Il mio regalo per il nuovo anno: un mucchio di belle canzoni da quello vecchio.

Buona fine e buon principio, elettrauti - nel senso di astronauti elettronici, sia mai.

*

[Scaletta Radio Città Aperta 88.9] - 29 Dicembre 2007

IL MEGLIO, IL PEGGIO, IL TUTTO del 2007: in studio la pannosa collaborazione di Simone COSIMI

1) The RAVEONETTES - Lust

2) ST.VINCENT - Paris Is Burning

3) DINOSAUR JR - Lightning Bulb

4) POLYPHONIC SPREE - Mental Cabaret

5) SATELLITE PARTY - Wish Upon A Dog Star

6) Roisin MURPHY - You Know Me Better

7) EXPLOSIONS IN THE SKY - So Long Lonesome

8) BATTLES - Atlas

9) PINBACK - From Nothing To Nowhere

10) TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI - In Amore Con Tutti

11) GOD IS AN ASTRONAUT - New Years End

12) Tracey THORN - It's All True (Kris Menace RMX)

13) STARS - The Night Starts Here

14) QUEENS OF THE STONE AGE - Make It Wit Chu

15) TRAVIS - Big Chair

16) MALAJUBE - Etienne D'Aout

17) GRINDERMAN - No Pussy Blues

18) BAND OF HORSES - Is There A Ghost

19) AMOR FOU - Il Periodo Ipotetico

20) FEIST - Past In Present

21) OKKERVIL RIVER - Unless It Kicks

22) JUSTICE VS SIMIAN - We Are Your Friends

23) KINGS OF LEON - On Call

24) MODEST MOUSE - Florida

25) MAPS - So Low So High

26) The NATIONAL - Mistaken For Strangers

27) WILCO - On And On And On

28) BLONDE REDHEAD - 23

29) NEW PORNOGRAPHERS - Challengers

30) Tori AMOS - Bouncing Off Clouds

31) CALLA - Rise

32) LIARS - Freak Out

33) The GOOD, The BAD & The QUEEN - Herculean

34) GITHEAD - Drive By

35) DEERHOOF - +81

36) RADIOHEAD - Bodysnatchers

37) !!! - Must Be The Moon

38) Dave GAHAN - Deper And Deeper

39) LCD SOUNDSYSTEM - All My Friends

40) The HIVES - Hey Little Word

41) SOULSAVERS - Paper Money

SCHIFOSAMENTE RANDOM!
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 00:20 | 6 Commenti

E allora. Per concludere questo 2007 alla grande (?), oggi pomeriggio (sabato 29 dicembre) popimmersion sbarcherà in radio.

Dunque: orecchie spalancate, poltrona con poggiapiedi e pop-corn alla mano per gustare al meglio le castronerie mondiali di cui andrò a discorrere col fido amico Emanuele Tamagnini sugli 88.9 di Radio Città Aperta.

La diretta - perché di diretta trattasi - inizierà alle 18 e proseguirà per tre ore tre, fino alle 21.

Potrete ascoltarla, appunto, sugli 88.9 FM (a Roma e nel Lazio).

Oppure in streaming su www.radiocittaperta.it (cliccando in alto a sinistra su Diretta online > Choose a different player > Scegliete Windows Media Player - se non siete alternativi dei miei stivali - e ascoltate tranquillamente).


Per intervenire in diretta il numero di telefono è 064393512 mentre per inviare gli sms il cellulare è 3403605299.

Mi raccomando: sentitemi e fatevi sentire!

PS Ma voi le facevate le compilation sulle cassette?
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 23:10 | 6 Commenti
A me pare sempre di più che i "talebani", Al Quaeda, i suoi "generali" e i suoi leader che fuggono per l'Asia in motocarrozzetta o si fanno la dialisi nelle grotte di Tora Bora si stiano trasformando in una specie di (imbarazzante) etichetta pronto-uso per il pubblico dei mass-media internazionali.

Mi sembra, insomma, che il terrorismo islamico venga sempre più evocato per coprire le malefatte, gli intrighi e gli assassini di stato di mezzo Medio-Oriente.

Vi invito a dare una rapida lettura alla biografia di Benazir Bhutto, massacrata quest'oggi dai kamikaze, mentre teneva un comizio elettorale alle porte di Islamabad, in Pakistan. Vi spingo a prendervi un quarto d'ra. A fare un esercizio di scienza politica. A rispolverare - se ne avete - le vostre conoscenze da qualche esame di relazioni internazionali. E a valutare la situazione. Prima che i tg della sera comincino a bombardarci con le loro tesi preconfezionate sulla lotta al terrore.

Vedrete che, anche se non vi chiamate Moises Naim, forse riuscirete a ottenere almeno un primo dato oggettivo: tanto i terroristi di Al Qaeda - attraverso i propri briganti locali - quanto il Governo pachistano - tramite i servizi segreti più spietati del pianeta - avevano il medesimo interesse a togliere di mezzo l'unica figlia sopravvissuta di Zulfiqar Ali Bhutto.

Poi, certo: Al Quaeda ha rivendicato l'attentato. Ma a inventarsi qualche "rivendicatore" si fa sempre in tempo.

UPDATE DEL 29 DICEMBRE 2007: manco a farlo apposta.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:58 | 6 Commenti
E’ un film per noi. Per noi cinici, disincantati, disillusi. Per noi, giovani di belle speranze, che vediamo rotolare (rantolare?) il mondo verso il fossato dei nuovi barbari. Per noi che vorremmo fare qualcosa – qualsiasi cosa – per evitare lo scatafascio della temperie socio-affettiva che il XXI secolo pare inevitabilmente portarsi appresso. Per forza, sembra. E allora rapporti sgranati, sfocati, stanchi. Stress a livelli inimmaginabili, generato da un falso agonismo fra pezzenti. Analfabetismo dell’animo e del cuore.

Denys Arcand è un po’ il nostro cantore, diciamolo. Quello che scarica in video – tentando di scovare stratagemmi narrativi stranianti, in questo caso la realtà parallela dei giochi di ruolo in costume – tutto ciò che detestiamo. Tutto quello su cui non possiamo fare a meno di incazzarci. Le intere nostre frustrazioni. Perché il personaggio di Jean-Marc – nel molle e azzeccatissimo volto del comico Marc Labrèche – è senz’altro un mediocre funzionario statale dalla vita banale e priva di senso. Con villino, figlie sordomute barricate dietro ipod e telefonini e una moglie arrivista e iperattiva. La donna perfetta.
Tuttavia, dentro le sue paure e i suoi sfinimenti, ci siamo tutti. Proprio tutti. E lo pensavo stasera, mentre rientravo – pendolare – nel mio paesone, incastonato nel traffico romano. Scambiandomi sguardi rognosi con quello della Clio affianco.

Dopo il registro straziante, secco e delicatissimo de Le invasioni barbariche, il regista del Quebec chiude (?) la sua trilogia dedicata alla vivisezione del nostro putrefatto tempo con una sonora sterzata verso il grottesco e il surreale. Cambia toni, registri, colori. Scegliendo addirittura di ficcare nel film inserti fantastici – l’apertura e la chiusura e soprattutto le elucubrazioni femminili di Jean-Marc, che trova rifugio nei suoi pensieri erotici alimentati da quanto i mass media gli danno in pasto. Edificando, in parallelo alla sfiancante e sciatta esistenza del protagonista fatta di surgelati, burocrazia mangiasperanza e post-fordismo esistenziale, una variante medievale stile armata brancaleone. Attenzione, dice Arcand: stiamo tornando indietro. Poco male, aggiunge mesto e a mezza bocca: se questi sono i risultati.

Se Le invasioni barbariche, nel pur drammatico tema affrontato, rivelava un approccio squarciato dal solare, vitale (e malato) Rèmy, L’età barbarica sembra non ammettere scampo al grigiore. E il titolo originale (L'Âge des ténèbres) la dice lunga sull’asfissia che distrugge, con Jean-Marc, tutti noi. Ogni giorno. Ogni fila. Ogni sportello della burocrazia. Ogni sogno infranto. Ogni saluto negato. Ogni carezza perduta per stare davanti a un pezzo di plastica con uno schermo.Finisce che l’Arte salva. Salva la vita. Perché dà da mangiare allo spirito, la parte di noi che abbiamo dimenticato a casa. Prima di lanciarci nell’ennesima maratona socio-costrittiva.PS Poi - certo - dimenticavo: riderete di brutto. Ma di quelle risate che solo noi sappiamo farci: risate di dramma.

(20/12/2007) - © 2002 - 2007 Extra! Music Magazine. Tutti i diritti riservati.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 18:09 | 3 Commenti
L’impresa era fondamentalmente fisico-matematica. Su questo punto, gli attuali trentenni – i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa - non hanno il benché minimo dubbio. Azzeccarne la traiettoria con un minimo di sicurezza, c’è da ammetterlo, era scommessa da ingegneri aerospaziali. Altro che Liedholm, tattiche e squadre sbilanciate. Giocare a pallone utilizzando una sfera marchiata Super Tele (“Made in Italy”) prevedeva una quota notevole di ingiustizia umana e, soprattutto, sportiva. Alla fine, infatti, era sempre l’amico negato di turno ad insaccare gol impensabili: con una stecca da fuori area e favorito – senza bisogno dell’intervento di Eolo - dalle evoluzioni del sottilissimo (1,2 mm) e spesso ovoidale pallone ideato da un benemerito ed anonimo giocattolaio padano riusciva a marcare delle segnature che nemmeno Roberto Carlos sotto amifenazolo. Che rabbia.

Nato nel 1972, il Super Tele – tuttora in commercio – è un simbolo. Il simbolo di un luogo che è ormai scomparso dall’immaginario ludico degli iperconnessi ragazzini odierni: il cortile. Si, perché il mitico pallone – un pallone-proletario visto il suo costo minimo, irrisorio come la qualità che offriva rispetto ai suoi diretti concorrenti Super Santos, Elite e Tango, roba da ricchi – era uno strumento che si sposava con i luoghi topici delle cricche giovanili di quegli anni. Dal cortile – dove rimbalzava immancabilmente sugli spigoli dei marciapiedi rendendo le traiettorie ancora più psicotiche – ai campetti di periferia in pozzolana dove chiunque fino a qualche anno fa comprometteva la propria capacità spirometrica – dove andavo io, adesso c’è un parcheggio. Fino alle spiagge, agli angoletti delle strade, all’oratorio. Magliette fradice. Ginocchia sbucciate. Risse. Interminabili ed epici match calcistici dal punteggio più che tennistico, direi cestistico, dove il valore stava nel fare, nel vivere, nel condividere momenti. E nel farlo nella concretezza delle grigie mattonelle di uno spiazzo, di un cortile. Il Super Tele c’era. Anzi: era, coi suoi delittuosi colori con cui solo gli anni 70 hanno avuto il coraggio di spennellare oggetti e prodotti di uso quotidiano, l’unica necessità ludica. Non serviva altro.

Senza contare il suo ruolo, come dire, di ammortizzatore sociale: visto che si bucava praticamente con nulla ma costava pochissimo, non era difficile che si finisse per acquistarne – dai tabacchini, nei negozi di giocattoli di serie b, esposto nelle sue robustissime retine bianche affianco al Subbuteo – più d’uno in un'unica giornata. Fornendo peraltro alibi per tristissimi regali di mamme, nonni e papà: un Super Tele che rimbalzava in giro per casa era d’obbligo. Oltretutto era morbidissimo – causa lo spessore esiguo e la bassissima pressione ad appena 0,8 atmosfere – e le mamme stavano sicure: col Super Tele l’infortunio era impossibile.

In teoria, era rigonfiabile. Ma la valvola era praticamente finta e spesso, nel maldestro tentativo di dargli una gonfiata, finiva dentro al pallone. Cosicché l’acquisto multiplo diventava sostanzialmente inevitabile. E, appunto, favorito dal bassissimo prezzo, intorno alle 500 lire. Di qui, l’infinito successo di questa autentica icona di fine anni 70, che dura in realtà ancora oggi. Col raccapriccio che si prova quando un mito viene manipolato, sono infatti nei negozi da qualche anno delle versioni gay del Super Tele: gli scandalosi Mini Tele, vergogna dell’industria del giocattolo nostrano. Anche se, a dire il vero, sfido chiunque a beccarne uno in azione. Bisogna essere onesti: scorgere nel 2007 un ragazzino palleggiare col Super Tele in un cortile o in una piazza è come trovare una miniera di diamanti a Ladispoli.

Il mistero, come spesso capita di ripetere in Reliquie, è il perché del successo. La ragione, insomma, per la quale il Super Tele fosse in assoluto la sfera di nylon preferita dai ragazzini nostrani (a dire il vero, fino a non molti anni fa). Più del Super Santos e del maestoso Tango, quelli si palloni da aspiranti campioni. Ebbene, la risposta non può che stare proprio in questo snodo: prima di diventare campioni, i ragazzini volevano solo fare i ragazzini. Rotolarsi nella polvere, stupire la morettina di turno con improbabili staffilate da centrocampo, picchiarsi vicendevolmente con tanta passione. Nessuno sognava – intendo dire: sognava con l’ansia, l’aspettativa, la disperazione e l’automatismo di oggi – di sbombacciarsi fra piscine e Ferrari. Rivera era Rivera. Il Super Tele – nella sua assoluta banalità - era un gioco, prima di essere un pallone.

Pubblicato nella rubrica Reliquie di Classix! Magazine di novembre/dicembre.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:24 | 10 Commenti
E allora. A parte il fatto che oggi ho trovato un casino sull'Olimpica - il traffico era talmente asfissiante che leggevo, mentre guidavo. Un tipo da una Ritmo (una R-I-T-M-O, nel 2007!) mi guardava sbalordito: c'è una foto di Battisti sulla copertina del libro. Dicevo: a parte questo. E a parte che ho ricevuto la nuova copia di Classix! e il libro in questione. C'è dell'altro da mettere sulla graticola. Roba che scotta. Deep dish.

Visto che ho ricevuto una fiumana di richieste da magazine, siti e riviste, è giunta l'ora fatidica. Il momento al quale nemmeno un mese di lavoro intenso può sottrarmi: le immancabili classifiche di fine anno.

Una di quelle cose vecchie, puzzolose e spocchiose che sono una categoria egocentrica e antipatica come quella dei critici musicali (?) può permettersi di tenere artificiosamente in vita.

Tant'è. Così come ci si sveglia la mattina e dopo il caffè (o la cacca, a scelta) si fuma la sigaretta (voi lo fate: io non fumo) vi propino in ordine sparso le varie "charts" annuali, richieste dalle varie testate.

Ometto l'associazione classifica-magazine: non sarebbe corretto pubblicarle anzitempo. Anche se non ci vuole poi molto a capire. A parte la prima classifica, numerata, le altre non hanno "posizioni": sono, di fatto semplici liste. A pensarci bene, pure la prima...


TOP 10 CANZONI (STRANIERE+ITALIANE)

1. Feist – My Moon My Man
2. Perturbazione – Brautigan (Giorni che finiscono)
3. Tre Allegri Ragazzi Morti – In amore con tutti
4. Pinback – From Nothing to Nowhere
5. Amari – Manager nella nebbia
6. Roisin Murphy – Overpowered
7. Alicia Keys – No One
8. St. Vincent – Paris is Burning
9. Justin Timberlake – What Goes Aroung… Comes Around
10. Mika – Grace Kelly



TOP 5 DISCHI (STRANIERI+ITALIANI)

Battles – Mirrored
Amor Fou – La stagione del cannibale
Thrangh – Erzefilisch
Feist – The Reminder

Pinback – Autumn Of The Seraphs


TOP 5 DISCHI ITALIANI

Scimmie d’amore”, Amari, Riotmaker
La stagione del cannibale”, Amor Fou, Homesleep
La seconda rivoluzione sessuale”, Tre Allegri Ragazzi Morti, La Tempesta
Erzefilisch”, Thrangh, Altipiani
Me, You and Our Mutual Alibi”, Armstrong?, Autoprodotto



TOP 5 CANZONI ITALIANE

30 anni che non ci vediamo”, da "Scimmie d’amore", Amari, Riotmaker
Ho attraversato il mare”, da “Respiri”, Marilù Lorèn, Stoutmusic
Marta”, da “Immobile”, So:Ho, V2
In amore con tutti”, da “La seconda rivoluzione sessuale”, Tre Allegri Ragazzi Morti, La Tempesta
Brautigan (Giorni che finiscono)”, da “Pianissimo Fortissimo”, Perturbazione, Emi


TOP 3 CONCERTI DELL'ANNO

Amari, 08.12.2007, Circolo degli Artisti, Roma
Perturbazione, 28.04.2007, Pensiero Stupendo, Circolo degli Artisti, Roma
IG, 04.06.2007, Teatro Palladium, Roma
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 23:42 | 0 Commenti
Certo Roma sempre freddina, con gli Amari. Non che il Circolo degli Artisti fosse vuoto. Anzi: era pieno. Però, come dire, aleggiava nell’aere (come d’uso) sudaticcio quel piglio a metà strada fra il cinico e il disincantato tipicamente capitolino. Che poco concede alle mode da neo-indie-fighetti della Rete. Della serie: “Aho! Sentimose un po’ questi”. Morale: difficile ammaliare al 100%. Anche per il quintetto udinese. Fine doverosa premessa.

Il concerto degli Amari è stato esattamente quanto ci si aspetta da un concerto degli Amari. Né più, né meno: massiccio e sparato come un treno – tanto per utilizzare un paragone così frequente, nei testi del quintetto. Lineare. Pulitissimo. Macchina da guerra. Finalmente qualcuno che “suona”. Pare siano insieme da una vita o poco più.
Ed è impressionante realizzare – a mente fredda - come quasi ogni pezzo proposto sul palco del club di via Casilina Vecchia – pur a tratti rielaborato e addirittura rallentato rispetto al disco, “Scimmie d’amore” - sia un potenziale singolo sfasciamondo. Checché ne dicano vari (e avariati) programmatori radiofonici. Cioè: non ci sono punti di smottamento. Non un attimo di pausa. Non un episodio sbiadito nel loro raffinato funky-pop. Nulla di riempitivo. Con soli due dischi questi già devono lasciar fuori delle tracce dalla scaletta. Questo la dice lunga.
Per la torcida romana – piuttosto sconvolgente in quanto a stratificazione socio-culturale: dai vichinghi gay alle bambine accompagnate da mamme stordite - è stata una serata tutta tutta cantata a memoria. Tasto play schiacciato col pollice, e via fino alla fine a squarciagola. Io era una vita che non vedevo cantare a memoria. A parte me stesso, è chiaro.

I pezzi, tutti quelli che t’aspetti tranne alcuni: recuperi obbligati e accolti con un’ovazione che manco il gol di Grosso ai Mondiali. Dalla fine: nel bis “Conoscere gente sul treno” e, prima, a metà strada, “Campo minato”. Poi scatta la lunga e soffusa intro di “Bolognina revolution”. Quant’è vero iddio: autentico manifesto di quella generazione “che le rivoluzioni le pensa sul divano”. Davanti al laptop, magari. “Inni generazionali”, dice qualcuno. Poi tutto “Scimmie d’amore”. Da “Le gite fuori porta” al forzuto e “negro” riff di “Manager nella nebbia”, alla zawinouliana “30 anni che non ci vediamo”, il pezzo più completo e ricco del secondo disco. Ma anche “Arpeggi in love”, l’apprezzatissima “Parole vere in un mondo vero” e la sarcastica “Il raffreddore delle donne”.

Gli Amari stanno sul palco come un rotolo di carta igienica infilzato nel suo cilindro di supporto. Animaletti. Precisi. Bislacchi. Umili. “Rappresentano”, direbbe qualcun altro. Io preferisco: esprimono. Fanno sudare le ragazze. In un mondo che non esprime più un cazzo. Resta da capire cosa faranno da grandi. E’ il classico caso, insomma, del cane ucciso a mezzanotte. No, questo non c'entra. Piuttosto: del bimbo geniale che a vent’anni s’ammazza perché ha già scoperto la fusione fredda. Ecco tutto.
Due dischi gustosissimi – e non crediate a chi vi dice che “Scimmie d’amore” è più fiacco di “Grand Master Mogol”. A parte che “fiacco” non è un aggettivo da critico musicale, lo usasse vostra sorella, quella grassa, quando torna dal cinema il sabato sera. Poi, semplicemente: non è vero. Casomai, è più adulto e completo. Come era giusto che fosse. E’ pieno di riferimenti ingurgitati e tessuti da vivide teste creative: da Bersani a Hancock passando per i Soulwax. E il bello è che questi spunti restano, in tutta la loro freschezza, sul palco.

Tornando al punto: cosa ne sarà di questo levigatissimo suono? La musica popolare italiana del domani? Magari. Ma non ci scommetterei. E non per colpa degli Amari. Piuttosto, tornerei alla premessa.

(11/12/2007) - © 2002 - 2007 Extra! Music Magazine. Tutti i diritti riservati.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:03 | 3 Commenti
E allora ecco che il tempo lo trovi di notte. Per forza. Sono quasi ventiquattro ore filate che sono sveglio. Ho anche un mezzo raffreddore. Però ho passato quel momento fatidico dopo il quale puoi tranquillamente procedere spedito verso la mattina successiva - cosa che non farò, altrimenti davvero collasso. E poi stasera ho mangiato la pizza rustica. Quindi.

Anzitutto,vi segnalo un paio di eventi da annotare, per la settimana prossima.

Uno a Roma, giovedì sera: Jont, cantautore britannico di grande interesse che gira il mondo suonando nelle camerette della gente, torna in concerto nella Capitale. Era stato al Fonclea, un anno fa. Stavolta all'Akab. L'evento è organizzato da Extra! Music Magazine. Trovate qualche news in più qui.

Uno a Milano, la sera dopo: Gelato al veleno party. Dalle 21,30 in poi si alterneranno sul palco del Bitte Club alcuni dei migliori nomi della scena italiana. Jennifer Gentle, Amor fou (vi segnalo il mio pezzo sul nuovo numero di Inside, lo trovate in edicola oppure qui) A Classic Education e Pink Rays.

Lo so. Dietro di me c'è Marzullo che intervista una certa Bianca Guaccero. Però uno deve pur mettercela tutta.

Intanto domani sera ci sono gli Amari, al Circolo degli Artisti di Roma. Se ci siete, fate un fischio nei commenti.




 
Scritto e ideato da simone quando erano le 01:22 | 3 Commenti
Mi stanno ricrescendo le unghie. Un evento epocale. Al confronto, la caduta del muro di Berlino corrisponde alla demolizione del palazzetto vicino casa mia.

E' un evento - anzi, un Evento - perché chi mi conosce sa molto bene che mi mangio le unghie - e non solo le unghie, ma anche tutto quello che c'è intorno, id est le pelli - da quando sono nato. Da sempre. Alle gare di judo stavo con le gambe incrociate e le dita in bocca.

Non c'entra un cazzo il solito e trito discorso sull'insicurezza e via cianciando. Il fatto, piuttosto, è squisitamente meccanico: mangio le unghie mentre studio (per far fare qualcosa alle mani, per tenerle impegnate). Mangio le unghie mentre aspetto. In realtà riesco a distruggere le pelli anche mentre scrivo. E via discorrendo.

Poi, chiaro, una mezza verità può starci anche in altri discorsi.

Però, insomma, il fatto che abbia delle unghie come mai prima - proprio non avevo mai considerato le mie dita con le unghie, era un'immagine che non conoscevo -, che sembro Jessica Rabbit, significa che questo dicembre non ho nemmeno il tempo di andare al bagno.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 12:18 | 2 Commenti

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