31.1.07

"Amo la Francia e continuo ad amarla. Basta contare le fidanzate che vi ho avuto".

Ecco. Ci mancava, dai. Ci mancava proprio, per iniziare benone un febbraio di merda. Dai, su-su-su-su. Non siate barbosi, pubosi, pelosi, pesantoni, incazzosi. Ci mancava, e basta. Confessatelo, per Dinci.

Con l'innalzamento della temperatura, lo scioglimento delle nevi perenni e il progressivo ritiro dei ghiacciai, una fase di riscaldamento atmosferico pauroso picco da 20mila anni a questa parte che prospetta aumenti da 1,4 a 5,8 gradi secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change, la scomparsa di decine di specie viventi ogni anno, l'innalzamento dei livelli del mare anche di diversi metri, proiezioni a medio termine spaventose che farebbero (faranno) del mondo un forno impazzito e dell'Italia la nuova patria di Gheddafi.

Ecco, con tutto quel a cui abbiamo da pensare, ecco-ecco-ecco-ecco: ci mancava Veronica Lario che rinfaccia al marito le battutine con le starlette - chissà poi se solo quelle? E il marito che, ovviamente, risponde alla poverina. Ed Ezio Mauro che - fosse matto - pubblica in apertura la notizia. Su quello che io acquisto tutti i giorni, che è il MIO quotidiano, che aspira ad essere la voce nuova e riformista italiana. E che invece, come sempre come tutti come regola vuole, cade anch'esso - debbo dire poi all'interno senza troppa enfasi - nel tranello della merda giornalistica.

Come se - arrivo, arrivo al punto buonuomini e buonedonne - Berlusconi non avesse fatto di questo aspetto viril-umoristico un suo preciso, studiato, specifico asso nella manica. Come se il Cavaliere - senza dubbio un burlone - non calcoli ogni volta l'effetto di queste sue uscite. Come se, in definitiva, non fossero esse stesse componenti essenziali del suo quotidiano invadere l'etere nostrano.

Ah, come? Voi pensavate fossero spontanee e triviali uscite: si, magari fuori luogo, ma che ci dicono come Silvio sia una persona come noi, spontanea ed casereccia nonostante i suoi miliardi di euro e dollari.

Sorpresa! Non è così, cari i miei internauti internati.

Come se le sue uscite non rispondessero in modo chirurgico a quello che è un modus cogitandi della stragrande maggioranza dei pelosi maschi italiani e latini. Lo sa, Berlusconi. Lo sa da sempre: li raggiunge anche attraverso questo suo fare verbale pesante e sfacciato, a metà strada fra il cameriere cafone e l'intrattenitore del villaggio che si scopa tutte le belle ed abbronzate mogli mentre i mariti osceni giocano a tennis.

Un presidente comico, un presidente animatore, un presidente burlone. Slogan che non furono utilizzati, a suo tempo, ma che lo staff della comunicazione di Berlusconi tiene bene in testa, da sempre. E sfrutta. Assiduamente. Tanto che alla fine pure la moglie s'è rotta i coglioni.

Per una solo ragione: anche le uscite cretine sulle donne sono mezzi utili a raggiungere certa gente, certi strati, certe persone.

Che tristezza.
30.1.07

A volte ritornano: storie di bullismo

Allora. Questa inondazione di bullismo sta francamente raggiungendo livelli insopportabili. E allo stesso momento inevitabili. Segnali inequivocabili di una gioventù che cambia. E di una società che si prospetta sempre più cinica e piatta. Anche rispetto a pochi anni fa. Lo so, sembro un anonimo esperto del Tg1. Però è così. E’ un tema di straordinaria importanza: incide e sconvolge la vita di milioni di bambini e ragazzi.

Sto leggendo molto, in questi giorni, a tal proposito. La mia prima risorsa per capire è leggere. Psicologi, pedagogisti, psicoterapeuti, sociologi, giornalisti (bello il servizio di Gabriele Romagnoli sull’ultima Domenica di Repubblica). Ma sto soprattutto rileggendo mentalmente un’esperienza che – seppure in parte sensibilmente differente – ho vissuto in prima persona, ormai parecchio tempo fa. Ho scoperto che il mio caso – quello del secchione (ma alla fine non lo ero canonicamente, vedrete perché) isolato dalla maggior parte della classe, non certo preso di mira fisicamente ma episodicamente schernito e comunque ostracizzato in qualsiasi attività – lo chiamano bullismo indiretto. Del tipo che non si prendono schiaffi materiali. Ma morali, psicologici. Ero uno di quelli che alla mamma diceva che indossava una maschera quando entrava in classe. Tanto per capirci. Una situazione durata almeno un paio d’anni – il secondo e il terzo liceo in maniera più intensa.

Poi, sempre nel mio caso, la vicenda avrebbe preso una piega paradossale: la mia “perfezione” scolastica (e sotto certi punti di vista, anche esistenziale) mi avrebbe semplicemente permesso di vincere. Di farcela. Agli occhi dei bulletti di periferia – i peggiori – avevo inspiegabilmente tutto quanto loro avrebbero in fondo desiderato. Tanto per cominciare, 10 in quasi ogni materia: un dato oggettivo che si, frappone uno spazio incolmabile, ma che funziona da difesa. E’ un dato che parla da solo, e chi ne dispone lo utilizza come scudo. Poi, uno sport portato avanti con discreto successo. Una famiglia attentissima ed intelligente. Che funzionava un po’ da seconda linea di rinforzo. E soprattutto una fidanzata bionda molto più carina di me, all’epoca un pustoloso in via di guarigione. Non dico la bella del liceo, ma insomma. Summa: riuscii a divenire se non un modello, uno che più che da vessare è da invidiare. E quindi la vicenda è mutata sensibilmente, permettendomi di vivere gli ultimi due anni del liceo in tranquillità. Sempre e comunque nel mio mondo. Tanto che alla fine, coi bulli, ci scherzavo su. Oggi li incontro: fanno i commessi, gli sbandati. Fanno niente.

Ora l’esperienza si ripresenta – assai più tragicamente - in una mia cara, giovane amica. Ne sono venuto a conoscenza ieri, del fatto che la questione è pesantissima. Prima pare sia stata picchiata a suon di schiaffoni. Poi, dopo l’allarme del padre con la preside, i fatti sarebbero cessati. Ma le parole no. Anzi. Insulti, improperi, attacchi e vessazioni di ogni genere. I più pesanti ed insopportabili. Col risultato che la mia giovane amica non ha più voglia di andare a scuola: si sta lasciando andare, la demotivazione la sta macerando. Rischia di brutto la bocciatura poiché a casa invece di studiare si arroventa su quanto la aspetta il giorno seguente.

Potrei parlarci. Lo so. Lo farò, se vorrà. Ma so già cosa penserebbe la mia amica. Penserebbe che il problema non sono le interrogazioni, le verifiche. Non è studiare. Non è nemmeno una chiacchierata con un amico che ha quasi nove anni di più. Che si, magari serve, ma mica tanto. Il vero problema la aspetta tutte le mattina, intorno al suo banco. La aspetta lì, e non c’è chiacchierata che tenga. Penserebbe: “Si, ok. Mi dici tante belle cose, ma non ci sei con me tutte le mattine in quell’aula. Questo è il problema”. La stessa cosa che pensavo io.

Lo so. E’ quello, il problema: che uno anziché pensare ai compiti pensa a quanti schiaffi e insulti rimedierà la mattina dopo. Però bisogna anche imparare a difendersi da soli. Ad arginare la prepotenza. E come in tutte le guerre occorrono delle strategia ben definite.

Una era la mia: eccelli in ogni ambito e in particolare a scuola. Segnerai un confine che potranno pure superare, ma che oggettivamente esiste - parla da solo: "Io 10, tu 4" - e fa la differenza fra te e loro. Ma è difficile eccellere. Non tutti vi riescono.

In secondo luogo, pur non eccellendo, ignorali totalmente: ancora più complicato, stressante. Una battaglia quotidiana. Destinata allo scacco, quasi sempre.

Oppure affrontali sullo stesso piano. Arduo, se non sei un testa di cazzo come loro. Ed eticamente sconsigliabile. Una specie di homo homini lupus scolastico da rigettare.

In ultima istanza, non credo sarebbe una sconfitta cambiare classe: ci sono situazioni insostenibili che vanno troncate. E basta.
Poiché, al di là del problema di resa scolastica, c’è un cervello ed un corpo sotto che rischia di non reggere bombardamenti così massicci ed immotivati. E che soprattutto, non disponendo di strategie difensive applicabili, rischia a sua volta il vuoto.

Ci parlerò, comunque. Ci parlerò. L’esperienza rimane comunque il miglior antidoto.

Solo una domanda, mi rimane: le famiglie dove cazzo sono? La mamma al beauty-center e il papà alla Snai scommesse? Oppure la prima imbambolata davanti alla Leofreddi e l'altro dall'amante? Come diavolo li hanno educati, 'sti figli? Al nulla? Via sms? Nemmeno Dino Risi in "I mostri" (alludo all'espisodio con Ugo Tognazzi e il piccolo Ricky) era arrivato a tanto. Una classe genitoriale ridicola.

E i professori? Malpagati, demotivati anche loro. Si, si, si: d'accordo. Ma se i ragazzi (vittime) non trovano in loro un picchetto, muoiono. Che se lo ricordassero, mentre correggono al calduccio delle loro casette i compiti in classe sul Risorgimento. E piazzano 4 come macigni. A chi meriterebbe alleanza.

29.1.07

Sterling/De Kerckhove

Date uno sguardo a questo speciale odierno di Repubblica Radio Tv.

Ci sono di mezzo Bruce Sterling e Dennis De Kerckhove. Che non sono esattamente Gianni e Pinotto. E nemmeno gli amici vostri, quelli del bar - io non li ho mai avuti, ma senza dubbio voi si.

Ecco. Proprio no.

Nell'intervista a De Kerckhove, in particolare, saltate tranquillamente al minuto numero 14. Sono dieci minuti notevolissimi, in particolare sul paragone Canada-Turchia. E sulla sfuriata su Bush.
26.1.07

Ecco. Buon fine settimana.

Rompere i coglioni, Farlo sempre e comunque, Riflettere a fondo, Approfondire, Approfondire, Non dire cose cretine e scontate, Sciare, Scrivere, Scrivere, Scrivere articoli, Recensire, Criticare, Dire questo è bello si l'altro fa schifo per questo questo e quest'altro motivo, Argomentare fino all'esaurimento nervoso, Leggere romanzi, Leggere saggi storici, Leggere fumetti, Leggere tutto ciò che sia leggibile, Russia, Leggere quotidiani, Scrivere sui quotidiani, Scrivere sui siti internet, Aggiornare, Ascoltare, Sentire, Ascoltare, Sentire musica sana, Rock, Pop, Emo, Indie, Jazz, Jazz, Jazz, Fusion, Post-Rock, Free-jazz, Sesso, Acqua, Muller (gli yoghurt, mica la regista di videoclip), Truffaut, Cinema, Cronenberg, Visconti, Parlare, Jaco Pastorius, Zu, Contraddire, Produrre severità, Essere imprescindibili, Tommy Bolin, Sempre e comunque, Eccedere, Studiare, Studiare, Scioccare, Sorridere con intelligenza, Spaccare infine l'intero globo terracqueo senza rimorso alcuno.

I'm lovin' it


I'm lovin' it.
24.1.07

C'è un kalashnikov a bordo!



Ora. Va bene che l'aeroporto di Khartum, in Sudan, non sarà sorvegliato come quello di Zurigo o Atlanta. Che, insomma, avrà verosimilmente controlli meno stringenti addirittura di quello di Tunisi o del Cairo. D'accordo.

Può dunque anche starci che - nonostante gli ultimi sei anni siano stati i peggiori nella storia dell'aviazione civile con conseguenti misure di sicurezza montanti in tutto il mondo - qualcuno riesca comunque a portarsi a bordo un oggetto contundente, una forbicina, un cacciavite, addirittura un deodorante (!!!). Anche una pistola, via. Davvero, non sto giocando: se avete presente cosa sia il Sudan forse converrete con me.

Ma un kalashnikov no. No cazzo. Proprio non ci sto. Anche se è Africa. Anche se è una delle regioni più imbizzarrite e sanguinose del continente nero. Anche se. Se. Un kalashnikov no. Mi pare materialmente impossibile, a meno che qualcuno non abbia voluto farlo salire, con un kalashnikov a bordo.

Eppure si. E' successo. Stamattina, infatti, un tizio è salito a bordo di un Boeing 737 della Air West ed ha dirottato il velivolo sfoggiando nientemeno che un lucidissimo Avtomat Kalashnikova modello 1947. Il papà di tutti i fucili di assalto del mondo. Il simbolo di un'epoca e di una parte del mondo - quella Est. Ne sono stati venduti più pezzi dei dischi dei Depeche Mode: 100 milioni.

Insomma il tizio ha costretto i piloti a far rotta su N'Djamena, capitale del Ciad. Per poi chiedere asilo politico all'ambasciata francese.

Chissà se al check-in gli avevano consegnato il sacchettino trasparente per il dopobarba e la crema contro i brufoli.
23.1.07

Il rock al tempo della Rivoluzione (cubana)

Ricevo e pubblico da un amico. Di seguito alla nota, il racconto.

Alejandro Torreguitart Ruiz è un giovane scrittore cubano che ha già pubblicato in Italia un romanzo con Stampa Alternativa (Machi di carta, 2003), la sua ultima opera è Vita da jinetera (Il Foglio, 2005). Nel corso del 2007 pubblicherà il romanzo erotico Casa particular - Sesso all'Avana per Stampa Alternativa.
Ho tradotto questo suo recente racconto che è molto indicativo della attuale situazione cubana.

Gordiano Lupi
lupi@infol.it - www.ilfoglioletterario.it


***

A TEMPO DI ROCK

El Barrio è al gran completo per le prove che si tengono alla Casa della Cultura di Guanabacoa.
Paco dice che vuole preparare un concerto, ma una cosa diversa dal solito, una cosa importante…
“Questa volta facciamo musica rock”.
“Guarda che suoniamo alla Casa della Cultura” ribatto.
“Mi sono rotto le palle di salsa e merengue….”
Paco canta come pochi ed è lui che scrive testi e musica per il gruppo. Sceglie canzoni, raccoglie vecchi ritmi, seleziona il materiale. El Barrio non esisterebbe senza Paco. Però da un po’ di tempo a questa parte gli è presa una fissa rockettara che non mi piace per niente, ché può creare qualche problema. Il rock è musica deviazionista, pure se adesso fanno i finti tolleranti e hanno messo una statua di John Lennon in Centro Avana, quella che gli hanno rubato gli occhiali, che poi cosa se ne faranno di un pezzo di bronzo mica lo so.
“Paco, lo sai come funziona alla Casa della cultura. Son, merengue, salsa, tanto tanto bachata e regettón, allargati a qualche bolero, ma la musica dev’essere nazionale. Se no s’incazzano…”
“Che s’incazzino. Io ce n’ho le palle piene di questa salsa”.
“Sì, ma non te lo far sentir dire…”
Alla fine arrivano pure Manuel e Armando che dicono la loro.
“Paco, non ci stai con la testa. Che t’è preso?”
“Proprio ora ti fai venire la fissa del rock? Ma ti pare il momento?”
Pablo suona la chitarra in un angolo e scuote la testa. Sorride. Imita la voce di un commentatore televisivo, uno con due baffoni neri spioventi che pare un pistolero messicano: “La Rivoluzione è sempre più solida e forte. Cinque controrivoluzionari arrestati mentre suonano Cat Stevens alla Casa della Cultura di Guanabacoa. Le condizioni di salute del Comandante sono in via di miglioramento. Presto tornerà a guidare il suo popolo contro gli imperialisti”.
Paco si convince. Forse comprende che non è il caso.
“Un pezzo però te lo facciamo fare. Nascosto in mezzo a parecchio son tradizionale alla Benny Moré. Magari Lou Reed che mica parla di politica, canta in inglese… tu cerca di darlo poco a vedere…” dico.
“Grazie. Tu mi capisci. Non posso fare il musicista se mi dicono sempre cosa devo suonare. Devo sentirmi libero…” risponde.
Eh sì, Paco. Magari fosse solo questo il problema. Magari ti dicessero solo che musica devi suonare. Qui ti criminalizzano la vita e come prendi un’iniziativa fai qualcosa di illegale. Se vivi secondo la legge muori di fame. Hanno ridotto le pagine alla tessera del razionamento alimentare, tanto mica servivano tutti quei fogli bianchi per un po’ di riso e due sacchetti di fagioli. Se non c’è chi ti manda denaro dall’estero non sopravvivi. Altro che musica, Paco.
Queste cose le penso soltanto, però. Mica le posso dire a voce alta.

Siamo dentro la Casa della Cultura di Guanabacoa e anche le mura hanno orecchie. I chivattones sono a ogni angolo. Spie del regime che ti vendono per un piatto di riso e fagioli e dopo son cazzi da cacare. Finisci dentro e chi ti rivede. Soprattutto adesso che Lui non c’è più e il suo posto l’ha preso uno Speedy Gonzales un po’ frocio, uno che i coglioni li ha tirati fuori solo per mandare i ragazzi a far la guerra in Angola. In che mani siamo finiti…
“Sentirsi libero. E questa cosa da quando t’è venuta?”.
“Non so. Credo che sia importante poter fare delle scelte”.
È importante sì, caro Paco. Solo che qui non le abbiamo mai fatte. C’è chi decide per noi.

Forse è meglio suonare, guarda, pure se ci chiedono la solita musica di sempre, ché tanto di Arturo Sandoval ce n’è stato uno, El Barrio non cambierà la storia della musica cubana. Forse è meglio suonare, guarda. Basta che non venga fuori il solito italiano stronzo a chiedere Hasta siempre, ché un giorno o l’altro la batteria gliela suono sulla testa a questi comunisti che sanno un cazzo cos’è il comunismo.
“Paco, noi facciamo le nostre scelte. Sarà un gran concerto, credi a me. Salsa a tempo di rock. Musica vera” dico.
“Non mi prendere per il culo, Alejandro”.
Sorrido. Provo la batteria e pesto con forza sui piatti di ottone per sfogare la rabbia che tengo dentro. No che non ti prendo per il culo, Paco. Sapessi quanta gente c’è in giro che ci prende per il culo.

Juliana se n’è andata e adesso dice che vive da signora, le manca la sua terra ma può fare quello che vuole, muore di nostalgia ma non deve andare alle parate organizzate dal partito in Piazza della Rivoluzione, ha una casa e una famiglia e non deve fare la puttana per campare.
Non sono io che ti prendo per il culo, caro Paco.
I nostri sguardi valgono più di tante parole.
“Attacca Alejandro” mi fa.
“Attacco Paco” rispondo.
E si parte.

Alejandro Torreguitart Ruiz - 17 gennaio 2007
22.1.07

How Many Lives Just For a Coat?

19.1.07

Clayton

i was born in 1974. i live in san francisco. i make sound. i make computer programs.
that is all.

Orbene. Facciamo un attimo il punto della situazione. Cominciando col precisare che quello qui sopra non sono io (ovviamente).

Dopo un tostissimo esame di Teorie della Letteratura e Metodi critici sostenuto ieri pomeriggio, oggi vi lascio all'entrante week-end con una segnalazione a dir poco gustosissima.

Amate l'electro-minimal? Andate pazzi per il Glitch? Entrate in paranoia quando ascoltate beats, glitches, scratches, pezzi di elettronica intelligente costruiti con tutto tranne che con gli strumenti musicali canonici? Andate in estasi per Alva Noto, Nobukazu Takemura, Matmos, Schneider TM (bello l'ultimo disco di qualche mese fa, per altro), il mitico Cornelius - e chi si dimentica il video di Drop? - e compagnia bella? Adorate la ritmica crescente, senza scampo, ricorsiva, che sfiora l'ambient e però è anche in grado di declinarsi secondo logice dance?

Bene. Benissimo. Come direbbe una vecchia esercente del quartiere Prati di Roma: "Ho il prodotto che fa per lei!".

Lui si chiama Joshua Kit Clayton, ed è un dj-producer con base a San Francisco. Orientato dalla strepitosa sigla di Our Noise ho condotto qualche ricerca sul prodigio. Che ha fatto davvero un sacco di cose. (Certo poverino presenta una certa malformazione mascellare ma, insomma, come avrebbe detto Croce freghiamocene delle informazioni biografiche ed andiamo dentro l'opera, sintesi a priori di forma e contenuto...ahem:ok, basta).

Anzitutto potete farvi un'idea qui.

Dopodiché, scaricatevi "Material problem".

E mettetela sabato sera. Ovunque vogliate.

Chiaro che se è una situazione di un certo tipo è meglio. Senza dubbio. Stile.
17.1.07

Our Noise


E allora. Un altro mondo è possibile. (O almeno ci si prova).

E' inziata l'altro ieri, lunedì, la versione umanizzata del programma Our Noise su Mtv, condotta dal nuovo volto della rete nonché deus ex machina della webzine (nonché ancora, fatemelo dire, amico) su cui scrivo anche io da anni, Rockit: il buon Carlo Pastore.

Il programma tenta di buttare in 60 minuti scarsi tanti spunti creativi (forse pure troppi) che girano intorno a quell'universo ormai enigmatico che chiamiamo indie. O comunque intorno a tutto quanto esce fuori scavando appena poco più rispetto alla media dell'emittente e di quel che solitamente propone. Ma che difficilmente riesce a venir fuori.
Dunque un sacco di bei video e di chicche (soprattutto dalla rete): dai video poco visti all'attenzione per certi generi piuttosto difficili da beccare su Mtv fino ad un sacco di gustose pensate per mettere in contatto costruttivo ed effettivamente nuovo rispetto a quanto visto fino ad ora i telespettatori ed il Carletto sistemato in un bianchissimo studio ed affiancato da un simpatico Pennuto (per il quale in questi giorni va cercando il nome).

Il programma sembra costruito come una specie di motore di ricerca fattosi televisione: notizie, scaletta, proposte varie vengono filtrate da quella che è scelta come tematica e parola chiave della settimana.

Devo dire che - per quanto ogni giudizio sia prematuro, dopo sole tre puntate - il programma ha senza dubbio di bello un paio di elementi lampanti: anzitutto la spontaneità di Carlo (oltre alla sua indubbia preparazione). Dall'altra, una fresca sensazione di work in progress e di realizzazione "concertata" col pubblico. Questo è dovuto al fatto che va in diretta, ma anche che effettivamente - già da queste prime tre puntate è palese - la trasmissione viene quotidianamente ed attentamente scritta anche e soprattutto con l'apporto di quanto finisce nelle caselle di posta elettronica della redazione.
Certo, dovranno comunque ed inevitabilmente trovare una spina dorsale più chiara che sostenga uno spazio nato interessantissimo. Per fare in modo, insomma, che non diventi solo un magazzino di chicche e spunti ma un programma. Per ora è partito comunque benone: in tre ore ha lanciato molte idee, tante proposte, bei video e, soprattutto, un accenno ad un modo diverso di concepire l'universo culturale che gira attorno certa musica.

Detto questo - rimando ovviamente a tempi maturi un giudizio obiettivo ed argomentato -, guardatevi Our Noise e fatemi sapere cosa ne pensate.

Per ora, io provo una grandissima emozione per Carlo. Che è la dimostrazione che chi ha talento va. Va.

Tavernello

"Ma no, dai. Il Tavernello non sarà certo il massimo, ma è uno dei vini sottoposti a maggiori controlli"

"Chissà se c'è il vino, nel Tavernello".

Ahem... nonostante quel che parrebbe, non trascorro le mie serate presso il circolo alcolisti anonimi. Mica perché, uno puntualizza. Tutto lì.
15.1.07

La strage della monade

L'aspetto più dirompente della cosiddetta "strage di Erba" - al solito la pubblicistica si esercita nei suoi epiteti stereotipati - è, come spesso accade in queste situazioni, il "prima" degli assassini. Vale a dire la loro vita precedente, le modalità di esistenza, i rapporti interpersonali. In una parola: la socialità. E' uno degli aspetti cui più ci interessiamo e cui i mass media prestano maggiore attenzione poiché - secondo le nostre fallaci credenze - ci fornirebbe una sorta di identikit dell'assassino: se riusciamo a raccogliere molte informazioni su come si comportavano prima, saremo in guardia su gente simile in cui ci imbatteremo.

Ebbene quel che salta palesemente all'attenzione anche da una rapida analisi degli articoli pubblicati in questo periodo sui due assassini Olindo Romano e Rosa Grazzi appare essere la loro totale indistinguibilità individuale.

La vita dei due coniugi è segnata da una parte da una serie di liti e rotture insanabili - la più palese m'è parsa essere quella della Grazzi con la famiglia. Dall'altra - e soprattutto - da un isolamento pressoché totale: i due erano, come dire, sufficienti l'uno all'altra e viceversa. Non intrattenevano rapporti sociali profondi, non frequentavano altre persone. Vivevano nell'asfissiante autotelismo di una coppia che basta a se stessa. Una monade, una entità prima ed indipendente. Che non necessita la normale ed anzi direi fondamentale immersione nella socialità quotidiana ed anche "speciale", fatta di rapporti giornalieri e di amici, conoscenti, parenti con cui instaurare rapporti lunghi e duraturi. Insomma: non c'era nessuno oltre loro.

E' proprio questo che m'ha fatto rabbrividire: una situazione paradossale, fuori dal mondo, estranea alle più elementari norme di vita sociale ed associata che ha fatto da terreno fertile ai due per mettere a punto una strage tanto ponderata nella premeditazione - quasi perfetta - quanto banalizzata, reificata e dunque deresponsabilizzata sia prima che, mi pare, dopo.

Ecco che la vita sociale nel suo svolgersi - certo non è necessario ma giova tornare all'Aristotele della "Politica" e dello zoon politikon - torna sempre e comunque a configurarsi come elemento imprescindibile dello sviluppo umano. La struttura fondamentale dell'animale uomo è quella politica. L'uomo vive in società, nella società la sua esistenza è caratterizzata da varie forme di interazione politica con gli altri uomini.

Mi sembra davvero ideale ricordare come definiva Aristotele chiunque viva fuori dalla società: chi vive fuori dalla polis - intesa come complesso rapporto di relazioni ed organizzazione sociale - o è Dio o è bestia.

Siamo - mi pare chiaro - nella seconda situazione.
10.1.07

Scusi, senta...

Ieri tornavo assieme a mio padre dalla palestra. Stavamo camminando in una zona pedonale della nostra città: nonostante fossero appena passate le otto, il viale era già (quasi) deserto.
Dico quasi poiché verso la fine della passeggiata c'era ancora una cricca di ragazzini e, soprattutto, ragazzine raccolta attorno ad una Wolkswagen Polo in procinto di accomiatarsi (chissà se riuscirebbero a capire cosa vuole dire quest'ultima porzione di frase se la leggessero, comunque).
Dicevo - e passo, con mortale stacco dei tempi verbali, al presente storico: si salutano schiamazzando e con lungaggini indescrivibili. Dal gruppone si stacca quasi subito un piccolo gruppo di tre-quattro ragazzine abbigliate a dir poco da cena di gala, piuttosto che da passeggiata con le amiche. Pure qui: comunque.
Io e mio padre le incrociamo - o meglio, finiamo con l'essere in parallelo con loro - proprio in quel momento.
Dopo qualche istante, da qualche metro alla mia sinistra cominciano, pare, a chiamarmi: "Scusi, scusi senta..". Sulle prime, rottamato da due ore di palestra e da una giornata di lavoro e studio non sento proprio. Cioè: non percepisco.
Quando poi mi rendo conto che le ragazzine si stanno rivolgendo a me, mi giro verso di loro con volto conciliante, come di chi attende di poter essere di qualche utilità.
Con mia sorpresa, una dal volto mascolino, nemmeno tanto carina anzi piuttosto animaloide nei lineamenti, mi fa: "Scusi, senta...CHE ME L'ADDENTA?"
Al mio sbigottimento intriso ad una certa non percezione (continuo a non sentire) - che avrebbe funzionato, nel gioco reciproco del linguaggio non verbale come un ammonimento per qualsiasi essere umano al mondo, dal Burundi alla Cina e qui non c'entra un cazzo la cultura - senza attendere oltre mi fa, con faccia delusa come di chi s'aspettasse una qualche reazione: "Aho, sto a scherzà..nun te la prende". E via torna a far cagnara con le amiche.

Cosa direbbero le madri se sapessero che le loro figlie, rimpinzate, viziate, riempite di soldi e non andiamo oltre, girano per la città a dire alla gente: "Scusi, sente...che me l'addenta?".

Che tristezza.
8.1.07

Titoli

Adesso uno non è che voglia sempre rompere i coglioni così, per partito preso. Così, per gioco. Così, per sfizio. Che mica stiamo a piantar semi di broccoli, qui davanti a 'sto monitor.

Però, insomma: la gamma dei titoli delle venti canzoni in concorso al prossimo festival di San Remo fa accapponare la pelle. Anzi, come si diceva un po' di tempo fa: fa tremare le vene ai polsi - che poi si sa mica bene cosa diavolo voglia dire (cioè: si sa cosa vuol dire ma è chiaro che quel "ai polsi" è un errore). Comunque. Questioni di lana caprina.

Fatto sta che di seguito vi copioincollo l'elenco dei venti "big" in concorso e dei titoli.

Posso ben dire - visto che in un libro che ho studiato lo scorso anno per l'esame di linguistica generale contemporanea era incluso un attento saggio sulla lingua della canzone, e che dunque si concentrava anche sui titoli - che proprio riguardo ai titoli c'è un peggioramento mostruoso.

Cioè: qui manca davvero "A come amore" e siamo fritti.

Segnalo, per la cronaca, quelli nati errati ed altre bizzarrie: "Vivere normale" è un chiaro esempio di contrazione avverbiale (normale sta per normalmente): fa schifo. Ci parlano gli scaricatori, senza avverbi.
Sottolineo poi l'ennesimo "Guardami" degli Stadio - quante canzoni avremo che si intitolano guardami, in Italia?
Evidenzio inoltre il "Tutto da rifare" dei Velvet, che evidentemente escono da una profonda e spietata analisi di coscienza.
E per finire vi invito a concentrarvi su quell' "Appena prima di partire" degli Zero Assoluto, che mi pare essere addirittura un verso di una loro recente canzone.
Oltre, ovviamente, all'inimitabile tempismo di Mango che in tempo di rivoluzioni climatiche, con l'Italia rivolta verso la desertificazione intensiva, si domanda: "Chissà se nevica".
"The show must go on", questo è palese, è incommentabile.

Ce n'è solo uno che mi piace. Scoprite qual è. Direi che è facile.

Al Bano ('Nel perdono'), Leda Battisti ('Senza me ti pentirai'), Marcella e Gianni Bella ('Forever - Per sempre'), Fabio Concato ('Oltre il giardino'), Simone Cristicchi ('Ti regalerò una rosa'), Johnny Dorelli ('Meglio così'), Roby Facchinetti con il figlio Francesco ('Vivere normale'), Amalia Grè ('Amami per sempre'), Mango ('Chissà se nevica'), Piero Mazzocchetti ('Schiavo d'amore'), Paolo Meneguzzi ('Musica'), Milva ('The show must go on'), Nada ('Luna in piena'), Paolo Rossi ('In Italia si sta male'), Antonella Ruggiero ('Canzone fra le guerre'), Daniele Silvestri ('La paranza'), gli Stadio ('Guardami'), Tosca ('Il terzo fuochista'), Velvet ('Tutto da rifare') e Zero Assoluto ('Appena prima di partire').
5.1.07

L'eccellenza italiana: il policlinico degli orrori

Leggete questo articolo. Guardate queste foto. Visionate questi filmati.

Aspettate qualche ora. Riprendete fiato. Ragionateci su per un po' di tempo.

Poi ne riparleremo - se ne avremo ancora il fegato.
4.1.07

Good, good Will!


Skylar: "Magari qualche volta possiamo andare a prendere un caffè".

Will: "Perché no? Oppure possiamo andare a mangiare un sacco di caramelle, se ci pensi è arbitrario tanto quanto andare a prendere un caffè".


C'est la vie, mon ami!