EXIT – Uscita di sicurezza di Ilaria D’Amico, su La7, è una buona trasmissione. Buona, non magnifica. Entrambi gli aspetti vengono da una ragione molto semplice. L’idea di base, infatti, è salvifica: pigliare temi forti ed irrisolti della lacerata vita sociale italiana. E tentare di scioglierli, discuterli per risolverli, distenderli ad asciugare al sole. Per sussurrare delle soluzioni.
Folle, per il panorama attuale, nel quale gli “speechin’ format” puntano ormai allo stremo sulla sottolineatura, l’esasperazione dei toni. Cercano il sanguinamento intensivo di ciò di cui parlano. Tanto folle che ieri sera – seconda puntata – ha messo sul piatto due argomenti dal far rizzare i capelli per quanto sono “fuori agenda”: la casta chiusa dei notai e la legge 40 sulla fecondazione assistita. Due bombe a tempo (ed in questo senso mi piacerebbe avere sotto mano i dati sullo share minuto per minuto): il primo, drammatico per i giovanotti in attesa dei concorsi, ma soporifero per lo spettatore. L’altro, fuori tempo massimo e già sottoposto – nel bene e nel male – a una serie interminabile di approfondimenti che forse lo hanno del tutto esaurito.
Ora, il punto è proprio questo: se l’idea è salvifica e, tutto sommato, riesce a sostenere la trasmissione per un suo buon terzo, lo sviluppo è poi monolitico e va a compromettere le restanti porzioni di EXIT.
I toni si sistemano in una oziosa medietà. L’affascinante conduttrice tenta di stuzzicarli di tanto in tanto. Ma, provandoci, cozza paradossalmente con l’intento e il “soggetto” stesso del suo programma. Che fra l’altro – come le ha sottolineato in faccia il mitico Carlo Freccero nell’intervista barbarica che chiude il programma – è un po’ troppo lungo. Il che, unito alle barbariche pause pubblicitarie de La 7, significa emorragia inarrestabile di spettatori.
Si dirà: ma anche le Invasioni barbariche era lungo, e scontava le stesse pause pubblicitarie. Si, certo. Ma il tono del programma – furbescamente trendy-chic – era diverso: più brioso, frizzante, sostenuto. E quindi – unito all’ormai formidabile savoir-faire della Bignardi – resisteva ed anzi, grazie ad una tattica alla Fazio in cui certi personaggi si sottoponevano ad una radiografia da un’angolatura particolare o alla scelta di topic assurdi ed inusuali, vinceva.
Anche la D’Amico è brava. Ed ha anche il fascino giusto per un programma giornalistico witty and smart. Senz’altro. Vuol fare infatti un approfondimento e non un programma di costume come quello della Bignardi: un progetto a tutto tondo, in un mix di Iene (servizi esterni e c’è di mezzo, infatti, Alessandro Sortino), Mi manda Rai Tre, Invasioni Barbariche con un spruzzo di approccio-sportivo che si porta inevitabilmente appresso.
Il fatto è che il programma non sembra proprio per lei: non le sta addosso, non la sostiene. Lei lo forza dove non dovrebbe, calca i ritmi laddove non può farlo: vuol fare di una capra un cavallo.
Sottoscrivo il consiglio di Freccero – e come non sottoscriverlo: più brio, modificare la struttura della trasmissione con qualche taglio in più, qualche interruzione irriverente e un deciso taglio alla durata.







