31.8.07

ALI-OLI

Tanto per tornare a farmi sentire (o meglio, leggere) con una cosetta leggera leggera, vi segnalo che oggi è stato presentato in concorso a Venezia "Redacted" del mitico Brian De Palma. Qui se ne parla abbastanza bene e direi che l'ora e mezza promette di essere un vero massacro intestinale. D'altronde, chi ha visto "Vittime di guerra" sa che tasti usi suonare De Palma.

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Inutile dire che il mio stato d'animo galleggia fra il depresso o l'energico. Nel senso che ho trascorso dieci fra i più affascinanti giorni della mia vita in giro per l'Andalucia affiancato da una persona perfetta, ancora ieri a pranzo ero a prendere il fresco nel lussuoso Parador **** di Carmona e a degustare le croquetas caseras in una bodega del posto. Ed oggi rieccomi in questa specie di paesone di mezza-provincia davanti ad un laptop del quale non ho per nulla sentito la mancanza. E che però reclamava la mia attiva presenza. Una presenza energica, cazzo.

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Il fatto è, molto semplicemente, che esistono equilibri nella vita irripetibili. E' così, non c'è scampo. Dal 22 al 30 agosto ne ho avuto la prova. Si è creata una di quelle miscele difficilmente replicabili. Sebbene, come dire, speri che possano ripetersi di nuovo e di nuovo e di nuovo. Oh si.

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Oltretutto, la Spagna è fino ad ora il paese che ho apprezzato di più. Per carità, rispetto a molti "lettori" che bazzicano popimmersion ho viaggiato molto meno. Però, insomma, qualche giro l'ho fatto: tutta la Gran Bretagna in viaggi diversi, Malta, Francia, Germania, Portogallo. Non c'è competizione: 2 a zero per la nuova locomotiva d'Europa.

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Non conoscete le patatas Ali-Oli? Peggio per voi.

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Tornerò ben presto a parlare della Spagna del Sud. Ma lo farò corredando e snocciolando delle bellissime fotografie che ora non ho a disposizione. Nel frattempo, posso solo salutarvi: I'm back (purtroppo).
20.8.07

FAST FOOD NATION: L'INFERNO DEI BOVINI (E DEGLI UMANI INTESTINI)

Perché fra poco mangeremo plastica. Perché trovare merda nella carne non scandalizza più: abbiamo merda ovunque.Perché ormai le vacche pesano 700 chili e producono il doppio del latte di una volta: nutre più il tetrapack. Perché sono stanco e voglio andare in vacanza. Pubblicato stamattina su Extra! Music Magazine. E vediamo se avrete ancora lo stomaco di andare in un fast food...

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Merda nella carne. Troppa merda. L’hanno scovata degli studenti di biologia durante un’esercitazione universitaria. Bisogna che qualcuno della Mickey’s Food Restaurants schiodi il culo dalla sua poltroncina californiana. E vada a controllare cosa diavolo sta succedendo a Cody – grigia città immaginaria della low-class Usa – dove ha sede lo stabilimento che acquista, macella e spedisce in tutta America la carne che farcirà il mitico Big One, fortuna dell’azienda di fast food. Alter ego paro paro di MacDonald’s e compagnia panineggiante.

A muoversi – e a muovere il punto di vista dello spettatore – è il vice-presidente Marketing (Greg Kinnear). La docu-fiction sulle malefatte dell’industria alimentare di massa statunitense segue però un doppio-binario. Da una parte, appunto, la trasferta dell’incaricato. Prima scettico. Poi convinto. Infine, complice di un sistema mostruoso. Cioè che non vede. Ciò che non gli mostrano nel costruito tour aziendale. Ciò che non saprà mai del puzzo di quel gigantesco inferno animale. Ciò che intuisce e, però, sceglie di coprire. Dall’altra, le vicende di un manipolo di clandestini messicani – bravissima Catalina Sandino Moreno - che compongono la forza lavoro dell’azienda di Cody: quello che vedono e che devono far scomparire – scelgono i tranci peggiori per gli hamburger, trascorrono ore a pulire ettolitri di sangue, interiora e feci. I sacrifici che compiono. Le nefandezze che debbono subire, sia fisicamente – stupri, prostituzione, infortuni – che psicologicamente, vista l’esperienza nello schifosissimo stabilimento.

C’è di tutto, dentro “Fast Food Nation”. Distese di bovini semi-immobili. Sangue, merda e intestini a volontà – in contrasto con l’assurda asetticità delle procedure di vestizione. Decapitazioni animali. Non essendo un documentario – difficile superare “Super Size Me” di Morgan Spurlock, nel quale il regista s’è messo personalmente in ballo giocando col suo colesterolo – ma, piuttosto, un interessante incrocio fra plot giornalistico e realizzazione tipicamente cinematografica, la pellicola di Richard Linklater (nella foto sotto) gioca sulla narrazione stretta e sulla denuncia palese. Impersonata dalla scelta della giovane Ashley Johnson, cassiera del Mickey’s di Cody, di prendere coscienza, lasciare il suo posto e passare dalla parte dei contestatori.

Il film tiene. E’ ben fatto, perché Linklater è bravo e la presenza di alcuni camei notevoli (perfetto Bruce Willis e credibile Kris Kristofferson) lo sostiene. A volte s’infogna un po’ nelle vicende dei messicani, e perde lo slancio di denuncia – anche se lo fa per variare le tonalità di un’unica questione. E più che Michael Moore, c’è al caparbietà di Oliver Stone - ma andiamoci piano.

Alla fine, le sequenze girate nel mattatoio restano mostruosamente magnifiche per il coraggio con cui sono montate e per la fotografia, che rende quei tranci di bovino le icone incolpevoli di un’epoca fatta di cibo scadente, persone malate e società arroganti ed avare.
18.8.07

YES, I KNOW. CAMBIAMENTI D'ESTATE

Yes, I know. E’ un pezzo che non ci si sente. Ma il fatto – in parte inspiegabile, in effetti – è che le mie estati sono sempre frenetiche. Piene di sudore.
Ma non quello generato dalle temperature. No. Magari. Piuttosto, quello della corsa. Della ricerca. Quello – avete capito, senza arzigogolarci troppo – del cambiamento. C’è stato un viaggio (di lavoro, tetesco: bello e stancante). Fra poco ce ne sarà un altro (di svago: senz'altro bello e riposante). Poi le cose cambieranno un po’ - ma cambieranno davvero? Com'è maledettamente mutevole la vita che viviamo. Che cambia di mese in mese. Se non di giornOin giorno. Ed uno abituato a studiare linguistica per ore ed ore seduto su una sedia, non è che ci si trovi proprio a sua agio. Però ci sta. Ci sta. Ci sta.

Poco male. Nel senso che, in fin dei conti, bisogna adattarsi - anzi: farla propria - ad un’esistenza che è ormai programmata per spiazzare. Per cambiare, certo. Ma sempre forsennatamente. Di corsa. Al volo. Sennò chiude. Sennò scappa - non si sa bene perché. Sennò è tardi. Va bene, ci sto. Che ci vuoi fare. Però, santo Cielo, uno agosto almeno vorrebbe viverlo in santa pace. E invece niente: gli altri seminano a dicembre. Io ad agosto. Per fortuna – almeno - raccolgo.

Detto questo – e detto pure che in Germania non esistono aree di sosta fornite di servizi per centinaia di chilometri, poi parlano dell’incivile Italia – mi accingo fra l’altro a rientrare dall’ospedale. Dove una mia (pro) zia novantacinquenne si trova ricoverata con la testa sfasciata causa caduta dal letto. E’ più dura di un masso carsico, santo Cielo. E’ già semi-cosciente. E’ stupefacente. Voglio il suo DNA. Lo voglio. In realtà dovrei già averne una piccola porzione, dentro di me. O no?

Al di là della contingenza, però, rimane l’amarezza. L’amarezza di un paese come l’Italia dove chi merita, viene fatto fuori. Ed è una situazione biasimevole perché non ne perde il singolo - figuratevi se uno si illude: pfui! -, ma la società intera.

E' chiaro, per, che andare a letto dopo aver visto “Sicko” di Michael Moore, significa essere masochisti. Yes, I know.
12.8.07

IMPOSSIBLE IS NOTHING

Allora. Sono seduto su un prato, di fianco al mail stage del Taubertal Festival. Nel mezzo di una cazzo di vallata bavarese dove piove 365 giorni su 365 (ma oggi no). Ho finito di lavorare mezz'ora fa. Sono connesso ad una delle tante wireless approntate per l'occasione. Ho il culo bagnato, le galosce ai piedi e sono sfinito. Ma volevo vedere Mika. Sono arrivato solo per l'ultimo pezzo. Ora aspetto Pink (si, lo so, va bene: ascolterò solo un paio di canzoni).

Mica perché: ma impossible is nothing.
8.8.07

TAUBERTAL FESTIVAL, ROTHENBURG

Da domani fino a lunedì 13 agosto sarò al Taubertal Festival di Rothenburg, Germania, nientemeno che per lavoro. In programma tante belle cose fra cui Mika, Pink!, Gogol Bordello, Shout Out Louds. Nonché la finale internazionale di Emergenza.

Tenterò di postare qualche scatto dalla Baviera, visto che sarò obbligatorialmente laptop-munito.

Voi riempitevi d'estate.

Stay tuned.
7.8.07

FLASHES E DEDICHE

L'altro giorno la persona più importante del globo mi ha detto: "Sei proprio così, c'è poco da fare. Tu sei senza punteggiatura".

Ed ha aggiunto: "Magari, guarda, ogni tanto metterai pure in mezzo qualche virgola. Ma di punti, nemmeno a parlarne".


1.8.07

GLI EROI NON FUGGONO

Ricevo da Gordiano Lupi e volentieri pubblico un racconto inedito dello scrittore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. Come sempre, gli scritti di Alejandro - il cui nume tutelare nostrano è appunto il Lupi da Piombino - non hanno bisogno di troppi commenti. Si rischia di appesantirli e rovinarne l'equilibrio malinconico. Piuttosto, è bene essere allenati a coglierne l'immediatezza, la secchezza e la chirurgica contestazione. Che è quella del "dato di fatto" dell'essere cubani e vivere a Cuba, oggi.

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GLI EROI NON FUGGONO

Una mattina come tante al palazzo di Toyo, tra profumo di pane sfornato e dolci di meringa, venditori di maní seduti all’angolo del corso, bicitaxi che sfrecciano nei vicoli diretti in Centro Avana e un caldo appiccicoso ancora più forte, una cappa che stringe alla gola e non fa respirare. Colpa del buco dell’ozono, dicono. Mia cugina dall’Italia racconta che pure là c’è una temperatura tropicale, oltre quaranta gradi, non si vive senza condizionatore, cose così… e io che l’ascolto come un fesso quando telefona, ché un condizionatore non ce l’ho mai avuto, pure se vivo a Cuba e mi servirebbe davvero. Quando voglio rinfrescarmi vado sul Malecón e faccio un tuffo nell’oceano tra le scogliere, in mezzo a bambini che giocano a farsi schizzare dalle onde e pescatori di frodo che sognano la fuga. Oggi, tanto per cambiare, vado verso il centro, passo da Diez de Octubre, prendo una guagua affollata come sempre, carica di odori e sapori, culi di mulatte che si dimenano e neri che puzzano, ché io mica sono razzista, ma i neri puzzano, c’è poco da fare. Prendo la guagua, dicevo, e scappo sul mare, ché il mare mi fa bene, mi rilassa, e poi magari faccio un bagno, che solo quello posso fare, il mare è a buon mercato, non ho un peso per le tasche e in piscina non mi fanno entrare.
La guagua sferraglia per strade arroventate da un sole cocente, mentre mi sto sciogliendo sotto raggi infernali, sento colare goccioline di sudore lungo la camicetta di cotone, osservo uomini e donne che passano, biciclette che corrono, auto malandate che arrancano tra le buche del selciato. Un mulatto sfoglia il Granma, in piedi, tra uomini e donne appiccicati come sardine, proprio davanti a me. Allungo lo sguardo sui titoli, sempre le solite cose, maledetti imperialisti, non passeranno, la rivoluzione è solida e forte, il comandante in via di guarigione, la tavola rotonda parla di carenza idrica, un mondo migliore è possibile e via di questo passo, niente di nuovo sotto il sole, pure se oggi tocchiamo i quaranta gradi.
“Compagno, leggi solo la parte politica?” domando.
“Hai qualche preferenza?” fa lui ironico.
“I giochi panamericani, ecco, magari se vai alla pagina dello sport leggiamo qualcosa di interessante, forse c’è una notizia nuova, così, tanto per cambiare”.
“Amico, il Granma costa dieci centavos. Non è molto”.
“Per le mie tasche è una spesa folle, compagno”.
Lui sorride e cambia pagina, ché poi mica ci vuole tanto a scorrere il Granma, sono quattro facciate smilze stampate su carta riciclata, inchiostro che si appiccica alle dita, colori sbiaditi e caratteri piccoli per farci stare più cose, pure se sono sempre le stesse panzane. Lo sport è in fondo, insieme alla cultura e all’ultima stucchevole poesia dell’Indio Naborí, che se Guillén leggesse l’opera omnia di questo repentista di regime la distruggerebbe con le sue mani.
“Contento, adesso?” fa il mulatto mostrando una pagina dove campeggia la foto di Fidel sopra un articolo intitolato Il Brasile è il sostituto degli Stati Uniti?
“Mica tanto” rispondo. E scorro il pezzo.
Un giocatore cubano di pallamano ha chiesto asilo politico in Brasile, tradimento per denaro, sostiene Fidel, per giocare in un campionato professionistico e guadagnare. Manca all’appello anche un allenatore di ginnastica, pure lui ha chiesto asilo politico, non vuole tornare a Cuba, nel nostro regno dell’uguaglianza dove tutti hanno secondo le loro necessità, dove non ci manca niente e stiamo per costruire un mondo nuovo, il problema è quando ci riusciremo, ma non dobbiamo avere fretta, la rivoluzione ha trionfato soltanto quarantotto anni fa, serve tempo e soprattutto fede. Due pugili hanno chiesto di restare in Brasile, non si sono presentati alla pesatura, pure loro hanno un destino assicurato come sportivi mercenari al servizio del capitalismo.
“Amico, perché quella faccia? Mariela ha vinto la medaglia d’oro nella maratona…” “Sì, ho letto” mormoro.
Non c’è nessuna giustificazione per chiedere asilo politico, scrive Fidel, e il popolo di Cuba deve rendere tributo all’esempio eroico di Mariela, nata nella provincia del Granma, dove la mortalità infantile è tra le più basse del mondo. Vero. Eroica Mariela. Eroico Pablo. Eroico Paco. Eroico mulatto davanti a me che mi fai leggere il Granma mentre questa carretta sferraglia lentamente sotto il sole dei tropici. Eroico Alejandro che continua a scrivere racconti camminando per L’Avana senza niente da fare, solo attendere il domani e un identico sole cocente per fare un tuffo nell’oceano tra onde e squali. Eroico Alejandro che non può scappare, non ha le palle di Arturo Sandoval e di tanta gente che se n’è andata per non tornare. Eroico Alejandro che lontano da Cuba non potrebbe vivere, sentirebbe nostalgia pure di questa carretta puzzolente che procede tra le buche d’una capitale in abbandono. Gli eroi non fuggono, restano fedeli a una città perduta, si adattano al quotidiano per sopravvivere, ché motivi per scappare ne avrebbero tanti, ma restano attaccati alla loro terra solo per il terrore della nostalgia.

Alejandro Torreguitart, 23 luglio 2007
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi