28.2.07
Pipilotti
Allora. Lo scopo dei suoi lavori è "visualizzare sistemi filosofici". Che detta così, cazzo, spaventa.

Però il mondo - dopo che noi italiani ce ne eravamo accorti molto prima: l'avevamo già invitata a quattro biennali di Venezia sin dal '93 - sta scoprendo questa specie di elfa Svizzera dalla faccia stronza che fa fotografie e clip iper-contaminate - la più famosa si chiama "Homo sapiens sapiens".

Si chiama Pipilotti Rist. Ha 46 anni. Ed è stata madrina dell'appena concluso Armory Show, la più prestigiosa fiera di arte contemporanea americana. Fatevi un giro sul suo allucinogeno sito.

Qualche tempo fa, in Italia, ha dichiarato che bisogna battersi "contro la freddezza, l'inganno e il male". E meno male che c'è qualcuno che ancora lo dice.

La Rist è in copertina sul numero di febbraio di Inside Italia - The living art magazine (da cui ho tratto le informazioni di questo post).

Dal numero di marzo - in uscita la prima settimana del mese in tutte le edicole - troverete un mio pezzo nella pagina dedicata alla musica - e forse di volta in volta anche qualche altra cosetta.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 10:51 | 5 Commenti
LARRY ERA UN TIPO STRANO (sottotitolo: SUSHI)

Larry era un tipo strano. Altrochè.

Tutte le mattine, tanto per dirne una, scendeva in cortile – il cortile dov’era cresciuto fra le siringhe degli anni ’80 – e controllava dallo sfiatatoio della serranda avana del suo garage se i fari della sua Clio fossero spenti. Tutte le mattine. Non c’era scampo. Poi andava a comprarsi il giornale. E la prima pagina che andava a cercare era esattamente la quart’ultima: oggi in tv.

Era anche un po’ daltonico. Convinto di accostare un maglione blu scuro ad un pantalone celeste, si rendeva conto solo dopo aver acceso la luce che il maglione era in realtà di un vomitevole verde bottiglione. Ci cascava spesso. Poi si incazzava come un matto. Ma quanto s’incazzava non si sa. Però era troppo pigro, Larry: e alla fine lasciava stare, non gli andava proprio no di cambiarsi di nuovo. E teneva tutto com’era.

Larry Piredda, si chiamava. Ed era un metodico monastico. Ma anche un ragazzo – un ragazzo? - infinitamente solo. E forse questa metodicità proprio da lì, gli veniva. Da una solitudine nella quale stava benone. Come no. Ci stava davvero bene, dentro. Ci sguazzava.

Leggeva un sacco di libri – diceva sempre che i libri gli avevano salvato la vita. A chi lo dicesse, è un po’ difficile immaginarlo. Ascoltava pile intramontabili di cd. E poi li recensiva. Niente di serio: collaborava ad un blog chiamato “musirama”, o qualcosa del genere. Un semplicissimo hobby. Che lo faceva sentire un giornalista di quelli che la mattina si piazzano davanti al computer, ed ogni cd che scartano e recensiscono sono 20 euro a pezzo. Qualsiasi boiata scrivano.

Il problema era che non aveva potuto finire gli studi. O meglio: aveva preso un ottimo diploma – un diploma al liceo linguistico, tre lingue parlate discretamente - ma poi niente, l’Università proprio non aveva potuto iniziarla.

Il padre – Aristide - era morto dieci giorni dopo il suo compleanno dei 18 anni. E Larry s’era dovuto trovare subito un lavoro. Soldi, servivano. E servono ancora. La madre, Dina, faceva da sempre la commessa in un negozio un tempo di alta moda adesso ridotto a vender felpe con le stelle ai coatti di zona. Nel tempo libero stirava dalla signora al piano di sopra, Magda. Magda “la vecchia”. Puzzava, Magda.

Così aveva fatto un po’ di tutto, Larry. Prima il garzone in un bar – era lì che aveva riscoperto il chinotto e il succo di tamarindo. Poi era stato irretito dai facili guadagni promessi da un’agenzia immobiliare. Un’agenzia che prometteva di assumere senza esperienza pregressa. Senza niente. “Giacca, cravatta e domattina si inizia, Larry. Hai già i tuoi 50mila annuali (euro, nda) in tasca”. Dopo dieci giorni che girava come un cretino per la città tentando di convincere vecchie imputridite a vendere casa o almeno a firmare un accordo di nuda proprietà, lasciò.

Poi si fece vivo Sandro, Sandrone!, l’amico sveglio. Quello che – si sa come, si sa quando – te lo rivedi sotto casa ogni giorno con una macchina diversa. Ieri la smartina, oggi l’Slk, domani chissà cosa. “Larry, Cravatta, giacca e domattina si inizia. Hai già i tuoi dieci contratti mensili in tasca. Mi ti immagino”. Sandro l’aveva piazzato a vendere assicurazioni sulla vita dalle garanzie alquanto dubbie. Dopo dieci giorni che girava come un cretino per la città tentando di convincere vecchie imputridite a vendere la vita, lasciò. E Sandrone giù a riempirlo di insulti. Telefonate. Messaggini – anche se Larry il cellulare mica lo sapeva usare bene: “Mi sarei aspettato più virulenza da te. Peccato Larry”. Virulenza? Larry non aveva mai incontrato quella parola. Mai. Lo giurava.

Restava la pizzeria di Flora. Flora Stramazzi era un’amica di Larry. La figlia di amici di famiglia. Amici di famiglia ricchi. Che intorno ai 20 anni – di Flora – le avevano aperto un ristorante-pizzeria: “Da Flora”. Un po’ periferico, ma frequentatissimo. Amed, marocchino, ci faceva delle pizze da urlo. Soprattutto quella coi peperoni, funghi trifolati, salsiccia, pesto, noci e gorgonzola. Per non parlare dei dolci.

Ora: Flora era una gran figa, niente da dire. Alta almeno 175 centimetri. Capelli neri, di un nero scurissimo. Nero incubo, cazzo. Lineamenti che nemmeno quei due chirurghi mezzi froci di Nip/Tuck te li fanno così precisi. E a lei glieli aveva fatti madama Natura. Che culo.

Ovviamente, come in ogni storia che si rispetti, Larry era da sempre – da quando giocavano insieme nel salotto mentre i genitori prendevano il caffè di là – attratto da Flora. Non era innamorato, questo no. Nel senso che Larry francamente su queste parole – come Democrazia, Guerra, Guerra Democratica, Importare, Libertà, Laicato, Laicismo, Clericalismo - aveva sviluppato una problematizzazione a dir poco insuperabile. Con tutti i libri che aveva letto, aveva dimenticato cosa significasse innamorarsi. Cosa significasse Amore. Hesse gli aveva fatto girare le palle. Aristotele lo aveva a dir poco disorientato – aveva capito solo la Poetica. Rimaneva Roberto Gervaso. E francamente a Larry – anche se non era stato all’università, lo sapeva, per carità – di affidare le proprie idee su un tema così delicato a Roberto Gervaso proprio no, non gli andava.

Comunque: a Larry Flora piaceva un sacco. Perché era una gran figa. Vestiva sempre con dei tailleur che le stavano perfetti, muscle fit. Non era sfacciata, Flora. Nemmeno quel modello di donna che, ecco, lo sapevo, uno già sta lì a pensare che ci sta, come no ci sta, basta solo ronzarle un po’ intorno.

Stranamente, nonostante una madre recuperata dalla strada e un padre che dietro ad un franchising di gioiellerie – “Stramazzi – La gioielleria amica” - gestiva in realtà una piccola ma estremamente redditizia compravendita di armi dalla Russia rispedendole poi nei Balcani e in Africa sub-shariana attraverso altre miriadi di intermediari, Flora era venuta una persona per bene.

Per dirne una: pagava le tasse. Per esempio: era d’accordo con le liberalizzazioni del governo. Per esempio: apprezzava i Dico. Insomma: considerando madre, padre e fratello – in galera, uscito con l’indulto dell’estate prima e rientrato mentre rubava una macchina per tornare a casa che il pullman non passava -, Flora era una progressista. Una riformista. Altroché.

Così, ridotto miseramente a chiedere gli avanzi ai take-away di sushi, Larry si decise ad andare al ristorante. A chiedere un lavoro. La madre lo aveva spinto. Anche perché Larry aveva perso 8 chili in due mesi: non mangiava quasi più. Non sapeva più cosa diavolo mangiarsi. S’era mangiato tutto. Proprio tutto. E poi la madre s’era stufata di vederlo girare intorno ai take-away giapponesi: per il figlio aveva sognato qualcosa di più dignitoso, nella vita, che supplicare arroganti giapponesi per due microscopici trancetti di sushi. Bastardi.

Alla fine Larry andò da Flora. Flora quel giorno aveva le mestruazioni, quindi era scontrosa, stronza e gonfia. Però, nonostante Larry avesse avuto solo la forza di balbettare qualcosa tipo “Ciao Flora, volevo chiedert…”, gli offrì un lavoro. Il padre, dal Congo dove se n’era andato in pensione dopo aver venduto per una cifra astronomica tutti e 16 i punti vendita marchiati Stramazzi – La gioielleria amica, l’aveva chiamata. Aveva ricevuto una mail della mamma di Larry, Dina, che lo supplicava di togliere suo figlio dai take-away. Flora, dunque, sapeva già tutto.

Dalla sera dopo Larry iniziò così un nuovo lavoro. Il lavoro della sua vita. O almeno quello che ha fatto fino a qualche mese fa, fino al giorno in cui l’ho conosciuto. Larry si occupa con gran soddisfazione delle bevande del “Da Flora”. Carica e scarica le casse di Coca-Cola, Fanta, Birra in bottiglia Moretti e tutte queste cose che al supermercato costano 0,50 centesimi l’una e al ristorante 5 euro. Attacca alle 6 della sera, scarica le casse del giorno, ricarica sul camion – sul camion, via: sul furgone - quelle vuote con le bottiglie di vetro usate tutte appiccicose. Poi dà una pulita e se ne torna a casa.

Prima, però, passa dal garage e dà uno sguardo dentro, per controllare i fari.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:53 | 2 Commenti
23.2.07
Basi
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 18:41 | 2 Commenti

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:34 | 2 Commenti
Non posso che rimandare all'accorato e preciso editoriale del direttore di Repubblica Ezio Mauro.
Lo sottoscrivo in ogni sua riga. Anzi: è come se lo avessi scritto - e l'ho pensato ripetendo questo tipo di riflessioni a chiunque per tutta la giornata di ieri - di mio pugno.
Qui.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:38 | 0 Commenti
Tanto per rimanere in tema di "società visuale": cose ne pensate del nuovo logo "turistico" presentato proprio questa mattina a Palazzo Chigi?

A me pare semioticamente discreto. Gli darei un bel 7 pieno - o almeno una sufficienza abbondante. Nulla di geniale, senz'altro. Nulla di innovativo. Ma "farà quel che deve fare" - non molto, alla fine.

Anche se la forzatura della "t" che dovrebbe stare in rapporto di iconicità con la forma della nostra penisola mi pare un po' troppo guidato. O meglio: non forzato ma poco decodificabile all'estero, dove il marchio in questione girerà prevalentemente, visto che è il logo che sarà verosimilmente associato a tutte le attività di promozione italiana fuori dai confini.

Ho letto altrove - per esempio qui -dei commenti assai sprezzanti su questo logo. Mi paiono commenti totalmente fuori bersaglio perché sviluppati senza la minima argomentazione semiotica. E invece una critica di questo tipo va fatta blindandola in un contesto semiotico che io ho tentato appena di accennare. (E casomai gli autori di quei commenti dovrebbero leggersi i testi di Jean Marie Floch, come "Identità Visive"). Pareri che dunque mi sembrano andare ben oltre quanto un logo destinato a quel tipo di impiego - lo dimenticheremo dopodomani e lo vedranno prevalentemente all'estero - può rappresentare.

Come l'autore ho passato anche io - anzi, li sto ancora passando - molti anni all'Università circondato in parte dall'attenzione alla Vita Estetica (non solo, io sono andato molto molto molto in fondo, altroché), studiandola-spulciandola-costruendola. Ma debbo anche dire onestamente che ho visto molto, molto, molto di peggio. Chissà perché tutto questo accanimento. Comunque. Cazzi loro.

Il claim è altrettanto buono - anche qui una sufficienza piena, con quel "segno" che si ricollega alla "t" oltre all'allusione diretta all'unicità dell'esperienza, che non è il massimo dell'originalità ma in Italia può essere vero - ma c'è lo stesso discorso in ballo: un claim in italiano per un logo che ciroclerà prevalentemente all'estero... fateci avere quello inglese. Poi ne riparliamo.

Ieri sera su Italia1 è andata in onda una puntata magnifica, estremamente intensa e confezionata alla perfezione, de "Il Bivio". Magari poi ne riparlerò.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:08 | 3 Commenti
Ora. Dato che di discutere di Vicenza e di quel che accadrà non mi va assolutamente - lo faccio da giorni con chiunque, perfino con l'edicolante, ormai vedo Scalzone e Casarini anche sulla carta igienica mentre faccio quel che con la carta igienica si fa di solito - viro con una manovra tragicomica dandovi in pasto una notizietta a primo approccio imbarazzante.

Anne Nicole Smith - o meglio, il suo corpo - sarà imbalsamato.

Lo ha deciso un giudice statunitense, tale Larry Seidling. "Voglio che restino intatte la sua bellezza e dignità", ha detto il tizio stempiato, impegnato fra l'altro a decidere sul luogo della sepoltura della playmate e vedova miliardaria morta lo scorso 8 febbraio per cause ancora da chiarire. La madre della modella, Virgi Arthur, ha chiesto che sia seppellita nel nativo Texas mentre il suo ultimo compagno, Howard K. Stern, ha espresso il desiderio che la tomba sia collocata nelle Bahamas, dove la playmate ha vissuto gli ultimi anni.

E' mezz'ora che ci penso. Ma sono rimasto in bilico a lungo: dov'è la ragione di una decisione così anomala? Perché una ex modella, attricetta da quattro soldi, senz'altro dopo Pamela Anderson l'icona della "plastic-life" americana - insomma, una perfetta cliente per i dottorini di Nip/Tuck che mi accingo a vedere questa sera - dev'essere imbalsamata come le teste di capriolo che si appendono nelle baite trentine?

Ci ho pensato molto. Poi ho trovato. (Che stupido: come al solito viaggio troppo, la soluzione è sempre dietro l'angolo). La risposta sta appunto in quella succinta dichiarazione del giudice: "Voglio che restino intatte la sua bellezza e la sua dignità". Punto. Anche da morta, secondo il giudice (per quanto mi riguarda la Smith era il prototipo della donna-finta, dell'antifemminilità spinta, dell'assurdità sessuale) la Smith per il solo fatto di essere bella va "bloccata". In un certo qual senso deve continuare ad essere mantenuta splendente per quel che faceva in vita: appariva. Deve - anche in teoria, se chiusa dentor una cassa a morto - continuare ad essere potenzialmente ESPERIBILE secondo i canoni contemporanei.

Sembra un fatto da poco. E' l'ennesimo puntello di una società VISUALE malata che giungerà all'estetizzazione della morte come antidoto ad essa: "Si, va bene. Sei morta ma io devo continuare a vederti lo stesso. Ti imbalsamo. E tu sei una non-morta, dal momento che poterti - anche in potenza - osservare bloccata in un momento mi autorizza a privarti dello stato di privazione della vita".


On air: il progetto "The Good , The Bad & The Queen" di Damon Albarn. Non capisco ancora, a metà disco, se è una noiosa cagata o un progetto valido. Ve ne riparlerò. Intanto domenica pomeriggio, dalle 15 alle 17, sarò ospite sugli 88,9 di Radio Città Aperta (per il Lazio, altrimenti streaming su www.radiocittaperta.it).
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:25 | 0 Commenti
15.2.07
Doppia vita
C’è un fatto che - intorno a questi tizi che ancora non hanno capito che il Paese è contro di loro, da sempre e per sempre - torna asfissiante. Quasi angosciante. E non è, come molti hanno giustamente osservato – non ultimi Pietro Ingrao o Michele Serra su Repubblica di oggi –, che mentre il mondo va a fuoco fa quasi ridere che due coglioni sorseggino birra progettando la struttura del futuro soviet torinese. (Sebbene pure questo sia un aspetto piuttosto imbarazzante e, nella sua piccolezza, trasmette direttamente alle narici il puzzo della malattia).

Piuttosto, la sorpresa più totale che avvolge le persone che con questi sedicenti brigatisti vivono da un’eternità (qui). Ultima, la moglie di uno di questi – non mi va nemmeno di andare a cercare i nomi – a Torino. Reazione: “Non è possibile, mi crolla il mondo addosso?”. Altre reazione: “Durante gli anni di piombo criticava le Brigate rosse. Come potevo pensare che progettasse un attentato?”.
Sotto alle patate e al cespo di lattuga dell’orto hanno trovato un kalashnikov, 120 proiettili e due caricatori.

Questo è un aspetto sul quale – anche, per esempio, nei casi di cronaca nera – mi sono sempre fatto molte domande. E cioè: che tipo di rapporto e che razza di qualità quel rapporto deve avere per far si che, per oltre trent’anni - per una Vita intera - mio marito, mia moglie, mio figlio, il mio ragazzo, possano condurre un’esistenza parallela mentre io preparo le patate al forno?

A volte – nei serial killer, nei terroristi, se ci pensate è anche un punto su cui letteratura e cinema hanno spessissimo fatto leva, si pensi a tutto il filone spionistico ma non solo – la tematica della “doppia identità”, dell’ “esistenza parallela” è quella che più ci sconvolge.

Perché non è mica facile condurre due vita in una.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:52 | 0 Commenti

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 14:36 | 0 Commenti
C'è uno scrittore del tutto sconosciuto al grande pubblico - diciamo al grande pubblico del Novecento, che al grande pubblico di oggi finiranno per essere estranei anche Montale e Manzoni. (Non disperate: ci resterà Baricco il barbaro. Oppure Moccia. Cazzo non riesco nemmeno a scherzarci su, mi fa troppo male).

Questo scrittore si chiama Federigo Tozzi: un indie-scrittore ante litteram, altro che stronzate. Appena riscoperto attorno agli anni '60. Poco prima - giusto Pirandello e gli ambienti vociani. Pochissimo dopo.

Ho appena terminato di leggere la sua opera forse più nota, "Con gli occhi chiusi". Ci sono arrivato quasi per caso: mentre preparavo l'esame di Teorie della letteratura e metodi critici, sostenuto il mese scorso, mi sono imbattuto in una intensissima pagina critica firmata da Giacomo Debenedetti.
Questa pagina affrontava con piglio assai sanguigno le problematiche psicanalitiche presenti in diversi tratti di "Con gli occhi chiusi". E' stato insomma il classico caso della lettura scoperta grazie alla critica. E allora viva la critica.

Ed è stata una scoperta immediata ed inaspettata. Tozzi è una specie di Svevo meno stronzo e meno furbo. Meno manierato. Più problematico e corrugato.

I suoi personaggi - in questo romanzo, Pietro e Ghìsola, evidentemente influenzati dalla sua biografia e da quella dell'amante Isola - SONO problemi mentali: la loro configurazione narrativa è (quasi) totalmente assente. La narrazione però, pur ristagnando in questa sorta di sospensione perpetuamente digressiva, procede sorprendentemente. Ed è questo l'aspetto più interessante: laddove in Svevo la vicenda pare inaridirsi, in Tozzi la pur scarnissima caratterizzazione ontologica dei personaggi permette all'intreccio di procedere speditamente verso un finale che definire amaro è eufemistico.
Questo è dovuto a diversi fattori. Anzitutto alle pennellate del senese - terra d'origine dello scrittore - che segnano le vicende permettendone un incasellamento spazio-temporale quantomai definito. Lo scheletro sta nel paesaggio.
E poi il modo di procedere nel riferire gli stati mentali di Pietro e Ghìsola: sprazzi ed accelerazioni folli che si susseguono senza sosta e che, soprattutto, mettono in evidenza la totale contraddizione - progressiva e costante - del pensiero umano. Che il principio di non-contraddizione se lo sogna, e tratta la sua testa - e quel che c'è dentro - a mozzichi e bocconi. Altro che storie.

Dicevo: un indie-scrittore. Qualche cenno sulla sua tormentata esistenza non può che confermarlo - e che il povero e grande Benedetto Croce mi salvi per questo mio esitare sulla vita dell'autore, ma quando uno è figo è figo. Nacque a Siena nel gennaio 1883. Il padre, contadino, possedeva una trattoria in piazza dell'Abbadia - verosimilmente quella di "Con gli occhi chiusi" - e due poderi nei dintorni di Siena: era un uomo molto abile negli affari ma piuttosto rude. Disprezzava la cultura e l'istruzione.
I contatti del ragazzo con la scuola si rivelarono subito difficili. Tozzi frequentò la scuola elementare in seminario e in seguito il collegio arcivescovile di Provenzano, da cui fu espulso nel 1895 (e a me chi viene espulso da scuola, o meglio chi lo era fino a metà Novecento, mi sta simpatico da subito), anno in cui morì anche sua madre. Si iscrisse allora alla scuola delle Belle Arti, dove trascorse tre anni piuttosto burrascosi. Nel 1898 si iscrisse alle Scuole Tecniche, tentando già l'anno successivo una prima fuga da casa. Fu riacciuffato a Certaldo. Pur studiando in modo saltuario e molto disordinato, sviluppo un grande amore per la lettura, cominciando a frequentare la biblioteca comunale di Siena - Dio benedica le public libraries -, dove formò la sua cultura aperta ai più diversi influssi, soprattutto e non a caso quelli della moderna psicologia (William James). Dopo un'ultima delusione (1902) abbandonò per sempre gli studi regolari.

Più tardi, avrebbe lavorato nelle Ferrovie toscane. Poi si sarebbe trasferito a Roma dove, collaborando a giornali e riviste, avrebbe poi torvato un posto alla Croce Rossa. Sarebbe morto di lì a poco, nel 1920. L'anno prima era uscito "Con gli occhi chiusi".

Senza farla lunga: in quel romanzo c'è la più assoluta e magnifica rappresentazione letteraria dei due aspetti più importanti della vita di un adolescente - lo erano allora, continuano ad esserlo oggi: la Rivolta e l'Amore.

Nel primo caso sin dal rapporto ambiguo con la madre ma, in particolare, nella totale incomunicabilità col padre Domenico Rosi, uomo di altra epoca: Pietro è avanti. E' un uomo del Novecento in piena regola, pur con notevolissimi strascichi post-romantici che ne forgiano un carattere viziato ed acuminato, debole ma al contempo furiosamente cocciuto. Un legame, quello col padre, che NON-ESISTE: non è classificabile nelle comuni categorie dei rapporti genitoriali. Per Pietro, Domenico è un non-padre.

Poi l'Amore. Quello per l'ineffabile Ghìsola, la contadina nipote di una "assalariata" del podere di Poggio 'a Meli: un Amore totale, segnato come tale da una tempesta di crucci, rimorsi, continui cambi di fronte e di idee. In una parola: da quel turbamento amoroso che solo il grande amore può tenere in serbo. In questo senso, "Con gli occhi chiusi" si scioglie in un devastante pianto salato e scarno come una stanza vuota e vecchia. Mostruoso.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:33 | 2 Commenti
Ezio Mauro ha pubblicato, l’altro giorno su Repubblica, un editoriale che mi sento di condividere e sottoscrivere riga per riga. D’altronde un nome come il suo non ha bisogno della mia sottoscrizione. Un editoriale che è stato fra l’altro alla base del dibattito di questa sera ad “Otto e Mezzo”, col medesimo direttore di Repubblica ospite assieme al Vescovo Luigi Negri e a Piero Ostellino.

Alla tesi di Mauro, abilmente e provocatoriamente sintetizzata da un titolo volutamente scorretto: “Se il Dio di Ruini diventa di destra” mi sento di aggiungere solo una riflessione che è peraltro dettata dalla prassi sociale. Che è poi assai semplice.

La Chiesa risponde ad una logica che procede ad excludendum: che cioè prevede scelte assolutamente nette, intransigenti e che non permettono alcuna, come dire, possibilità di manovra su certe, grandi questioni (famiglia, giovani, procreazione e via elencando). Il “non possumus” dell’Avvenire dell’altro giorno è lì, chiarissimo, a confermarlo. Come si sintetizzava questa sera ad “Otto e Mezzo”: o la famiglia, o i diritti generalizzati ed accessibili a chiunque.

A questo punto mi ricollego alla sostanza dell’editoriale del direttore di Repubblica: Mauro sostiene che, dopo una prima fase di assoluta egemonia culturale ritenuta finanche spontanea e scontata ed espressa dalla DC, in cui la Chiesa poteva coscientemente presumere di essere il tutto, essa stessa si sia ritrovata in una seconda, contemporanea fase di minoranza. Sia cioè, ad oggi, divenuta una parte fra le altre incastonata nel dialogo/conflitto sociale, per di più in un paese che si, sarà antropologicamente sensibile al Cristianesimo, ma secolarizzato nei fatti – ecco, nei fatti: tenete bene a mente questa formula. E che dunque tenda, pur in minoranza, a “reagire”: ad attuare una sorta di contrattacco in parte anche violento dettato dal recupero (peraltro abilmente sottolineato da Negri questa sera) di una forte identità che, paradossalmente, nel periodo antecedente la guida di Ruini della CEI, risultava quasi sbiadita.
Insomma: il Dio appagato, totipotente ma un po’ sfocato della Prima Repubblica contro il Dio in minoranza ma riscopertosi guerriero dell’attuale situazione. Dice Mauro che, in una terza fase, quando la Chiesa si rende dunque conto di poter intervenire su campi alle altre parti vietati, rischiamo che – poste le sue offerte sul mercato – la Chiesa rischi di fornire in generale alla politica ma in particolare alla Destra quell’ombra ideologica dalla cui cronica carenza quella stessa parte politica – ma in realtà tutto l’ambito politico - è affetta. E che anzi “la Chiesa corre il rischio mondano di diventare parte, se non addirittura un soggetto politico diretto, e si amputa a sinistra la cultura politica cattolica, per la prima volta nella storia della Repubblica”.

Mi riattacco esattamente a questo punto solo per osservare che la logica ad excludendum della Chiesa Cattolica rischia infatti, trovando un letto lobbistico in quasi tutta la Destra, di lasciare fuori dall’ambito ecumenico tutta una larga porzione di fedeli – fra i quali rientro io stesso – che, molto semplicemente, non vuole nella propria mente ma soprattutto non può - scontrandosi con la realtà -praticare scelte così nette, dogmatiche.
Quei sta il punto. Nel progressivo arroccamento in difesa di una posizione dalla quale non può muoversi – senz’altro non può avanzare, almeno nella situazione attuale – la Chiesa rischia di ridurre la propria azione a quella di una qualsiasi lobby che, più che incrementare i proprio spazio, tiene il picchetto, protegge la posizione. Arroccandosi –anche etimologicamente – la Chiesa riuscirà a custodire le sue ovvie linee di pensiero ma diminuisce e riduce drasticamente la superficie lasciata a disposizione dei fedeli: come se (ci) togliesse il tappeto da sotto i piedi.
Una vicenda che, per quanto distante nella sostanza, ricorda assai da vicino – per chi le conosce bene – le vicende dell’Index librorum prohibitorum e il suo sostanziale ridimensionamento finale al solo fortino italico.
Insomma: c’è una larga parte della cittadinanza italiana – restiamo in Italia – che pur volendo e potenzialmente rientrando nel popolo di Dio rischia di vedersi, suo malgrado!, estromesso per quanto teoricamente non può accettare ma, più importante, concretamente non può evitare.
E’ proprio come in una battaglia: chi si arrocca, magari riuscirà a tenere la posizione, a resistere e confermare la propria presenza. Ma a costo di ridurre i propri feudi, a costo di lasciar fuori dal proprio steccato una serie di rinunce forzate.

Ecco: la cosa peggiore di questo asfissiante clima che la CEI ha instaurato con questa decisa azione di arroccamento/rilancio battagliero disteso sul letto di “quella destra che si accontenta della prassi di potere e di consenso berlusconiana e prende a prestito le idee forti, che non ha, nel deposito di tradizione della Chiesa italiana” è solo una: rimanere, proprio malgrado, tagliati fuori.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:19 | 3 Commenti
Word Press Photo 2007, Sezione people in the news stories, secondo classificato: turisti soccorono gli immigrati clandestini appena sbarcati sulla spiaggia di Tejita a Tenerife, in Spagna, dal 30 luglio al 3 agosto.
Scattata da Arturo Rodriguez, Spagna.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:30 | 0 Commenti
Il vero, gigantesco problema della sicurezza nel mondo del calcio è sotto gli occhi di tutti - con maggiore evidenza dopo quanto accaduto ieri negli incontri andati avanti per tutta la giornata: prima la riunione dei presidenti delle società a Fiumicino, poi l'incontro di Matarrese col commissario della FIGC Luca Pancalli, infine il ministro Amato che ha acconsentito a ricevere il presidente della Lega calcio dopo le folli (ma così oneste come quelle di un bambino ricco e stronzo) esternazioni dell'altro giorno a Radio Capital.

Ed è cioè il solito, vecchio ed angusto problema dell'effettività delle leggi e del conflitto difficilmente sanabile fra l'interesse privato e quello pubblico. Il contrasto fra chi fa le leggi e i soggetti interessati ed investiti dagli effetti o dai precetti di quelle leggi - e che debbono magari, qual è il caso in questione, mettere in atto provvedimenti atti ad implementare quelle leggi.

Sono stato restìo ad affrontare questo argomento nei giorni scorsi. Non volevo aggiungere aria fritta alle immensità di boiate che ho ascoltato ovunque, con rare eccezioni - ma per carità, ognuno può e deve ben dire la sua; persino Matarrese che così ci rende l'analisi ancor più elementare. Soprattutto mi ha innervosito che pochissimi siano riusciti a cogliere - o meglio: l'hanno colta, ma non hanno il coraggio di esplicitarla - la questione di cui dirò fra poco.

Però, dicevo, arrivati a questo punto non si può non vedere - con un certo allarme e con altrettanto disincanto - come i fondamentali responsabili di questa situazione siano i vertici delle società.

Mi domando e chiedo: in quale altro paese, dopo una tragedia come quella di venerdì (venerdì scorso, cinque giorni, non sei mesi fa) e comunque in un contesto da guerriglia diffuso da almeno venticinque anni, i dirigenti delle società di calcio, dopo un primo assenso momentaneo alla sospensione delle partite, tornano dopo quattro giorno all'attacco a spron battuto poiché non condividono i provvedimenti del Governo? E soprattutto, alle sacrosante misure di sicurezza antepongono i problemi con gli abbonati che faranno causa alle società, i risovolti economici, le enormi perdite e via blaterando. Come se un uomo che può pagare sei milioni di euro all'anno ad un altro uomo potesse avere paura di perdere quei quattro spicci che arrivano dalla vendita dei tagliandi. Ma questo è un altro discorso.

Beninteso: non he il Governo non possa fare scelte errate - ma non mi pare questo il caso e non è nemmeno il punto della mia riflessione, se volete.
Il fatto è assai più semplice, davvero. E cioè: molto chiaramente si constata che non c'è l'atteggiamento. Non c'è l'apertura. Manca totalmente la disponibilità a trattare, mediare, contribuire ed infine l'elementare necessità di mettersi a disposizione del potere statuale - che fino a prova contraria, santo cielo, sta sopra e non sotto a delle pur potenti società sportive - per risolvere la questione. A quesit non gliene frega un cazzo di mettere i tornelli, i separatori, gli steward e tutte le altre misure del già discreto decreto Pisanu.

E' il solito gattopardesco artificio del "tutto cambi perché nulla cambi": voi fate pure le vostre leggi rinchiusi al Viminale. Noi però, intanto, riprendiamo rapidamente le partite, se possibile anche la sera ed a porte aperte.

Perbacco! Una disponibilità davvero lampante.
Ecco: a mio avviso è solo questo il problema.

Senza un vero patto fra Stato e società professionistiche, un accordo che come accaduto altrove viaggi nella stessa direzione, non andiamo da nessuna parte.

Qui, invece, c'è uno Stato che come al solito s'accorge il giorno dopo - meglio tardi che mai - che alcune leggi non vengono applicate e corre ai ripari. E, dall'altra parte, un nauseabondo sottobosco di poteri forti e meno forti che di quell'inapplicabilità viveva o che comunque ivi risiedeva senza troppi intoppi.

E che vuole che tutto prosegua come prima.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:54 | 7 Commenti
6.2.07
Midomi
Questa cosa qui è davvero carina. Oltre che divertente.

Provare per credere.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 15:55 | 0 Commenti
L'ho visto l'altro giorno su Qoob. Non ero solo. Ed ha gelato anche chi era con me.
Stavamo parlando. Poi, appena scorto quel che stava passando in tv, ci siamo come incantati. E non abbiamo staccato gli occhi fino alla fine.

E' un corto d'animazione sperimentale. E' firmato da due giovani autori francesi: Jules Janaud e Francois Roisin. E' una cosa bellissima. Un pensiero mostruoso e verissimo.

90 Degrees è il loro "saggio" di fine corso: sono infatti dilpomati presso quella prestigiosa fucina di talenti transalpina che è il Supinfocom. Ed attualmente lavorano entrambi alla The Mill, importante società di postproduzione con sedi a Londra, New York e Los Angeles.

Il video è stato selezionato per la 28a edizione del Festival di Clermont-Ferrand, dove ha vinto il premio del pubblico nella sezione “Labo Competition”.

C'è dentro un senso di smarrimento, di costruzione identitaria, di frustrazione e allo stesso tempo di nichilismo mostruoso. Una corsa forsennata alla ricerca della propria individualità.

C'è un gusto paradossale e prospettico sbalorditivo, che arriva dritto dritto dalle follie di Escher.

C'è anche un lavoro attentissimo sulla sonorizzazione, contrappunto chirurgico di quanto accade (ma cosa accade, poi?) al plastico (pietroso? marmoreo?) protagonista. Tanto indefinito quanto commovente.

Potete vederlo, con un po' di pazienza nel caricamento, qui.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 13:39 | 1 Commenti

Nell'ambito della geografia umana c'è un indice, si chiama Indice di Sviluppo Umano.
(Qui sopra potete vedere la carta tematica relativa alla questione ricavata dai dati del Rapporto 2006).

E' un concetto importante: al vecchio Prodotto Lordo Pro-Capite unisce altri elementi che - in teoria - dovrebbero fornire un quadro più chiaro della situazione in cui si trova un certo Paese sotto il profilo - appunto - dello Sviluppo Umano.

Gli elementi che compongono questo Indice sono:
  • Durata della vita (e cioè la speranza di vita alla nascita);

  • Accesso all'istruzione: alfabetizzazione della popolazione adulta e partecipazione all'istruzione;

  • Stadard di vita (il vecchio PIL Pro-Capite).

Nel calcolo complessivo pesano ciascuno per un terzo.

Dato che la situazione attuale del secondo di questi fattori mi pare, ad occhio nudo, allarmante qui in Italia, mi sono fatto un giro.

Ho scoperto che se nell'HDI (Human Development Index) l'Italia staziona al 17° posto (e dunque nella fascia ad Alto Sviluppo Umano), nell'ambito del Tasso di alfabetizzazione l'Italia risulta nientemeno che al 43° posto, preceduta da rinomate oasi del benessere quali Ungheria, Samoa e Kirghizistan, tanto per dirne tre.

Mi pare - considerando la sciagurata ondata di analfabetismo di ritorno attualmente in movimento e tutta una serie di altre considerazioni legate al numero e all'età dei laureati nonché molte altre - un dato su cui riflettere.

(Qui sotto la carta tematica del tasso di alfabetizzazione mondiale).


 
Scritto e ideato da simone quando erano le 16:35 | 0 Commenti

Calcio emblema della società. UNA SOCIETA' VUOTA. Quale è la nostra. Di tutti.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 23:27 | 1 Commenti
"Come avrei potuto spiegare alla gente che votavo contro il governo per tenere insieme la maggioranza? A volte ci chiedono cose inspiegabili".

Roberto Manzione, senatore della Margherita, in merito alla votazione dell'Ordine del giorno di ieri a Palazzo Madama relativo all'ampliamento della base militare Usa di Vicenza.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:37 | 0 Commenti
Dunque. La presentazione del libro "La solitudine dell'Occidente", di Khaled Fuad Allam, non è certo stata male. Non dico questo.

Anzi: Allam è un personaggio di indubbio valore. Uno che vola altissimo, per capirci. E poi, insomma, vuoi mettere l'emozione di conoscere una firma che leggi quotidianamente sul tuo giornale.

Il problema è che le cose, in Provincia, non le sanno fare. E quindi ti rimane poco e nulla, dopo queste occasioni. Non ho infatti molta voglia di scriverne.

***

Qui

Se ne sono accorti, pare. Io ci facevo i servizietti per il mio quotidiano locale - intervistando il capitano di turno - almeno cinque anni fa. Almeno. Forse anche di più. Meglio tardi che mai.

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Ascoltare senza riserve l'ultimo disco dei dei Giardini di Mirò. Notevolissimo. Sabato sera in concerto al Circolo degli Artisti di Roma. Io sarò lì.

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Oggi sono stanco. Sto lavorando già da qualche ora. E poi nel pomeriggio inzio un corso in "Estetica del cinema e dell'audiovisivo" in un liceo. Sono già stanco.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 10:16 | 0 Commenti
Più tardi andrò alla presentazione del libro di Khaled Fouad Allam, "La solitudine dell'Occidente", presente l'autore.

Poi vi racconto. Tranquilli.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 13:55 | 0 Commenti

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