EXIT – Uscita di sicurezza di Ilaria D’Amico, su La7, è una buona trasmissione. Buona, non magnifica. Entrambi gli aspetti vengono da una ragione molto semplice.

L’idea di base, infatti, è salvifica: pigliare temi forti ed irrisolti della lacerata vita sociale italiana. E tentare di scioglierli, discuterli per risolverli, distenderli ad asciugare al sole. Per sussurrare delle soluzioni.
Folle, per il panorama attuale, nel quale gli “speechin’ format” puntano ormai allo stremo sulla sottolineatura, l’esasperazione dei toni. Cercano il sanguinamento intensivo di ciò di cui parlano. Tanto folle che ieri sera – seconda puntata – ha messo sul piatto due argomenti dal far rizzare i capelli per quanto sono “fuori agenda”: la casta chiusa dei notai e la legge 40 sulla fecondazione assistita. Due bombe a tempo (ed in questo senso mi piacerebbe avere sotto mano i dati sullo share minuto per minuto): il primo, drammatico per i giovanotti in attesa dei concorsi, ma soporifero per lo spettatore. L’altro, fuori tempo massimo e già sottoposto – nel bene e nel male – a una serie interminabile di approfondimenti che forse lo hanno del tutto esaurito.

Ora, il punto è proprio questo: se l’idea è salvifica e, tutto sommato, riesce a sostenere la trasmissione per un suo buon terzo, lo sviluppo è poi monolitico e va a compromettere le restanti porzioni di EXIT.
I toni si sistemano in una oziosa medietà. L’affascinante conduttrice tenta di stuzzicarli di tanto in tanto. Ma, provandoci, cozza paradossalmente con l’intento e il “soggetto” stesso del suo programma. Che fra l’altro – come le ha sottolineato in faccia il mitico Carlo Freccero nell’intervista barbarica che chiude il programma – è un po’ troppo lungo. Il che, unito alle barbariche pause pubblicitarie de La 7, significa emorragia inarrestabile di spettatori.

Si dirà: ma anche le Invasioni barbariche era lungo, e scontava le stesse pause pubblicitarie. Si, certo. Ma il tono del programma – furbescamente trendy-chic – era diverso: più brioso, frizzante, sostenuto. E quindi – unito all’ormai formidabile savoir-faire della Bignardi – resisteva ed anzi, grazie ad una tattica alla Fazio in cui certi personaggi si sottoponevano ad una radiografia da un’angolatura particolare o alla scelta di topic assurdi ed inusuali, vinceva.

Anche la D’Amico è brava. Ed ha anche il fascino giusto per un programma giornalistico witty and smart. Senz’altro. Vuol fare infatti un approfondimento e non un programma di costume come quello della Bignardi: un progetto a tutto tondo, in un mix di Iene (servizi esterni e c’è di mezzo, infatti, Alessandro Sortino), Mi manda Rai Tre, Invasioni Barbariche con un spruzzo di approccio-sportivo che si porta inevitabilmente appresso.

Il fatto è che il programma non sembra proprio per lei: non le sta addosso, non la sostiene. Lei lo forza dove non dovrebbe, calca i ritmi laddove non può farlo: vuol fare di una capra un cavallo.
Sottoscrivo il consiglio di Freccero – e come non sottoscriverlo: più brio, modificare la struttura della trasmissione con qualche taglio in più, qualche interruzione irriverente e un deciso taglio alla durata.

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 09:56 | 7 Commenti
27.4.07
Morta Vanessa
E' morta la donna [la giovane, cazzo n.d.r.] infilzata da un ombrello sulla metropolitana
ROMA - È morta 20 minuti fa Vanessa Russo, la 23enne infilzata con la punta di un ombrello ieri sera in metropolitana. La donna era stata operata al policlinico Umberto I due ore fa circa. La donna, in coma farmacologico, è stata aggredita nel primo pomeriggio di ieri da due donne mentre viaggiava a bordo della metropolitana della linea B di Roma. E' stata colpita all'occhio sinistro con la punta di un ombrello proprio all'apertura delle porte del convoglio metropolitano alla fermata Termini. Secondo il racconto fatto agli agenti del commissariato Viminale da alcuni testimoni, la giovane stava per scendere quando una delle due donne l'ha aggredita con l'ombrello. Subito sono fuggite, allontanandosi all'interno della stazione mentre la vittima è stata soccorsa dal 118 e trasportata in ospedale. Gli investigatori fin da ieri sera si sono messi alla ricerca delle due donne, con molta probabilità dell'est d'Europa. Da una prima ricostruzione dell'aggressione, le due hanno infastidito durante il tragitto in metro la ragazza, ma i motivi della lite restano da accertare, se legata al posto a sedere o se ci sia alla base un tentativo di furto ad opera delle due. (27 aprile 2007)


Allora. Qui se la Polizia e i Carabinieri non trovano 'ste due bestie e non le riempiono di botte fino a sanguinare io cambio nazione. Emigro. Vado ad Haiti, almeno lì lo Stato non esiste e mi difendo da solo. Cazzo.

Ma vi rendete minimamente conto della dinamica dell'accaduto? Nemmeno il più ardito dei registi splatter avrebbe immaginato una tragedia simile.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 18:16 | 14 Commenti
Devastata la sede della "Valle del Marro", sui terreni confiscati alla 'ndrangheta. Lasciati messaggi di morte. E' la seconda intimidazione in pochi mesi.
Forgione: "il governo garantisca la sicurezza e faccia ripartire l'attività"
Gioia Tauro, attentato a coop di Libera
Don Ciotti: "Andiamo avanti, non cederemo"
GIOIA TAURO - La scorsa notte a Gioia Tauro è stata devastata la sede della cooperativa agricola Valle del Marro, realizzata dall'associazione Libera di don Ciotti su terreni confiscati alla 'ndrangheta.

Il cancello d'ingresso è stato forzato, un capannone è stato danneggiato e sono stati rubati diversi attrezzi agricoli. Sul terreno sono anche state abbandonate croci e altri messaggi simbolici di morte.

La cooperativa, che si trova in località Ponte Vecchio di Gioia Tauro, è stata creata nel 2005 da Libera su terreni confiscati alle cosche Piromalli e Mammoliti. Gestisce 30 ettari di terreno e svolge attività agricola, con la coltivazione, in particolare, di uliveti ed agrumeti. L'attività, condotta secondo le tecniche dell'agricoltura biologica, consiste nella coltivazione e trasformazione degli ortaggi, nella raccolta delle olive e produzione di olio e nella produzione di miele. A gestire la cooperativa è un gruppo di giovani guidati da don Pino De Masi, referente di Libera in Calabria.

"Andiamo avanti, senza paura e senza alcuna esitazione, forti anche della presenza dello Stato al nostro fianco", ha detto il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, dopo essere stato informato dell'attentato. "Siamo tranquilli - ha aggiunto don Ciotti - anche perché il nostro impegno per la legalità non subirà alcun cedimento".

Non è la prima intimidazione per la cooperativa: a dicembre alcune persone si erano introdotte nella sede, rubando attrezzature. In quell'occasione erano anche state sabotate alcune macchine agricole con l'introduzione di zucchero nei serbatoi del carburante.

"Se questa è la risposta che le cosche pensano di dare alla meravigliosa manifestazione di Polistena del 21 marzo, hanno sbagliato i loro calcoli: quei beni, e tutti gli altri che gli sono stati sequestrati, non li riavranno mai, appartengono ai cittadini della Calabria", ha detto il presidente della Commissione antimafia, Francesco Forgione, commentando l'attentato. Forgione, appena ha saputo dei danneggiamenti subiti dalla cooperativa, è partito per recarsi a Gioia Tauro e portare la sua personale solidarietà. "Ora il governo - ha detto ancora Forgione - deve provvedere per far ripartire al più presto l'attività della cooperativa e garantire la sicurezza. Questo doloroso episodio deve anche spingere il governo ed il Parlamento ad approvare velocemente nuovi strumenti operativi e legislativi per la gestione dei beni confiscati alle mafie ed il sostegno a chi utilizza i beni: questi veri e propri avamposti della democrazia nelle terre più difficili del nostro paese non possono essere lasciati da soli". "Ormai è chiaro che i mafiosi temono solo due cose: il carcere che li separa dal potere, ed il sequestro dei beni, che attacca il futuro delle loro cosche. Continueremo a colpirli con tutte e due queste risorse", ha detto ancora.

Anche il presidente della regione Calabria, Agazio Loiero, si è detto "assai turbato" per l'episodio. "Quello che è avvenuto - ha commentato ancora - è intollerabile e la risposta migliore è quella di schierarsi subito ed in maniera concreta e fattiva a favore della legalità". (27 aprile 2007 - REPUBBLICA.IT)
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:20 | 0 Commenti
FERITA SU METRO, CONDIZIONI 23ENNE IN MIGLIORAMENTO
Sarebbero migliorate nella notte le condizioni di salute di Vanessa Russo, la 23enne colpita con la punta dell'ombrello ieri pomeriggio in metropolitana. Secondo quanto si apprende, la ragazza non sarebbe più in coma farmacologico ma è sedata. L'occhio sinistro, secondo i sanitari, sarebbe integro. Solo quando si riprenderà si saprà se ha subito o meno delle lesioni. Non è ancora chiaro se la lite sia nata da un tentativo di furto o per un posto a sedere. La ragazza non è in grado di parlare quindi gli agenti della squadra di polizia giudiziaria del commissariato Viminale si basano sulle testimonianze raccolte. Gli agenti stanno visionando i filmati delle telecamere a circuito chiuso installate in metropolitana per risalire alle due donne che hanno colpito la 23enne.

Ora. Non farei il razzista. Ma pare proprio fossero due rom.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:39 | 1 Commenti
Io, per me, spero solo che quando uno parla, abbia prima pensato a quel che sta per dire.

Boh. No, perché: mica è scontata, 'sta cosa.

Vabbò vado a letto. Che è meglio. Comunque oggi ho assistito ad una lezione di Paolo Mauri sui rapporti fra Gozzano e Montale e, alla fine, m'è uscita una domanda stratosferica. Relativa al carattere melodrammatico della poesia di Saba rispetto a quello da operetta della poesia gozzaniana: dunque ambuedue declinerebbero le medesime tematiche legate al mondo prosaico imboccando due strade differenti. Molto diversi, ma - insomma - come se fossero due direttori d'orchestra che guidano differentemente gli stessi elementi. Vado, vado. Vado a letto.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 01:17 | 0 Commenti
Il gentile Diego D'Andrea mi coinvolge (qui) in una simpatico sondaggio "incipitario": bisogna scegliere i cinque libri che - al netto del valore letterario o del peso culturale, ma guardando nell'intimo di ognuno di noi - hanno segnato alcuni momenti centrali della nostra vita.
E riportarne gli incipit, gli attacchi, gli esordi. "Quand’anche si trattasse - dice il D'Andrea - di un libro di cucina o di un manuale per la toelettatura dei cani".

E allora, fra un frizzo e un lazzo, un peso e un mazzo, un articolo ed una recensione, Skype-microfoni-festa della Liberazione, ecco la mia cinquina.

Rivedibile già fra un minuto, ovviamente. Perché come diceva Troisi, "quelli sono tanti di loro a scrivere, io songo io sulo a leggere".
E soprattutto perché in realtà ogni libro segna un momento della nostra vita. E quindi meriterebbe - fosse anche un testo di Manlio Sgalambro - di stare nella cinquina.

Comunque.

Gli indifferenti - Alberto Moravia
Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l'uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un'oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.

Slaughterhouse-Five - Kurt Vonnegut
All this happened, more or less. The war parts, anyway, are pretty much true. One guy I knew really was shot in Dresden for taking a teapot that wasn't his. Another guy I knew really did threaten to have his personal enemies killed by hired gunmen after the war. And so on. I've changed all the names.I really did go back to Dresden with Guggenheim money (God love it) in 1967. It looked a lot like Dayton, Ohio, more open spaces than Dayton has. There must be tons of human bone meal in the ground.I went back there with an old war buddy, Bernard V. O'Hare, and we made friends with a cab driver, who took us to the slaughterhouse where we had been locked up at night as prisoners of war.
[Mattatoio n. 5
È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell'Ohio, ma c'erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane.Ci tornai con un vecchio commilitone, Bernard V. O'Hare, e là facemmo amicizia con un tassista che ci portò al mattatoio dove rinchiudevano, di notte, i prigionieri di guerra.(Traduzione: Luigi Brioschi)]

Se questo è un uomo - Primo Levi
Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a "Giustizia e Libertà".

La strada per Agra - Aimée Sommerfelt
Questo libro narra la storia di Lalù, un ragazzo indiano di 13 anni, e della sua sorellina Maya che vollero intraprendere un lungo viaggio andando a piedi da Allahabad ad Agra. Scalzi, puntando sempre verso l'ovest, percorsero un lungo cammino in mezzo a difficoltà e pericoli, lungo sentieri di campagna e per le strade, soffrendo fame, caldo, sete, col pericolo dei serpenti, per non parlare delle pene che infliggono le numerose e quasi invisibili spine dei cactus che bruciano come fuoco sulla pelle.

Middlesex - Jeffrey Eugenides
Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell'agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan. Non è impossibile che un lettore specializzato abbia letto notizie sul mio conto nello studio del dottor Peter Luce, gender Identity in 5-Alpha-Reductase pseudohermaphrodites pubblicato nel 1975 dal "Journal of Pediatric Endocrinology". opppure potreste aver visto la mia fotografia pubblicata nel capitolo sedici di genetics and Heredity, un testo ormai tristemente obsoleto. Sono io la ragazza nuda in piedi accanto a un'asta graduata per misurare l'altezza a pagina 578, gli occhi nascosti da una striscia nera.

Motivazioni a venire.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:32 | 1 Commenti

Qui.
E se ci riuscite, buon fine settimana.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:12 | 1 Commenti
20.4.07
PD
Sto seguendo con un'attenzione pressoché totalizzante i due congressi politici che stanno andando in scena in queste ore: quello dei DS, al PalaMandela di Firenze. E quello della Margherita, a Roma-Cinecittà.

Li sto seguendo perché, controcorrente a quanto leggo quotidianamente sui giornali - non ultimo, un insipido fondo di Luca Ricolfi su La Stampa di ieri, così sempliciotto da far diffidare della pomposa qualifica di "editorialista" - il coinvolgimento io lo sento. Eccome se lo sento. Magari non sarà una passione travolgente, ma una cotta speranzosa quella si, lo è.

Forse sarà perché, nato all'inizio degli '80 e cresciuto con un padre comunista ed una madre verde ex-radicale, non ho mai potuto testare sulla mia pelle questi due filoni politici nella loro dialettica quotidiana. Non sono miei, c'è poco da fare. Sono miei molti dei valori e delle idee, ma non il pattern. Non il disegno. Non le vecchie facce ed i vecchi slogan. Io, compagni, c'ho chiamato solo i ragazzini che venivano alle elementari con me. Così come - però - sono lontano anni luce da quel che è stata prima e dopo la mia nascita la Democrazia Cristiana.
Sento insomma la necessità profonda di un soggetto nuovo, che non sia il solito nano-partito che non guarda oltre il proprio naso. Un partito - si, anche e prima di tutto, un partito: che male c'è a dirlo? - che possa offire una sponda alla mia frastagliata identità politica.

Che sta a sinistra, ovviamente e saldamente. Ma non sa dove stare, esattamente. Non è un cruccio da poco, ve lo garantisco.

Forse - ed è per questo che la transizione verso il nascituro Partito Democratico mi sembra l'unico sbocco possibile, uno sbocco che non ci porterà ad "arrotolare le bandiere" ma a issarne di nuove - il nuovo soggetto potrà sciogliere questa mia enigmatica formazione politica.

Certo. I problemi ci sono. Come ci sono stati sempre, in tutti i passaggi cruciali della storia politica. E non è certo questa la sede per tentare un'analitica sciorinatura delle magagne. Forse uno solo, se ne può indicare - il più grave: che il cambiamento sia profondo e sincero. E non sia un trito restyling di decrepiti culi e facce già viste.

Però, ecco, quel che proprio non mi va giù è sentir dire - non ultimo ancora, Berlinguer ieri al congresso di Firenze - che quello del Partito Democratico è un progetto che nasce dall'alto, da dirigenti scollati dalla vita della gente comune.

Non credo. Non credo proprio. Credo invece che sia l'unico canovaccio percorribile da un centro-sinistra che altrimenti perderebbe una foltissima schiera di giovani che non ce la fanno - non fosse altro per la loro data di nascita e per la loro weltanschauung - a dirsi comunisti, non ce la fanno a dirsi democristiani, non ce la fanno a dirsi socialisti, non ce la fanno a dirsi liberali né radicali.

Perché, in fondo, sono tutto questo insieme.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 13:24 | 4 Commenti

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:52 | 1 Commenti
18.4.07
Concretezza
"La concretezza, in letteratura, è altrettanto preziosa che in economia e in politica".
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 21:37 | 0 Commenti

Ormai le aspettiamo come un fatto drammatico ma inevitabile. Dite la verità, ormai è un'abitudine. Di tanto in tanto, ciclicamente, esce la notizia: ennesima strage in un campus americano, tot morti, tot feriti, morto il killer, etc. etc.

Che poi, detto per inciso, a me 'sta cosa che quasi sempre il ragazzo o i ragazzi protagonisti delle sparatorie finiscono col morire me li fa raffigurare come disperati kamikaze della post-modernità. Un fatto terrificante, di assoluta mestizia.

Stavolta - dopo la strage del Colorado, nel 2006 - è toccato alla Virginia, nel campus scientifico Virginia tech.: almeno 22 morti, dice la polizia in questo momento. Un dramma. Una delle più grandi tragedie mai registrate in ambito civile. Anche se - per correttezza - c'è da dire che non c'è certezza sull'identità dei killer: potrebbero essere anche due balodi barricatisi negli edifici, come era accaduto qualche mese fa con un evaso.

Rimane e torna in testa la strage di Columbine. E soprattutto il mai troppo ascoltato documentario premio Oscar 2002 di Michael Moore, "Bowling for Columbine".

Di Moore si può pensare quel che si vuole, senz'altro - io ne penso piuttosto bene. Ma quel documentario - che io vidi appena disponibile in dvd, me lo aveva procurato mio padre - ha il merito imperituro di individuare con chirurgica esattezza la radice di certi problemi, che spesso sembra complicata e che in realtà è semplicissima: l'aggressività diffusa della società americana, in particolare di certa società americana. E l'immensa facilità con cui ci si può procurare delle armi.

Io, qui - ovviamente partendo dal presupposto che non si sia affiliati a qualche gang criminale - non saprei a chi rivolgermi. Lì mi sarebbe bastato aprire un conto corrente in una certa banca. O rivolgermi al primo rivenditore della mia città.

Prima di scodellare complicate disquisizioni sociologiche sul disagio dei giovani, sulla vuotezza delle nuove generazioni tutto computer e niente cuore e bla bla bla bisognerebbe toglier loro i giocherelli dalle mani.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 18:43 | 5 Commenti
Cazzo. Cazzo però se Alex Baroni era bravo. Era bravissimo.

Ogni volta che lo rivedo, piango.

Indagando ho scoperto che esiste un Comitato Alex Baroni dedito alla promozione dell'arte, della musica e del canto fra i giovani. Qui.

Più lo ascolto, più ascolto quei motivi così forti e però nel contempo molto popolari (basti l'esordio, "Cambiare" o "Male che fa male") e più mi convinco che è proprio un artista come Alex Baroni che (mi) manca nel panorama mainstream italiano. Cioè: sarebbe stata probabilmente la voce che avrei seguito con più interesse fra le varie proposte ammuffite che ci ammorbano oggi - e che infatti, pur nell'ambiente, non seguo con particolare verve se non quando è strettamente necessario. Sarebbe stato il giusto punto d'incontro fra il "bel-canto" italiano però attento a melodie certo non innovative ma nemmeno scontate, testi maturi e non coglioni, magnifica interpretazione. Oltre che una gavetta di peso.

Peccato. Davvero.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 10:47 | 7 Commenti
Stanotte non ho dormito molto. Anzi: molto poco. Forse cinque ore. A scatti, sussulti, sprazzi. Cosa stranissima, fra l'altro: il mio sonno è solitamente monolitico. Comunque.

Risvegliato da uno squillo al cellulare arrivato alle due di notte (ecco l'inghippo!), proprio non riuscivo a trovare un compromesso fra la mente e il fisico. Niente. Niet. Occhi sgranati.
Ho preso dei salatini ed un bicchiere di spremuta (anzi: Frutti Rossi, c'è pure il melograno, dentro).

Ed ho scoperto un film che non avrei mai avuto modo di scoprire.

(Questa è un'esperienza fra quelle che più segnano la mia passione per il cinema, credo legata ad una certa passione per il passato, più che per il presente: amo alla follia - quando rientro tardi o quando, raramente, mi sveglio in piena notte - soffermarmi a scoprire quelle pelllicole dimenticate che passano solo a notte fonda. E' fantastico. Al di là dei vari "Heimat" su Rai Tre. Anche Rete4 e qualche altra emittente non scherza, a portafoglio-film).

E allora mi sono imbattuto nientemeno che in "Una moglie giapponese", film datato 1968 e firmato dalla regia di Gian Maria Polidoro (la cui filmografia è piuttosto ridotta, almeno quella ufficiale) e dalla sceneggiatura di Rodolfo Sonego. Film sul quale - in rete - scarseggiano le notizie. Purtroppo, causa l'ora e gli impegni di questa mattina, ho dovuto interrompere dopo circa mezz'ora. Poco importa: l'importante è sapere che un film esiste. Ci sarà sempre modo di recuperarlo. Il brutto è ignorarne l'esistenza.

Fra l'altro sono molto sensibile al mood del film, che fondamentalmente mi arriva attraverso la fotografia e alcune ambientazioni, oltre che da certe interpretazioni - in questo caso Gastone Moschin, la cui filmografia è davvero una salita a tornanti. Quindi, come dire: spesso mezz'ora basta e avanza per valutare se quel film - al di là dle mio onnivoro intento macrofagico - vale l'attenzione.

Insomma. Qui quello che ne dice Tullio Kezich ne Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977, Edizioni Il Formichiere:

Il week-end perduto di un ragioniere novarese che il caso strappa per quattro giorni alla noia della vita di provincia con un fulmineo viaggio a Tokio, Hong Kong, Saigon e Calcutta. È una corsa in jet attraverso mondi lontani, fra linguaggi e costumi incomprensibili, e una sommaria presa di coscienza dei problemi che travagliano l’Asia. Il protagonista viaggia al posto di un collega e da una tappa all’altra ne scopre la vera fisionomia, quella dell’europeo avido e cinico in terra di conquista. Solo a prezzo di una programmatica insensibilità un individuo può reggere orrori come la guerra del Vietnam e la fame dell’India; ma il ragioniere non ha la tempra del colonialista: le ragazze che si vendono per miseria e gli affaristi che si ingrassano finiscono per procurargli un salutare disgusto. Con questo nuovo carnet di viaggio, Polidoro (40 anni, nato a Bassano del Grappa, ex documentarista) continua il discorso tra sentimentale e sociologico dei suoi film precedenti, tutti sceneggiati da Rodolfo Sonego. Dopo Le svedesi (1961), Il diavolo (1963) e Una moglie americana (1965), il regista conferma la sua vocazione di cosmopolita curioso. Anche La moglie giapponese è caratterizzato da finezza di osservazioni, da un misurato umorismo e da qualche languore: i brani di reportage da Saigon e dall’India, lucidi e inequivocabili, sono tuttavia le cose migliori finora girate da Polidoro. Al disegno della regia si intona felicemente l’ottimo Gastone Moschin.

Direi che è il caso di recuperarlo. E spararselo per intero.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 10:29 | 2 Commenti
11.4.07
Primo Levi

Se questo è un uomo (1947)
La tregua (1963)
Storie naturali (1966) racconti, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila
Vizio di forma (1971) racconti
Lilìt e altri racconti (1971) racconti
Il sistema periodico (1975) racconti
La chiave a stella (1978) romanzo
La ricerca delle radici (1981) antologia personale
Se non ora, quando? (1982) romanzo
traduzione de
Il processo di Franz Kafka (1983)
Ad ora incerta (1984) raccolta di poesie
L'altrui mestiere (1985) opera saggistica
I sommersi e i salvati (1986) opera saggistica
Conversazioni e interviste 1963-1987 (
1997) (postumo)
L'ultimo natale di guerra (2000) (postumo) racconti

Leggere tutto questo. Poi ne parliamo.

Per oggi, un minuto - uno solo ma che sia vero, rubato alle migliaia di boiate di cui siamo circondati, delle cose NON-importanti - di riflessione.

Vent'anni fa moriva Primo Levi.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 14:27 | 0 Commenti
La faccenda è seria. Terribilmente seria. Come dire: scandalosamente seria. Di quella serietà "storica", che non ammette appelli e divagazioni sparse.

Qui - proprio qui, ma anche lì: ovunque - intorno e dentro ai siti che visitate, i blog che aggiornate o commentate instancabilmente, i forum e i gruppi e le communitiy di ogni genere e tipo che infittite minuto dopo minuto, la gente che conoscete in ogni forma e con ogni sviluppo possibile (e spesso impensabile), le informazioni che sparate in linea e che succhiate altrettanto avidamente, le frasi che macinate, i lavori che ci fate, l'orgia planetaria di "materiali" fruibili in migliaia di formati differenti.

Qui - mentre il Mondo dorme - sta cambiando il mondo.

E l'analisi più lungimirante rimane quella di Marshall McLuhan datata anni '70.

Non c'è niente da fare. Proprio niente. Più ascolto, leggo, leggo, leggo, sento, ascolto, vedo, guardo, analizzo, mi interrogo, interrogo, sbotto, rifletto, rfiletto a lungo, penso, penso, penso, penso concludo infine che è così. Che le opinioni fondate/sensate/argomentate (non dico originali, non chiedo tanto sia mai) sul Mondo non più Possibile ma Reale che stiamo/state/stanno edificando si contano sulle dita di un piede. E' così'.
C'è in giro un così odioso riempirsi la bocca da parte di ritardatari ed entusiasti profeti del villaggio globale che mi scassa davvero le scatole. Baroni universitari di 70 anni che si reinventano "esperti della rete". Giovani già vecchi che ripetono cose vecchie che i giovani - quelli veri - sapevano da tempo. Mesti snocciolatori di ovvietà farcite - questi sono i peggiori. Catastrofici censori travestiti da teo-con. Esaltati spacciatori di merda mentale e di piattezza verbale. Il fatto triste è che ce li propinano senza pietà (sui media tradizionali): tv e radio alternano ciafrusaglie concettuali a vuote conversazioni affidate - nove volte su dieci - ad estemporanei esperti buoni per far star buono vostro nonno (e se è un certo tipo di nonno, fortuna vostra che io il nonno ce l'ho mica, manco lui ci casca, che magari lui portava il trattore ma certe cazzate travestite da assiomi mica le beve).

La realtà è che pochissimi stanno capendo qualcosa di quel che sta accadendo. E non basta
- come sempre è accaduto nella Storia - ciancicare il gergo per possedere il verbo (cazzo quant'è pacchiana questa!).

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 00:57 | 5 Commenti
Nonostante una delle notizie della giornata sia questa - ovviamente non ne ha parlato nessuno e chi ne ha parlato lo ha fatto male e di fretta, ficcando come al solito la notizia scientifica fra tette, culi e Woodcock come fosse una robaccia di costume -, non riesco a togliermi dalla mente la mia nuova persecuzione televisiva. Non so quale sia il nesso fra il paragrafo precedente ed il seguente. Credo comunque che debba essercene uno, santo Cielo, se Matte Blanco non era un fallito.

Se in passato ho riservato le mie disinteressate attenzioni a Monica Leofreddi, stavolta vi delizierò con i miei elzeviri su Lorena Bianchetti: il nuovo "mostro" della domenica pomeriggio. L'androide dalla chioma rada.

Prima cosa. Sebbene faccia di tutto per indignarmi, nonostante ci provi in ogni modo, non ce la faccio: la Bianchetti, al fondo, mi porta verso quella classica risata disillusa che scaturisce dall'anti-trash spinto.
Si dice, difatti, che sia stata messa al posto della Venier per limitare lo sfascio in cui stava precipitando Domenica In coi vari pappalardi.
In realtà l'effetto che fa la Bianchetti è quello della zia chiamata all'ultimo minuto perché la mamma sta male e non può organizzare la festa di compleanno per Marcellino e i suoi amici. E che quindi deve darsi da fare come può, arrabbattarsi e sbrigarsi pure a venire che mica c'è tanto tempo gli invitati arrivano. Piglia la prima cosa che trova - e la Bianchetti pare davvero si butti in mezzo alle stampelle del camerino intinta nella coccoina e si porti appresso quanto le rimane appiccicato - ed esce di casa.

E' di una inadeguatezza totale. Mi imbarazza solo vederla. Non lo so, argomento poco, sarà l'ora. Non disperate, ci tornerò con puntiglio da ferramenta. Senz'altro merita una disamina direi scientifica.

E' che proprio adesso, mentre scrivo e penso a lei (che sta da Bruno Vespa), m'arriva una risatina giù giù, direttamente dallo stomaco, che non riesco a trattenere.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 00:25 | 3 Commenti

L'epiteto scelto per marchiare quel surplus di entrate fiscali che pare il Governo si sia ritrovato fra capo e collo (e visto il tono della polemica, meglio sarebbe stato se non fosse venuto fuori) fa decisamente cacare. C'è poco da fare: è orribile. E fa quasi ridere sentire i cronisti - lo faceva stamattina il conduttore di Baobab Lunedì Mattina, su Radio Uno - ritrarsi come intimoriti di fronte a qualcuno che glielo faccia notare. (Pezzotta osservava: "Certo, che brutto questo tesoretto..."; il giornalista, con tono fra l'impaurito e il rassegnato: "Cosa vuole, lo chiamano così").

Siamo di nuovo, dunque, nel terreno delle molteplici ed inesauribili oscenità terminologiche - magari fossero solo termnologiche, ma limitiamoci ad esse - che il linguaggio giornalistico ci propina sostanzialmente dall'esistenza delle Gazzette inglesi manoscritte del '700.

Stavolta è il turno di una voce tanto ridicola quanto pregna di connotazioni direi comiche: il famigerato "tesoretto", appunto. Lo so, lo so: anche voi ve ne sentite perseguitati, ultimamente. Dove ti giri, dove senti, dove leggi c'è un tesoretto che ti ascolta. E una rapida rassegna dei titoli Ansa è davvero esilarante:

Montezemolo al Governo: "Non dilapidare il tesoretto"
Fisco: Visco, tesoretto? Dobbiamo fare una scala delle priorità
Conti pubblici: Bersani, il tesoretto sia destinato alle riforme
Santagata, tesoretto? Mantenere risanamento
Il tesoretto di Padoa-Schioppa
Tesoretto, istruzioni per l'uso
Trichet: Non sprecate quel tesoretto, pensate a ridurre ild ebito"
Bonanni: Tesoretto vada a salari e pensioni
Epifani: "Con l'Ici il tesoretto è già finito"
Il tesoretto dove lo metto
Tiro alla fune sul tesoretto
All'assalto dle tesoretto

Senza contare gli innumerevoli quanto scontati "Caccia al tesoretto" e connessi.
Una vera rassegna dell'incomprensibilità giornalistica - poi si lamentano che tanta gente si scoraggia solo leggendo i titoli. Ma questa è un'altra storia.

Ricordavo da qualche parte un titolo del genere. Lo confesso, ho dovuto controllare: vi si intitola un poemetto di ser Brunetto Latini, maestro di Dante. Proprio: "Il tesoretto". Specie di dialogo fra Virtù, mi sembra. Insomma Padoa-Schioppa non c'entra.

Pare inoltre che proprio tesoretto si definisse una "poesia a foggia di frottola". Insomma, un testo raffinato ma pieno di stronzate. Quale evidentemente sarà pure quello diser Brunetto, che mi sogno bene dall'andare a rileggere.

In realtà, scavando nell'etimologia, viene fuori che "tesoro" - e conseguentemente il suo diminutivo, di cui sto giustappunto discettando - oltre a tutti i significati che siamo soliti attribuirgli, voleva anche dire espressamente "la cassa dell'erario pubblico" oltre che "l'ufficio e l'amministrazione di essa" (di qui, fra l'altro, Ministero del Tesoro). E qui Padoa-Schioppa e Visco c'entrerebbero pure.

Rimane il fatto che "tesoretto" faccia davvero schifo. Si, perché - rapportato soprattutto alla rissa che vi si sta scatenando attorno - dà l'idea di un, che so, del povero ministro che si passa e ripassa fra le mani 'sto sacchettino di pelle pieno di monetine da un centesimo. Intorno al tavolo, Epifani e Giordano, Cordero e Pezzotta, Jean-Claude Trichet e Prodi più un numero imprecisato di ministri che s'accalcano forsennatamente.
Le sorprese, però, non finiscono qui. "Tesoretto bizantino" è stato anche definito un insieme di ritrovamenti archeologici (coppe, cucchiai ed altri monili di periodo bizantino, guarda un po') del 2005. E in generale in ambito archeologico il tesoretto è quell'insieme - spesso con monete ma non è detto - di ritrovamenti vari legati all'ambito finanziario delle civiltà antiche.
Infine, per chiudere in questa orripilante rassegna che segna probabilmente il post più noioso che abbia mai scritto, pare che anche le fuciliere si definiscano tecnicamente - quando ne dispongono - "fuciliere con tesoretto" (nel senso, credo, che dispongono di una piccola cassaforte intera o che, alternativamente, sono dotate di serratura blindata). Anche qui, di sottosegretari all'economia nemmeno l'ombra.
Non vi invito poi a cercare su Google le immagini di "tesoretto" poiché verrà fuori un miscuglio di oggetti e personaggi assolutamente slegati tra loro e il cui senso mi sfugge del tutto.

Io dico, molto molto semplicemente: ma non si poteva trovare un altro maledettissimo termine?
Surplus fiscale, extra-gettito, riserva fiscale, super-gettito. Tutto, davvero: ma tesoretto no!

Senza contare, per gli appassionati di fantasy, l'inevitabile effetto di vedersi apparire in sogno l'appiccicoso Gollum che ti sussurra: "Voglio il mio tesssoretto!".
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 14:02 | 0 Commenti

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