31.7.07

15.269,69 EURO. BASTERANNO PER PORTARE LA CONSORTE A ROMA?

Non so davvero di cosa ci sia bisogno per scardinare la Casta - tanto per utilizzare una keyword così d'attualità. Non credo che i politici italiani non capiscano. Anzi. Credo piuttosto che il problema sia di altro genere: non sono in grado culturalmente (unfit, direbbero gli inglesi) di inquadrare a dovere il problema dei privilegi loro accordati a causa di un'ormai putrefatta ed irrecuperabile forma mentis. Come il bambino che capisce bene un singolo avvenimento storico ma non sa incastonarlo nel più articolato contesto del periodo perché tanto la maestra lo sottopone solo ad interrogazioni nozionistiche e non insiste mai sull'interpretazione globale di un certo fenomeno.
Insomma: da sempre la classe politica nostrana vive un vita parallela a quella del Paese. Figurarsi se sia in grado di interpretare ed analizzare il problema della propria insostenibile superiorità materiale al fine di un'autoriforma seria e responsabile.

Le dichiarazioni rilasciate ieri dal segretario nazionale dell'Udc Lorenzo Cesa - peraltro azzerate in tutta fetta dall'alfiere della famiglia italiana, Pierferdinando Casini - suonano infatti come frasi leggibili solo da questo punto di vista. Almeno, se è vero quanto segue. Altrimenti, Cesa è un masochista che in pieno periodo di (pseudo) lotta alla Casta sceglie deliberatamente di zappettarsi i piedi da sé.

Un deputato, secondo La Stampa di oggi, percepisce 5mila486,58 euro di "indennità base". A cui vanno aggiunti altri 4mila 003,11 euro di "diaria di soggiorno" (meno 206,58 euro per ogni seduta nella quale il deputato non abbia partecipato almeno al 30% delle votazioni). Senza contare i 4mila 190 euro di "rimborso spese per il rapporto con gli elettori" - mai capito a fondo, questa voce. I mille 331 euro per i "trasferimenti da/per Fiumicino". 259 euro per le "spese telefoniche". Tutto sommato, fa 15mila 269,69 euro netto in busta al mese. Grazie e arrivederci. Vi sono anche altri benefit, ma sorvoo per evitare di vomitare quanto appena ingerito per pranzo.

A fronte di una cifra che - considerato l'attuale mercato del lavoro e il bassissimo livello di operatività effettiva dei parlamentari che sono a Roma non più di tre giorni a settimana, oltre che confrontato con le cifre dei colleghi di altri paesi - configura una effettiva sperequazione sociale. Cioè: è proprio un problema sociale, non più uno scandalo. Ma queste - per fortuna - sono informazioni note sulle quali è inutile insistere.

Piuttosto, a me preme sottolineare l'enigmaticità delle affermazioni del genio di via Due Macelli, dello stratega dei finanziamenti europei (informatevi): facendo appello a quale facoltà intellettiva il segretario di un partito che ha preso il 6,82% alle ultime elezioni politiche si permette di chiedere "più soldi per portare le nostre mogli a Roma"? Cioè: dov'è la ratio della dichiarazione? Dov'erano gli spin doctor che dovevano trattenerlo per la giacchetta dal pronunciare un insulto del genere? A cena fuori? E chi ha pagato al ristorante, qualche direttore di testata per lasciare solo il povero Cesa e farlo sbizzarrire?

La sensazione più sgradevole, fra l'altro, è che queste dichiarazioni siano state rilasciate all'indomani delle dimissioni (dal partito, non dalla Camera dei Deputati: credevate che rinunciasse a quei 15mila 269,69 euro?) dello sconosciuto deputato pugliese Mele, rimasto coinvolto in un'allegra quanto triste (ma così rara?) serata di prostituzione d'alto bordo. E quindi non possono che assumere, nonostante tutte le condanne piovute da mezzo Parlamento, una sgradevolissima sfumatura aggiuntiva. Quasi a giustificarlo, quel poveretto di Mele due mogli quattro figli, costretto dalla lontananza (ricordo che i parlamentari hanno libera e gratuita circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea in tutto il territorio nazionale) a consolarsi in una camera d'albergo a suon di fica e piste. Tipo scrittore fallito in cerca di ispirazione.

Credevo che le ripetute denunce, le inchieste, i libri, le interviste, i buoni propositi e i pur timidi provvedimenti assunti da Camera e Senato non oltre la scorsa settimana potessero almeno segnare un punto di non ritorno nella lotta a questo Paese Parallelo composto da politici (e spesso, anche da magistrati e dirigenti di organismi ed enti pubblici o a partecipazione pubblica). Un vero fortilizio del privilegio. Accompagnato da un sottobosco di soliti ignoti (con le tasche piene).

Credevo male, come sempre. Dichiarazioni come quelle di Cesa sono infatti importantissime perché portano a galla rari frammenti di sincerità - si, sincerità - di un deputato medio italiano. La realtà è che la stragrande maggioranza di essi non sente, proprio non percepisce il problema nel suo complesso, nella sua globale insostenibilità in un paese in cui milioni di famiglie vanno avanti con 900 euro al mese. E quindi, passata la tempesta, torna a scrutare la propria busta paga al riparo della frescura delle mura di Montecitorio.

E a vedere se ci scappano quei 2mila euro per la consorte - d'altronde, l'avevano anche detto nel manifesto qui sopra, che "il futuro si costruisce insieme". Alla moglie.

Molti replicheranno che personaggi con ben minori responsabilità percepiscano stipendi da capogiro. A me non interessa quanto prenda Santoro o Totti - pure posso indignarmi, ma non posso pretendere che nessuno ci faccia nulla, o quasi (per la Rai). Ma i Parlamentari sono il mio contraltare istituzionale. Ed è in quell'ambito che prima ancora della condanna morale, l'opinione pubblica esige la decenza istituzionale.
28.7.07

OGGI I PUPAZZI SI CHIAMANO AVATAR. UN TEMPO, ACTION JACKSON

Ecco la seconda escursione nei 70's di Reliquie, la mia rubrica sul bimestrale Classix!, il cui nuovo numero, per l'esattezza il 13, è in edicola dalla scorsa settimana. Perché come L'Amico Jackson non ce ne sono più. Anzi. Perché ormai i pupazzi si chiamano avatar. E allora non sono più pupazzi.
(Cliccare sull'immagine, please).

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Rubrica Reliquie dal numero 13 di Classix!
25.7.07

POPIMMERSI(ONTHEBEACH)

POPIMMERSI(ONTHEBEACH)

20.7.07

IL CANTORE DEL NUOVO, STORTO MILLENNIO

Ieri sera chi non c'era s'è perso una show perfetto. Davvero intenso. Appena pubblicata su Extra! Music Magazine. La trovate qui. Perché Damien Rice è il cantore di questo nuovo, storto millennio che ci toccherà vivere. Non c'è dubbio.

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L’attacco con “Volcano” prende la Cavea dell'Auditorium di petto. “What I am to you is not what you mean to me”. E la ipnotizza in pochi minuti. Tenendola a se fino alla fine. Non c’è scampo. Per oltre un’ora e mezza di perfezione assoluta. Un concerto fine, ecco. Levigato in ogni anfratto sonoro. Elegante ed intenso. E non c’è un pezzo – non uno – che dopo i primi secondi non meriti l’applauso. Perché la gente lo aspettava. Lo cercava. Perché sono uno più bello dell’altro.

L’irlandese di Celbridge Damien Rice, nella sua apparente essenzialità e crudezza – anche nel vestire -, sa in realtà stare sul palco come i grandi songwriter. La sua pronuncia è rotonda, di un inglese pulitissimo e pungente, che riesce a fare di ogni canzone un piccolo quadro incrinato. “I guess I'm no good, I guess I'm insane”. A metà strada fra le delicatezze bucoliche delle sue origini irlandesi, appunto, e il disincanto cinico delle metropoli americane e della California. Fra storie privatissime e incrinature di tutti.
Musicalmente, non commette un errore. Zero. Ad accompagnare Damien, che alterna chitarre acustiche e piano, la scabra viola di Vyvienne Long, batteria, chitarra e basso. A significare che quando serve – per esempio nella biblica “Me, My Yoke and I” – l’elettricità serve. Non troppa: a botte improvvise. Ma serve. Salvo poi lasciare nuovamente la scena ad un approccio decisamente acustico. Ma sempre e comunque intimamente ritmico.
Paradossalmente: la struttura è quella post-rock, altro che folk. Sarà che ancora qualche molecola sonora della sua prima indie-rock band, gli Juniper, ce l’ha in giro per la testa, quando compone.

Poi è tutta un’altalena di melodie, senza sosta: da “I remember” a “Dogs” fino alle incalzanti e drammatiche domande di “Accidental Babies” (“And do you brush your teeth before you kiss? Do you miss my smell? And is he bold enough to take you on?”). Passando per “Eskimo Friend” e per il terzetto finale con dentro la più bella canzone degli ultimi dieci anni: “The Blowers Daughter”. Già un classico. Ancitipata da “Cannonball” e seguita da “Coconut Skins”. Forse, l’unico appunto che si può fare all’irlandese è l’eccesso compositivo di crescendo: pare che, trovata la formula musicale più adeguata ai suoi testi, abbia esagerato a volte nel riproporla sistematicamente in buona parte delle sue canzoni. Ma è poca cosa rispetto al sudore che riesce a farti scendere giù per la schiena con la sua interpretazione, i suoi sussurri, le sue grida, le sue confidenze al pubblico (un pezzo l’ha fatto totalmente senza amplificazione). Chiudendo poi con una simpaticissima “Cheers Darlin’” prima recitata e poi interpretata nelle vesti del protagonista. A spiazzare tutti quelli che lo accusano di essere solo un musone.

Bisogna dirlo: forse insieme a David Gray è il cantautore più credibile, per questo periodo. Interpreta e ogni volta pare rimanere egli stesso scosso dai suoi testi. Canta magnificamente. Arrangia i suoi pezzi con grande furbizia e anche con lo scopo di dare alle canzoni strutture che non stufino e che sappiano intrattenere. Damien Rice è un po’ la voce che racconterà le emozioni del nuovo millennio. Un millennio malinconico, storto. Eppure ci toccherà viverlo.

[Nota a pié di papera]
Per me è stato molto complicato seguire il concerto. Davvero. Ero circondato. Letteralmente accerchiato da schermi di ogni dimensione e tipo. Telefonini, macchinette digitali, “blin”, “plin” e segnali acustici di ogni tipo. Ho sfiorato in più occasioni la bestemmia. Un incubo. Alla mia destra, tre scalmanate pseudo-parioline, accorse in Cavea solo per il Damien Rice fisicamente inteso. Alla sinistra: giornalista con la puzza sotto il naso con donna figa (una escort? Troppo carina per lui, troppo) al seguito – faceva le foto pure lei. Di fronte, amici pelati in vena di fotografia. E allora mi domando: ma perché, in un mondo di mediazioni, auto-costringersi a mediare anche un live musicale, incarcerando l'occhio dietro all'ennesimo monitor? Folle.
18.7.07

DEAD LESBIAN AND THE FIBRILLATING SCISSOR SISTERS

Ieri sera sono stato a sentire gli Scissor Sisters all'Auditorium di Roma. Intorno a me, un'umanità mista e curiosa. Loro, meno interessanti di quanto mi attendessi. La recensione è stata pubblicata questa mattina su Extra! Music Magazine, esattamente qui. Perché non tutti i concerti sono di quelli da ricordare per una vita. Ci sono anche quelli che durano una settimana. O poco più.

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Molti froci – e lo dico come lo dice Ennio Fantastichini in “Saturno Contro”: con grande “ruspantezza” e nessun connotato razzista. Affianco a loro – a parte me, stravaccato nella Cavea Superiore nonché in avanzato stato di disidratazione – una scolaresca di Miss America dodicenni. Tante coppie di fidanzatini, la cui maggioranza della metà maschile è annoiata a morte. Papà in giacca e cravatta (ma la Turco non ha detto di toglierla?) che accompagnano stralunati le infoiate figlie luccicose e sudate. Tanti piccoli cloni del rachitico Jake Shears e della sferoide Ana Matronic. Amiche, amichette, porche, porchette. Ceffi anonimi. Grassoni in trasferta forzata. Ma soprattutto eccentrici dell’ultima ora addobbati a festa. Anche un sosia di un mio compagno d’università (uno antipatico). Insomma: il mondo è bello perché è avariato.

Gli (Le?) Scissor Sisters, musicalmente, sono di un vecchiume folle. Mi pare palese. Solo che da qualche anno a questa parte il vecchiume – o il recupero di benemerite stagioni ormai appassite - pare avere nuova vita. E piace. Piace parecchio – a tratti anche al sottoscritto. Nulla di male nell’incrocio paleo-scientifico fra i Bee Gees, Mika e gli Chic. Con un pizzico di Giorgio Moroder e il piglio compositivo dell’Elton John più gommoso che si possa immaginare. Trattasi di intruglio che però diverte, che fa saltare e che – come in questo caso – riesce a veicolare con efficacia certe rivendicazioni che sembrerebbero acquisite e che invece ogni volta paiono sfuggire. Non a caso, Shears e la Matronic non perdono occasione per ricordarci che il Papa non sta loro molto simpatico (non mi pare che Eugenia Roccella e Paola Binetti fossero sugli spalti, per loro fortuna) e che si, insomma, apprezzano l’omosessualità.
Detto questo – motivo della truculenta introduzione -, tecnicamente “fanno quello che devono fare”, come si usa dire in certe scienze dure. E non tanto nei falsetti di Shears (una specie di burattino indemoniato, anche se a tratti disorientato) o nella pur ragguardevole Matronic che è poi la vera padrona di casa, con le sue tettone magnifiche e la sua voce rotonda e piena. Quanto con le chitarre ed i bassi di Del Marquis e di Babydaddy, puliti ed efficaci. Al quintetto-base, si affiancano nel live due fiati (tromba e sax) ed un tastierista, che cercano di parare i danni del live, di stuccare un suono forse troppo bucato. Si, perché se il coinvolgimento della gente ripaga le carenze dello studio col calore della Cavea – assolutamente non sold-out, diciamo riempita sui due terzi della capienza - è anche vero che certi pezzi su disco suonano (ovviamente) molto più “pieni” e cesellati. Quindi, per l’impiastro sonoro di cui parliamo, più belli.
Per il resto, non sono mancate le pur parecchie hits che già segnano una breve e rapidissima carriera: dalla splendida “Laura”, sparata quasi in apertura, alla floydiana e stravolta “Comfortably Numb” (che coraggio!), passando verso la fine per la simpatica “Take your Mama”, l’anatema gay “Filthy/Gorgeus”, “Paul McCartney”. E l’immancabile “I don’t feel like dancin’”, suonata durante il bis.

Che dire, se non che forse un contesto come quello della Cavea dell’Auditorium – pur avendo esaltato i fanatici della band newyorkese – non ha forse smosso chi fosse lì per altri motivi che la folle passione. Sono uscito con l’idea che, se li avessi visti in un club più intimo, da poche centinaia di persone, mi sarei divertito molto di più. Questo per quanto riguarda l’aspetto extra-musicale. Sull’aspetto compositivo-musicale, mi pare che se ne sia detto già abbastanza. Anche troppo.
16.7.07

SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE: LA RISPOSTA DI CORRADO AUGIAS

Qualche tempo fa scrissi una lettera a Corrado Augias, destinata alla rubrica delle lettere che cura su Repubblica. Ve la postai anche qui (cliccare, please).

Un paio di settimane fa, il 4 luglio, Augias - dimostrando grande correttezza e pulizia intellettuale - ha pubblicato una risposta a me (citandomi nella sua risposta, verso la fine) e ad altre persone che avevano manifestato le stesse considerazioni sul'annosa questione Scienze della Comunicazione.

Ecco qui sotto la risposta di Augias. Per leggerla meglio e zooommata cliccateci sopra.

Augias - Repubblica del 4 luglio 2007
14.7.07

ADESSO TIENIMI: FLAVIA PICCINNI, MARTINA E I GIOVANI CHE MUOIONO

Vi lascio al lungo e caldissimo fine settimana con la recensione di un libro importante. Un testo fulminante, cattivo e caldo. L'ha scritto la giovane Flavia Piccinni (qui a fianco) e l'ha pubblicato la benemerita Fazi. Il mio pezzo è stato pubblicato stamane su Extra! Music Magazine. Perché il Paese non sa che fine stanno facendo i suoi giovani. No. Non lo sa.

*

Flavia Piccinni - "Adesso Tienimi" - 2007 Fazi Editore/collana Le Vele

Mentre succhiavo questa specie di cataclisma dell’inedia affettiva contemporanea, la memoria chiedeva permesso alle ossa del mio cranio. E martellava suggerendomi incessantemente di recuperare il quadro di un giovanissimo artista, Thomas Ray, intitolato Amour Fou. E’ inenarrabile: bisogna osservarlo qui.

In effetti non sbagliava, la mia memoria. E’ la traduzione pittorica spaccata di “Adesso Tienimi”. Perché proprio di un amore folle – cattivo, spietato ma unico tassello Vero e totalizzante in una vita stravaccata e fissa sul grigio – parla il dirompente romanzo d’esordio della ventenne tarantina Flavia Piccinni. Un amore che ha rotto tutto. Ha distrutto senza salvezza. Trascinando nella melma anche il (possibile) finto equilibrio di una vita normale.

Devo dire la verità: l’ho letto fra le due e le tre di notte, ed ogni notte mi ha creato seri problemi d’addormentamento. Perché la Piccinni – la sua Martina, protagonista, è una diciassettenne – sbatte in quelle 177 pagine una glacialità ed una secchezza di stile che a tratti sfiorano la nausea da vomito. Picchia durissimo, la giovane scrittrice. Non ha pietà per Martina. Men che meno per i suoi lettori. Dipinge (dipinge?) una Taranto che è icona di tutto il Sud Italia in via di putrefazione. La mediocritas imperante di un sistema allo sfascio che s’è scordato dei giovani e li manda a riempirsi di canne, attento ai suoi inutili cerimoniali – sotto questo aspetto, magnifica la parte relativa alle celebrazioni pseudo-cattoliche della Settimana Santa.

Non ultimo, un sistema scolastico allo stremo, che non ce la fa ad accogliere i suoi figli più delicati – e complicati. Quelli ai quali dovrebbe invece prestare più attenzione.

Figli come Martina, quella che gira vestita come una stracciona. Quella che chiama la madre e il padre per nome, Michele e Adriana. Quella che nell’anno della maturità diventa l’amante – più di un’amante - del suo professore di matematica. Una storia maniacale, lancinante. Tutta concentrata nei pochi mesi precedenti il suicidio del prof - ma questo lo scopriremo dopo.

Le pagine del romanzo ci fanno vivere esattamente il lungo e mortificante periodo post-suicidio, senza inizialmente svelarci il motivo di tanta acredine morale. Nel quale Martina, molto semplicemente, non vive più. E’ abile, qui, la Piccinni: Martina non può rivelare a nessuno la sua perdita. E’ condannata a vivere tutta nel suo petto una morte inspiegabile, che le ha tolto il mondo. E l’autrice, quel soffocamento, quella faccia schiacciata sul cuscino che ti manca il respiro solo ad immaginarla, la sa scrivere da Dio.

Per non parlare della socialità di Martina, trascinata in giro da quella guida rincoglionita ed infantile che è, guarda un po’, il suo amico Virgilio icona lui di un’altra fetta di gioventù: quella che non cresce mai. Si snoda fra corse forsennate in motorino, bevute insensate e gite autodistruttive. Si trascina in giro. Vive ipnotizzata davanti agli annunci di eBay, aggiornando continuamente le pagine ed imparando a memoria gli annunci.

Insomma: è la cronaca chirurgica di una giovane non-Vita sventrata dalla perdita dell’unica cosa vera mai conosciuta. L’amour fou in un mare di merda – incorniciato dall’Ilva rossa di Taranto.

E’ un romanzo all’apparenza istintivo. In realtà, c’è un lungo e maniacale lavoro di sottrazione. Si sente che quelle righe sono scavate come i polsi feriti della sfortunata Martina. E’ allo stesso tempo un ultimo grido d’allarme – a chi sia rivolto, poi, è tutto da verificare – ed un testamento generazionale arrivato fuori tempo massimo. Di un paese spaccato fra chi può tutto e chi non può un cazzo. Fra i vecchi che non vedono e i giovani che s’ammazzano di canne (per riempire una vita vuota). Tosto per uscire dalla testa di una dell’86. Ed è al contempo vero che solo una classe ’86 poteva scrivere un manifesto di un paese che muore – perché muoiono i suoi giovani - come “Adesso Tienimi”.
11.7.07

SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA

Sono nel pieno del mio periodo dedicato a Gian Maria Volonté. Totalmente immerso. Praticamente, in questo periodo, non vedo altro che film nei quali recita l'attore milanese. E' così. E' capitato coi poliziotteschi. Con Cronenberg. ("Io sono uno, e quelli so' tanti" diceva l'indimenticabile Massimo Troisi).

Ne ho moltissimi in fila: da "Banditi a Milano" a "Sacco e Vanzetti". Passando per "Il caso Mattei", "Un ragazzo di Calabria". Ovviamente i primi che ho succhiato sono stati quelli del mitico sodalizio con Elio Petri, a partire da "La classe operaia va in Paradiso".

Ieri sera è stato il turno di "Sbatti il mostro in prima pagina". Al solito, prima e dopo la visione ho approfondito. Ed ho rilevato che la critica ingessata ed ufficiale (difficile reperire opinioni diverse, dopo oltre trent'anni) espresse all'epoca giudizi piuttosto riduttivi sul film di Bellocchio. Direi biasimevoli - e secondo me c'entra quell'annoso ostracismo nei confronti del regista di Bobbio.
"Nel rilevare il film Marco Bellocchio ci ha aggiunto la sua famosa rabbia, oltre a un pizzico di intellettualismo; ma non ha saputo evadere dalle strutture convenzionali del copione, rinunciando a ogni finezza e incappando in un vero infortunio per quel che riguarda lo scioglimento banalissimo del giallo". Questo Tullio Kezich. Che insiste molto sul fatto che la pellicola dovesse originariamente essere diretta dal più popolare Sergio Donati.

E, nella stessa recensione, scrive poco prima che "Sbatti il mostro in prima pagina ha il difetto di sforzare la realtà in senso melodrammatico. Se un redattore capo come Volontè esiste oggi in Italia, certo parla e agisce in modo diverso; e comunque non va in giro a plagiare i testimoni e a schiaffeggiare di persona il vero assassino perché se ne stia zitto".

A parte il fatto che è vero che un redattore capo agisce in modo diverso: ancora peggio di quanto faccia Volonté nel film, casomai. Mi pare che gli sviluppi recenti - si pensi al caso Farina (contatto Betulla degli spioni Telecom), vicedirettore di Libero, solo per citare un tristissimo caso - confermino invece come l'intelaiatura giornalismo-politica-servizi segreti sia sempre più forte. Figuriamoci all'epoca - ed è infatti qui che non comprendo la cecità di Kezich, che appunto mi pare più che altro diretta contro Bellocchio che contro il film. Magari non impeccabile sotto il profilo giallistico, ma proprio per la cifra stessa di Bellocchio, che tende a fare film "tutti suoi", come dire. Fuori dagli schemi. O meglio: solo in parte negli schemi.

"Sbatti il mostro in prima pagina" è, piuttosto, una gran bella lezione di giornalismo. Mi spiego: non di etica giornalistica, ma di prassi giornalistica (più diffusa di quanto si creda). E' un po' come quando all'aspirante medico si chiede di visionare operazioni, organi danneggiati e deformazioni di ogni genere e tipo.

Il film di Bellocchio è consigliabile proprio per questo (al di là della sempre eccellente prestazione di Volonté e dell'imperdibile Laura Betti): non tanto a dirci come non dovrebbe essere un giornalista. Quanto a segnalarci che ne sono esistiti - e ne esisteranno sempre - del tipo del caporedattore de Il Giornale.

E' qui che Bellocchio recupera il vituperato realismo la cui assenza ho visto rimproverargli anche in molti forum: proprio nell'allerta su un tipo di informazione che avrebbe rischiato - con i liquami degli anni 80, gli scandali dei 90 e gli interessi del 2000 - di farsi ancor più organica e collaterale di quanto già non fosse negli anni di piombo. Se poi, al solito, si richiede ad un film un fantomatico valore realistico (?) come preconcetto sul giudizio, allora ogni discorso si chiude - perché mai dovrebbe essere così? Quegli anni si possono affrontare solo con film-documentaristici?

Un film non è solo un documento. E' anche monumento. Altro che chiacchiere sul realismo - che non è mai esistito, peraltro. Su questo punto chi stramazza tanto dovrebbe leggersi immediatamente "L'effetto di reale" di Roland Barthes. E poi venire a riferirmi.

Curiosità. Il film si apre con alcune riprese reali di una manifestazione del Movimento Sociale Italiano. Sul palco, riconoscibilissimo un giovane e capelluto Ignazio La Russa - il naso era già quello.
9.7.07

VISUHAIKU #1


"TERNI - SOTTOPASSO FERROVIARIO"
(click to enlarge)
7.7.07

CAMBIO IO, PER DIO. CRONACA DI UNA MEZZA SERATA DAVANTI AL LIVE EARTH


E alla fine è successo. (Intendiamoci: non che prima non fosse accaduto. Anzi. E' ormai l'unica modalità di fruizione audio-video. Però mai con questa valenza, questo peso mediatico, forse. Voglio dire: con questa consapevolezza marcata dal terrificante e fallimentare contrasto con la paleo-tv).

Sto facendo web-zapping. Molto tranquillamente, sul magnifico sito approntato per il Live Earth. Saltello con grande agilità fra Rio e NY, Shangai e Amburgo. Adesso, per dire, ho sotto Joss Stone. Ma se cambio c'è Madonna al sole di NY. Qui. Ora. Adesso. Se cambio. Se cambio. Se cambio adesso c'è il mitico Pharrell proprio a Rio. Cambio io, per Dio. Non altri per me. Cambio e decido. Al tubo catodico porgo gentilmente le spalle. Ecco i Linkin Park. Adesso Damien Rice e David Gray - che cosa magnifica la loro cover della mitologica "Whatever will be, will be (Que sera, sera)" della coppia Livingston/Evans.

E la riflessione che arriva puntuale e banale è proprio la stessa che fa qui Antonio Dipollina. Spiccicata.

"Lo zapping-web in una simile occasione è il meglio che c'è, aspettando i superbig da Londra e dal resto del mondo, collocati ovviamente nel prime-time dell'Occidente. Da seguire obbligatoriamente (grassetto mio, nda) via Web. Il resto, come dire, va a petrolio".

Ho provato a seguirlo prima tramite MTv. Ci ho provato, a fare il pantofolaio analogico. Come no. In fin dei conti, con la ragazza che aveva da studiare Diritto Privato per tutta la sera in vista dell'esame di mercoledì, una serata sul divano ci stava tutta - anche se dovevo (devo) recuperare qualche cd in attesa e le bozze di nuovi libri da recensire e tutto il resto.

Ci ho provato, anzitutto, intorno alle due del pomeriggio. Poi, una rapida trasferta in Umbria per visite a parenti mi ha trascinato via dallo schermo. Rientro alle 21. Stanco e col mal di macchina ancora in corpo. Mi ci rimetto d'impegno. Mangio pasta al pomodoro ed una scamorza col prosciutto crudo sopra. Tento di inghiottire, assieme all'ottimo prodotto caseario, quel frittissimo senso di estraneità che ogni tipo di cornice riesce a generare per eventi come questi, quando appunto tenta di filtrali e reincasellarli. Di ri-mediarli.

Niente da fare. La farsesca semi-differita da otto location differenti è come al solito - come fu per il Live Eight, d'altronde - un gran casino. Come se non bastasse, ad MTv hanno messo lì un divanetto con sopra il mio amico Carlo (con papillon) e gli altri vj a chiacchierare del nulla. Per ore ed ore.

Risultato: una noia mortale. Un pasticcio musicale. Una farraginosità da far fermentare il latte alle ginocchia, fra Camila e Infascelli. Una merda, diciamocelo francamente.

Poi ti connetti. E la possibilità stessa di farti la tua regia, di decidere cosa-come-in quale momento vedereascoltare è semplicemente quello che serve. Non tanto per l'onnipotenza del decidere - in fin dei conti, si ha la possibilità di switchare pur sempre fra alternative (inquadrature, montaggi, stacchi) preventivamente stabilite per noi.
Quanto piuttosto per la salvifica diretta immediata che ci consente di evitare filtri, evitare appunto mediatori, evitare passaggi inutili - spot, chiacchiere, ospiti indecenti sul divanetto, riflessioni personali ed immotivate, senza uno straccio di argomentazione, di cui mi fotto altamente. Oltre che di guadagnare moltissimo in qualità audio, sparandosi il segnale direttamente in cuffia o nel sistemino 2.1 della propria scrivania.

Mi sto divertendo come un pazzoide. Una specie di You Tube in diretta. E non ditemi che lo streaming va da tempo. Non con questa qualità. Non per questi eventi. Non con questa versatilità.

La tv analogica è finita. Ci vorrà molto tempo e molta pazienda da parte di noialtri perché lo capiamo anche in Italia, provincia disconnessa del Mondo.

Torno a Pharrell. Impossibile rinunciare a "She Wants To Move" di fronte al Brasile intero. Senza Infascelli e Tamara Donà (?) che smoccolano e smozzicano le loro "quattro chiacchiere" dentro le orecchie. Waiting for The Police.
5.7.07

PERTURBAZIONI

Vi posto il pezzo sui Perturbazione che è attualmente in tutte le edicole bello impresso su "Inside Italia - The Living Art Magazine". Online lo trovate qui, ma il sito non fa fede, è di pura rappresentanza. La rivista, piuttosto, è magnifica. Perché i Perturbazione sono un culto. Perché chi non li conosce non conosce le emozioni. Perché il tempo alla Bergson è ormai il tempo del nostro vivere.

*


Melanconica e straziante, mai triste: di quelle armonie che tiri su col naso, e non ci pensi più alle cose brutte. Senza rinunciare ai saliscendi di archi che inquadrano i dolcissimi arrangiamenti. Pop raffinatissimo, quasi una micro-orchestra da camera: è chiaro. E canzone d’autore: è sempre più chiaro dai testi che sfornano fin da “In circolo”. Tante parole che hanno un pregio: non pretendono di spiccare verso l’universale, ma ficcano il naso nelle piccolegrandi amarezze della vita. Della mia vita, della tua.Di quella di tutti.

Ne esce un disco che conferma il suono inconfondibile del sestetto torinese e chiude il cerchio coi due lavori precedenti. Fra Paoli, Baustelle e Smiths. Identità cristallizzata – pur in dieci pezzi piuttosto ricchi e mai uguali. Ormai sono canonizzati, con tutti i rischi del caso. Dal tripudio d’archi di “Casa mia” e “Battiti per minuto” – vicinissima a San Remo – a quello che è il manifesto poetico, prima che un pezzo: “Brautigan (Giorni che finiscono)”. Riflessioni sul tempo alla Bergson. Sembrano leggeri. Finiscono col metterti in crisi.


LA BAND - Dall’esordio a Pianissimo fortissimo

Una piccola famiglia nata a Rivoli, Torino. L’esordio “Waiting to happen” (‘98) e il seguito “36” (‘99). Centinaia di concerti e, nel 2002, “In circolo”: bene la critica, poi con “Agosto” li scopre anche il pubblico. Con “Canzoni Allo Specchio” (2005) passano alla Mescal. I sei – Tommaso Cerasuolo alla voce, Elena Diana al violoncello, Stefano Milano al basso, Rossano Lo Mele alla batteria, Cristiano Lo Mele e Gigi Gancursi alle chitarre – continuano i concerti e partecipano ad eventi di spessore. “Pianissimo fortissimo”, pubblicato su etichetta Capitol/Emi, è il loro quinto album.
3.7.07

SIAMO TUTTI DIPLODOCHICI

Un po' di tempo fa, non ricordo dove, scrissi che l'essere umano - su arguto suggerimento di un mio amico - è "diplodochico".
Vale a dire, fondamentalmente disposto e predisposto geneticamente ad un'andatura - e ad un lifestyle - standardizzata. Impressionabile, certo - non si trattava di negare l'aspetto emozionale della sua Esistenza. Ma altrettanto rapidamente pronto a tornare al suo posto e al suo lavoro, "non c'è niente da guardare, lo spettacolo è finito".

Questo mio amico, ricordo, raccontava un episodio molto divertente per esemplificare questo atteggiamento appunto più da Triassico che da Era Vulgaris (cit.).

Diceva che quando si recavano con gli amici a fare delle gite fuori porta, a visitare ad esempio un borgo umbro, si metteva sempre alla testa del gruppuscolo infagottato. E, quatto quatto, chiacchierando ed apparentemente partecipando alla vita di tutti, conduceva l'ordinata fila di amici in giri sempre uguali, passando per gli stessi posti e le stesse strade, magari variando di pochissimo. Insomma, anche a distanza di pochi minuti, tornava sui suoi passi, guidava la gang per stradine già battute e cose del genere. Dei calembour urbanistici, per così dire.

Con suo sommo stupore, quasi nessuno se ne accorgeva. Di lì, l'arguta definizione di "essere umano diplodochico". Che, come l'enorme dinosauro dal cervello cogrande quanto una noce, segue mezzo assopito i suoi simili senza porsi domande.

Ora, a cosa serve tutta questa premessa? All'epoca deplorai con veemenza questa nostra predisposizione (nonché la conclusione del mio amico), che a mio avviso ci rende prevedibili, banali e scontati. Chi esce dall'itinerario, dicevo con fare da profeta del mattino, è il vero genio.

Alla luce delle autobomba che invadono mezza Europa, devo invece tornare sui miei passi, sulle mie riflessioni. E constatare - mio malgrado - come l'atteggiamento diplodochico dell'essere umano sia una delle più inestimabili risorse che il corredo genetico potesse fornirci: ci impressioniamo, appunto. Magari prendiamo provvedimenti. Eccome se ne prendiamo - lo dicevo, non si tratta di negare l'aspetto emozionale e nemmeno razionale.
Ma poi, inevitabilmente, torniamo più veloci di prima al "non c'è niente da guardare, lo spettacolo è finito". Insomma, riprendiamo diligentemente la nostra strada. Come i dilpodochi del Triassico.

Pensate se i cittadini di Madrid, Londra, New York (e tutti noi compresi) non fossero stati diplodochici.