso che salvare i Negramaro – esplosivi, decisi e precisi: c’è poco da dire – che anche in conferenza stampa, a parte qualche passo falso dovuto alla scoppiettante parlata salentina, sono sempre i più sinceri e sanguigni. E poi hanno detto che Lecce è viva come San Francisco. Mica poco. Poi dicono i surrealisti. Dicevo: i Negramaro. Che ho ascoltato sottopalco con Gianni Riotta alle spalle che tentava di evitare un devastante body surfing della delicata figlia. Peccato non avere un Curriculum appresso. Magari mi metteva a fare il tg dell’una di notte. Fracchia contro Dracula. Cosimi contro Ghezzi. Quando dici la sfiga.

Dopo un po’, però – ero lì dalle 14 – sembrava effettivamente di essere in un baby parking: cantanti con figli, figli dei cantanti, giornalisti con figli, figli dei giornalisti e dei conduttori – soprattutto: figlie. Figlie di ogni specie. Belle figlie. Senza contare il pubblico: una buona fetta, non so in virtù di quale concorso avesse messo in palio 879 pass, si trovava anche nel backstage. Ok, lo so: ormai si sa qual è il pubblico dei Finley – che, fra l’altro, ci credono parecchio e buon per loro. Ma non avrei mai creduto che per scorgere un venticinquenne avrei dovuto affidarmi agli agenti di polizia mandati a presidiare (con abbondanti e succosi sbadigli) la manifestazione dell’emittente di Antonio Campo Dall’Orto (grandi abbracci con Veltroni stile Carramba).

Bambini. Davvero. C’erano quasi esclusivamente bambini. Nonostante ciò, ho incontrato alcuni personaggi davvero magnifici ed enigmatici al contempo: in particolare un’addetta casting di Annozero che cercava qualche volto da portare in trasmissione (ehhh?? Qui???). Un etnomusicologo del Manifesto che scrive cosa lunghissime e noiosissime sulla musica mafiosa greca degli anni 30 (ehhhh? Qui???). Un corrispondente dell’Apcom (ehh? Qui?? Beh, si. Alla fine lui c’entrava) e qualcun altro di cui ricordo il volto ma non il nome. In ordine sparso, comunque (tipo le copertine di Dylan Dog: ecco, immaginateveli così), sono apparsi: Raiz con scoppola, Nicolas Vaporidis (chi?), Cristiana Capotondi, Carolina Crescentini, Elena Santarelli, Pierfrancesco Favino con ciuffo e figlio passegginato, Fabio De Luca (chapeau), Luca De Gennaro con t-shirt tamarra Live Earth Wembley. Oltre ai conduttori.

Insomma si, lo so. So in quale malvagia riflessione state impegnando il vostro cervello da stagisti: "Ma non c’era proprio nessuno!". Ed io che volevo tirarmela con la mamma della mia ragazza. E dirle che la gente che legge su Chi esiste. Ed è proprio uguale a noi: naso, bocca, occhi… Poca roba. Poca. Comunque.

Tornando alla musica. Bravo Allevi, ma non c’entra un cazzo. L’han fatto suonare alle 15,38 con un gran caldo e la piazza semivuota – in proporzione ad eventi di questo tipo. Ma “Back to life” è divina. Perché voler appropriarsi di un genere solo per ammantarsi di esser di larghe vedute? I Verdena al solito: tosti quando c’è da battere. Morti nelle ballate. Le Vibrazioni l’ho visti poco, ma almeno divertono il pubblico. I Finley erano i veri headliners. E non fatemi dire altro. La Grandi non ha più voce. Tiromancino qualche riarrangiamento reggae carino, niente di più. Elisa: ero a mangiare i cornettini con salmone con contorno di scagliette di parmigiano. Negramaro ipse dixit.

Insomma: una sudatissima giornata di fine estate fra trombe e trombette, microfoni e gelati, frizzi e lazzi. Mancavano Cochi, Renato e Fabrizio Frizzi. In compenso, c’erano la mousse al caffè e Victoria Cabello – che è l’umanoide più gentile e carino in cui mi sono imbattuto in dieci ore.
14.9.07

I WONDERED IF YOU MIGHT BE MY COUSIN

Poco fa ho ricevuto questa mail sul mio profilo My Space - anzi se lo volete visitare, eccolo.

E poi dicono che ormai la vita s'è trasferita sulla Rete...

(Per la cronaca: non credo che la Cathy in questione sia mia cugina. C'è tuttavia qualche possibilità che sia una lontana parente).

myspace.com/cathyc1
Date: 14 set 2007, 04.21


Segnala come lo spam oppure segnala Abuso [ ? ]
Date Sent: 13/09/2007 19.21.00

Hello Simone, I saw your profile and wondered if you might be my cousin.

My grandparents came to america when they were children, his name was pete, and he had a sister gina and erma and a brother orlando.

We live in the state of Illinois in the United States.

Please write back if you understand English. :)

Have a wonderful day, your possible long lost cousin,

Catherine Cosimi
12.9.07

LEGGIBILITA' CONTRO ILLEGGIBILITA': UNA LEZIONE DAL LEGGIBILE MORAVIA

Questo brano firmato da Alberto Moravia m'ha fatto piegare dalle risate perché - al di là del provocatorio abuso di termini e parole quali leggibilità ed illeggibilità - s'attaglia proprio a tanti orribili fenomeni di massa che si verificano, in particolare in questo periodo storico, nella società dello spettacolo. Di cui la letteratura è, di fatto, parte integrante.

E' tratto da "Nuovi Argomenti", la rivista letteraria di cui Moravia fu a lungo direttore. In particolare, da un articolo intitolato "Illeggibilità e potere", del 1967. Io l'ho ripescato dal libero del 1987, "Il punto su: Moravia", curato da Cristina Benussi, che ho letto ieri tutto d'un fiato per ragioni di ricerca, oltre che di interesse.

Direi che la chiarezza disarmante che Alberto Moravia serbava come un dono di Dio nella sua scrittura e nelle sue modalità di ragionamento bastano da sole ad illustrare la sacrosanta verità di un pezzo come il seguente, che pur datato e pur - come dire - strumentale all'autodifesa di Moravia rispetto alle bordate che gli giungevano d'ogni parte, conservi la sua dirompente Verità.

Per favore, prendetevi due minuti e leggetevelo per bene. Per aiutar(c)i, ho messo in corsivo la copia leggibilità/illeggibilità, di modo che non perdiate nemmeno un passaggio della diabolica argomentazione.


"L'illeggibilità come strumento di potere può essere illuminata da qualche esempio storico. Per esempio l'illeggibilità dei testi letterari scritti con migliaia di ideogrammi di contro all'ignoranza delle plebi cinesi che non ne conoscevano (quando li conoscevano) che poche centinaia. Per esempio l'illeggibilità del latino degli avvocati e dei preti di contro all'ignoranza delle plebi del nostro meridione. Per esempio l'illeggibilità delle formule magiche di contro al terrore dei devoti non iniziati. Ora che cosa si nasconde dietro queste situazioni di potere ottenute grazie all'illeggibilità? Quasi sempre lo spirito di sopraffazione che è implicito nel rifiuto di comunicare: io non comunico con te perché tu mi sei inferiore e devi restare inferiore. Se comunicassi, tu diventeresti mio pari; e io non voglio che questo avvenga.

A questo punto bisognerà aprire una parentesi sulla leggibilità come sinonimo di scarso valore di un testo. Abbiamo detto che l'illeggibilità oggi è sinonimo di modernità e che la modernità è sinonimo di consumo. Ma non abbiamo detto perché la leggibilità che logicamentedovrebbe essere il migliore requisito per un rapido consumo, specie in tempi come questi di lettori di massa (Moravia scriveva questo pezzo nel 1967, in una temperie di scolarizzazione generalizzata, di massificazione universitaria e di rivolta socio-politica. Tuttavia, c'è una punta di sarcasmo nel sottolineare quei tempi come tempi di "lettori di massa" se si considera che nessun decennio come quello degli anni '60 ha prodotto maggiori quantità di carta da macero, e questo Moravia lo prevedeva, ndSimone), è invece considerata come qualche cosa che denota mancanza di modernità e dunque difficoltà di consumo. Perché questo?
Perché nel mondo moderno la civiltà del consumo riesce a trovare delle buone ragioni per far consumare tutto: i lbri commerciali perché sono leggibili, cioè commerciali, e i libri non commerciali perché sono illeggibili cioè non commerciali. In altri termini, tutto si vende e tutto si compera: basta che sia specificato chiaramente il carattere della merce.

Così è avvenuto, infatti, per i testi illeggibili. La loro illeggibilità è appunto garanzia di qualità per le masse, le quali hanno fatto presto a convincersi che oggi un testo letterario valido non deve assolutamente essere leggibile. Quanto dire che le masse hanno adottato la scala di valori proposta dall'avanguardia, tanto più volentieri in quanto questa scala di valori conteneva un'implicita adulazione nei riguardi di chiunque l'adotasse. Così avviene che le masse oggi vogliono il testo letterario di 'qualità', illeggibile; così come vogliono la pittura di 'qualità', astratta o pop.
Ma il criterio dell'illeggibilità non era forse stato elaborato appunto in odio alle masse? Si, certamente. All'apparire delle masse, le avanguardie si erano ritirate nel guscio come lumache che abbiano avvertito il pericolo. L'illeggibilità, nella loro sincera intenzione, avrebbe dovuto mettere una distanza tra i loro testi e le odiate moltitudini. Attraverso l'illeggibilità si sperava, insomma, di evitare l'umiliante e infamante successo di massa.
Senonché, le avanguardie tutto avrebbero potuto prevedere salvo che le masse avrebbero decretato il successo dei loro libri appunto perché erano illeggibili. Da allora si è stabilito un tacito accordo tra le masse e le avanguardie: le masse comprano i libri perché sono illeggibili e le avanguardie hanno trasferito la loro avversione alle masse agli scrittori leggibili. Questi in realtà sono i veri nemici; non le masse ignoranti ed ottuse le quali, però, comprano i testi proprio perché sono illeggibili, ossia, nel senso letterale della parola, li consumano. Mentre gli scrittori leggibili stanno lì a contestare meschinamente la necessità, legittimità e perfino esistenza di un testo che non è possibile leggere. Questo è tanto vero che dai giornali e dalle riviste delle neo-avanguardie (una volta c'erano, oggi direi che il panorama faccia ridere, ndSimone) sono scomparsi gli attacchi alle masse così frequenti nelle riviste dell'avnguardia storica. Essi sono stati sostituiti dagli attacchi contro quei pochi scrittori che ancora riescono ad essere insieme validi e leggibili.

Insomma, attraverso il consumo è avvenuta la riconciliazione tra masse e avanguardia. Che importa che le masse non capiscono un'acca dei testi che tuttavia acquistano? Ciò che più mporta è che esse accettano la moneta dell'illeggibilità; mentre i buoni scrittori leggibili la rifiutano".
7.9.07

ANDALUCIA ON THE ROAD #1

Old Smokin' Spanish Man - Cómpeta, Málaga

Young Man With Sunglasses - Grazalema, Sierra de Grazalema, Cádiz

Young Woman With Sunglasses (And Hair In The Air) - Alhambra, Granada
"Da quassù, Messeri, si domina la valle" -
"From here, Sir, In A Look You Get The Whole Valley" - Rocca di Gibilterra

Room With A View - Rocca di Gibilterra

Golosastro/a - Greedy - Rocca di Gibilterra
Myth - Granada

It's Always A Struggle, Between Myths - Granada

Panorama Couple - Alhambra, Granada

Old Spanish Woman Walking Down The Street - Granada

Girl in Red - Medina Azhara

Mezquita - Córdoba

Real Simone - Giardini del Real Alcazar

Real Alcazar - Siviglia

Catterdale di Siviglia

Cattedrale di Siviglia #2

STANDING ON THE SHOULDERS OF GIANTS

"Penso che una vita per la musica sia un'esistenza spesa meravigliosamente".

Se n'è andato un Gigante. C'è poco da dire. Un Gigante.

Uno di quelli che - almeno a noi, noi ragazzi trasversali degli anni '80 - ci accompagnano da quando siamo nati. Quelli che la Disney li inseriva nelle sue storie, magari parodiandoli. Quelli che ti pare siano lì da sempre. Come tua nonna. Come tuo padre e tua madre. Com'era stato per Giovanni Paolo II. Quelli che li conoscono pure i cafoni del bar di sotto. Sui quali si fanno le battute. Si inventano barzellette. Si ascoltano, però, in rispettoso silenzio. Perché toccano il cielo con un dito, quando sono in giornata. Quelli, insomma, che interrompono il flusso, e lo gestiscono loro. E interrompere il flow di questa Società mica è cosa da poco. Quelli, insomma, che hano le carte in regole per la qualifica di immortali. Ce ne sono - e ce ne sono stati - pochissimi.

Un Gigante.
4.9.07

SI PARTE? FORSE SI, FORSE NO. DECIDONO LE "NORMALI PROCEDURE" ALITALIA

Mi pareva, in effetti, che la notizia fosse passata davvero troppo sotto silenzio. Ed in effetti era ed è una di quelle notizie di secondo grado. Che sbocciano, per così dire, da un minimo di induzione logica che va operata sulla notizia di primo grado. Sono lì, davanti a tutti. E magari nessuno ne parla. Manca lo scatto.

Quella di primo grado, - la notizia originaria - era ed è il fatto che in nell’ultima settimana sono stati soppressi oltre cento voli Alitalia, in particolare in partenza da Malpensa, “a causa delle normali procedure che precedono il decollo”. Venti solo ieri. I piloti Alitalia hanno applicato i regolamenti dei controlli – i check – nel dettaglio, provocando una mezza paralisi della compagnia nostrana. In sostanza, uno sciopero bianco.

Pensavo di essere uno dei pochi scimuniti a chiedersi: ma allora, fino ad oggi, come diavolo abbiamo volato?

Mi si dirà che sono un ingenuo. Che esistono dei piccoli problemi sui quali si può – letteralmente (!) – sorvolare. Che non pregiudicano la sicurezza del volo e che possono essere rimandati, posticipati, ignorati. Che tutte le compagnie aeree volano così, e la sicurezza rimane comunque tutelata. Che accade con ogni mezzo di trasporto – s’è visto infatti i treni come stanno messi, ricordo ancora Crevalcore...

Me ne frego. Assolutamente. Parto dal presupposto che, non potendo aver accesso alla verifica concreta – quale utente non posso essere presente 24/7 nel centro di armamento Alitalia coi meccanici -, debbo attenermi alla critica teorica. E’ quella la mia tutela. E’ quella che mi viene venduta come tutela.

Non vi pare inquietante il solo fatto che esista un non ben precisato “cuneo”, uno scarto fra la teoria e la prassi dei controlli di sicurezza? Fra i regolamenti e le verifiche? Non mi interessa quanto questo cuneo sia ampio – evidentemente lo è molto, altrimenti i piloti non avrebbero avuto la possibilità di fare quel che hanno fatto e provocare tutti i blocchi – quanto il solo fatto che un comandante possa “giocarci”. Il dato, insomma, che esista una certa possibilità di manovra. E che si possa bloccare un volo perché non può partire così come è partito per tutta l’estate e parte da anni.

Come al solito arrivo prima di Repubblica. Stamattina, a pagina 29, Luca Iezzi parla esattamente di quest’assurdità tentando – in realtà non ci riesce molto bene, ho letto pezzi migliori – di entrare nello specifico e capire quali sono queste “anomalie compatibili” di cui le oltre 6mila macchine che volano giornalmente sull’Italia sarebbero piene zeppe.

Dall’ufficiale di collegamento fra Enac e compagnie che si prende la responsabilità del placet sui velivoli in uscita dai centri di armamento Alitalia fino ai 14 punti dei check che deve effettuare il comandante del volo: verifiche su equipaggio e passeggeri, documentazione del mezzo, cartine e previsioni meteorologiche. E poi, appunto, le famigerate “anomalie compatibili”: sistemi ridondanti (luci e areazione, per esempio), meccanismi antighiaccio.

Agghiacciante. Anche se ora, a pensarci bene, realizzo di non aver mai preso un volo Alitalia.
3.9.07

SICKO: QUANDO LA VITA E' UNA CLAUSOLA CONTRATTUALE

Perché quel che più mi terrorizza è sapere di non avere scelta. E perché mi sono un po' rotto i coglioni di sentire critiche e polemiche verso chi, comunque, si impegna (!) per togliere la crosta alle magagne cicatrizzate del mondo. Pubblicata stamattina su Extra! Music Magazine. Perché ammalarsi non può essere anche un dramma economico. E la vita di milioni di persone non può essere data in pasto alle clausole contrattuali.

*

Sarò fascista. Non so. Magari senza volerlo un padre ex-comunista ed una madre verde hanno partorito un mostro. Ma a me pare che rimproverare a Michael Moore di non amare il contraddittorio sia una emerita stronzata.
Sicko” è il classico documentario nel quale il contraddittorio scipperebbe solo minuti preziosi a testimonianze lancinanti che, da sole, bastano ed avanzano a dare fondamento e dignità all’inchiesta – peraltro, come ha scritto A.O. Scott sul New York Times, la “meno controversa del regista”. Cosa diavolo avrebbe potuto rispondere il CEO della Humana – o della Blue Cross, Unicare, Medicare, EverCare e decine di altre succose sigle – alle nefandezze marketing-morali di cui si macchia la propria società assicurativa pressoché quotidianamente? Zero. Solo altre vagonate di retorica. Che in tema di salute proprio non si sopportano.

Quello che dice il critico del NY Times è giusto: per chi ha visto gli spietati “Bowling for Columbine” e “Fahrenheit 9/11” - meno di “Roger and Me”: era un altro Moore, quello -, “Sicko” segna una specie di svolta nel dramma più puro. Quasi un docu-drama: senza fiction, beninteso. Ma con molta più riflessione, approfondimento e primi piani che in passato. Prodotti inerpicandosi nelle storie di un’America nella quale, molto semplicemente, chi si ammala è perduto.
Ma è anche il film meno controverso, nel senso che è quello più legato a fatti certi, “numerabili”, contabili ed incontestabili – i dati OMS, ma soprattutto le voci, le fatture, le lettere e le telefonate parlano chiaro. Insomma: stavolta sarà davvero complicato schierarsi di traverso al grassone di Flint. Non a caso è il documentario per il quale ha avuto meno difficoltà a raccogliere materiale e testimonianze. E’ chiaro: il contraddittorio proprio no, non era il caso di far parlare i mostri. C’era il dovere, piuttosto, di ascoltare le vittime – spesso inconsapevoli, tanto che quando ricevono cure gratuite scoppiano in lacrime – di uno Stato che ha svenduto un settore fondamentale della propria azione alla privatizzazione selvaggia. Punto. E basta chiacchiere sul Moore fazioso.

Dice poi che nella pars costruens del documentario, cioè la seconda, quando Moore confronta il sistema sanitario Usa con quelli canadese, cubano, francese ed inglese, si scada nel ridicolo. Forse si. Forse no. Invito i cerchiobottisti di turno a non dimenticare che il documentario: 1) nasce per arrivare anzitutto alla testa dell’americano medio, il quale nemmeno si interroga sulle motivazioni e le ragioni della salata rata mensile dell’assicurazione che paga. E che, appunto, anche quando è assicurato patisce le pene dell’inferno per vedersi rimborsare una visita specialistica; 2) che, al confronto con le storie di morti annunciate del documentario, anche un sistema come quello inglese, che ha subito forti colpi dopo la Tatcher, sembra l’Eldorado e 3) che comunque, e probabilmente, è la ratio dei sistemi con cui confronta quello statunitense che Moore intende porre in risalto, più che le effettive condizioni. Cioè il fatto che la gratuità e il livello mediamente soddisfacente dei servizi sanitari sia una sorta di assioma di civiltà, un inalienabile diritto di chi vanti una certa cittadinanza. Cosa che non accade, appunto, a casa sua.
Il tono da Alice nel paese delle meraviglie che gli si rimprovera in quella parte del film sta a metà fra il provocatorio e il filosofico: qui (in Francia, in Inghilterra), vuole dire il regista, la domanda su “chi paga” nemmeno si pone. E per quel che riguarda Cuba, beh: Moore è pur sempre un regista e sono pur sempre anni che Cuba spedisce medici preparatissimi in ogni parte del mondo. Propaganda o no, mettiamo che gli ha detto bene che i cubani siano percentualmente più spesso ottimi medici che ottimi carburatoristi.

Rimane alla fine una pellicola tutto sommato triste, lontana dai documentari – anche più lunghi e più arzigogolati - assetati di responsabili, di colpevolezze, di accuse magari presunte ma tutte ancora con l’onere della prova addosso. Un lavoro che mette in primo piano i volti, i pianti e le storie. Vere. Vissute. E le morti. I paradossi e i sotterfugi puramente mercantili che le hanno provocate. Le assicurazioni che gestiscono il ricchissimo business della sanità al ribasso, come vendessero saponette d'albergo.
Ed anche per chi abbia un’idea più o meno chiara di quello che significa ammalarsi – o assicurarsi, non si sa cosa sia peggio – in America, “Sicko” serberà un ennesimo, fastidiosissimo distillato di incredulità.