Il mio Amico, qualche ora fa, raccontandomi del suo folle e travolgente mini-tour a Shangai, davanti a una bella pizza ortolana fumante:
"Quando ogni cinese avrà i soldi per comprare una bottiglia di buon vino italiano, allora scoppierà la terza guerra mondiale".
31.1.08
28.1.08
I NOVE PASSI
Un paio d'ore fa, mentre pranzavo (ingollavo qualcosa, meglio), prima di precipitarmi in redazione, ho visto una pubblicità del mensile maschile For Men Magazine. E già qui, direi, potrei chiudere il post.Comunque. Fra gli "strilli" del mese relativi ai servizi contenuti, ce n'è uno notevole: "I 9 passi per il successo" o una roba del genere.
Davvero difficile non sbottare in un tripudio di apprezzamento per tutti quei brillantissimi autori cinematografici - in questo caso Michael Arndt - che riescono a ficcare nelle loro sceneggiature il Nulla assoluto della nostra società consumista e strampalata trasformandolo in sfavillanti sequenze filmiche.
(Ovviamente alludo al fatto che il papà della protagonista del film, interpretato da Greg Kinnear, di lavoro fa il promotore di una rivoluzionaria tecnica per raggiungere facilmente il successo nella vita: nientemeno che la strategia dei "i nove passi").
25.1.08
E IL PD?
Diciamo che la mia posizione è sostanzialmente quella di Rasmussen. Mica perché, ma con tutte le cose che ho da fare oggi - cioè nelle prossime dodici ore - anche articolare un discorso sensato su quanto accaduto negli scorsi giorni è abbastanza complicato.
11:53 Rasmussen (Pse): "Un brutto giorno per l'Italia"
"Con le dimissioni di un ottimo Primo Ministro come Romano Prodi, un uomo che ha fatto del suo meglio per varare le necessarie riforme, quello di oggi è un brutto giorno". E' il commento del Presidente del PSE Poul Nyrup Rasmussen secondo il quale, "le elezioni ora non risolverebbero nulla. La prima cosa della quale ha bisogno l'Italia è una riforma elettorale al fine di cancellare il sistema introdotto da Berlusconi come un atto di sabotaggio, quando ha capito che poteva perdere il potere".
A dire il vero - e già comincio a dilungarmi, ma non posso, non ho tempo dannazione! - qualcosa da dire ci sarebbe. Un'osservazione molto semplice: se si andrà a votare con questa legge elettorale il Partito Democratico, nel prossimo luglio, già non esisterà più. Mi pare una questione assodata. O no?
11:53 Rasmussen (Pse): "Un brutto giorno per l'Italia"
"Con le dimissioni di un ottimo Primo Ministro come Romano Prodi, un uomo che ha fatto del suo meglio per varare le necessarie riforme, quello di oggi è un brutto giorno". E' il commento del Presidente del PSE Poul Nyrup Rasmussen secondo il quale, "le elezioni ora non risolverebbero nulla. La prima cosa della quale ha bisogno l'Italia è una riforma elettorale al fine di cancellare il sistema introdotto da Berlusconi come un atto di sabotaggio, quando ha capito che poteva perdere il potere".
A dire il vero - e già comincio a dilungarmi, ma non posso, non ho tempo dannazione! - qualcosa da dire ci sarebbe. Un'osservazione molto semplice: se si andrà a votare con questa legge elettorale il Partito Democratico, nel prossimo luglio, già non esisterà più. Mi pare una questione assodata. O no?
24.1.08
I TAROCCHI DI NERUDA
Per favore. Leggete qui.
E aggiungete alla giornata, se possibile, l'ennesima dose di tristezza con cui addormentarvi.
E aggiungete alla giornata, se possibile, l'ennesima dose di tristezza con cui addormentarvi.
THIS IS ITALY
Al di là di come finirà questo pomeriggio, alle parole del vecchio picconatore Cossiga bisogna sempre dare il peso che meritano:
11:56 Cossiga: Prodi può farcela, scenario cambiato
"Sono notizie che mi hanno dato 10 minuti fa. La situazione nell'ultima mezz'ora sembrerebbe radicalmente cambiata. I tre senatori dell'Udeur non andrebbero oggi in aula, così come farebbe anche il senatore Turigliatto. I senatori dell'Udc ci stanno pensando. Dunque il quorum cambierebbe e il governo potrebbe avere la fiducia" ha dichiarato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga.
11:56 Cossiga: Prodi può farcela, scenario cambiato
"Sono notizie che mi hanno dato 10 minuti fa. La situazione nell'ultima mezz'ora sembrerebbe radicalmente cambiata. I tre senatori dell'Udeur non andrebbero oggi in aula, così come farebbe anche il senatore Turigliatto. I senatori dell'Udc ci stanno pensando. Dunque il quorum cambierebbe e il governo potrebbe avere la fiducia" ha dichiarato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga.
21.1.08
MIDNIGHT COWBOY
"Io soffro di mal d'auto sulle barche"."I due elementi principali per restare in vita sono il sole e il latte di cocco. Lo sapevi questo? No. E adesso lo sai. L'hanno dimostrato".
Da Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy). Un film di John Schlesinger. Con Jon Voight, Brenda Vaccaro, Dustin Hoffman, Sylvia Miles, Bob Balaban. Genere Drammatico, colore 113 minuti. - Produzione USA 1969.
20.1.08
MEMENTO
È davvero incredibile. Nessun film assicura lo stesso esito. Una garanzia. Incolla allo schermo. Anche se lo vedi quindici volte. E poi sui ragazzi. Un effetto pauroso. Rimangono, prima, come incantati. Poi dopo, verso la fine del film, cominciano a bombardarsi e bombardarti di domande. Non prima, però, di aver impiegato tutte le forze – alle quattro del pomeriggio - per attaccarsi a quelle pochissime tracce che Christhopher Nolan e il fratello Jonathan hanno disseminato per la sceneggiatura.Se poi lo inserite nel contesto in cui lo proietto, vi renderete conto che l’operazione è decisamente più affascinante. Soprattutto per venti ragazzi di diciassette anni in media, quasi a digiuno di cinema. Si parla delle origini della cinematografia. Si parla di David Wark Griffith. Di quello, insomma, che con The Birth of a Nation si è inventato la linearità e l’omogeneità narrativa. Nel 1915. Tornando al modello del romanzo ottocentesco. Novantatre anni fa, mica cazzi. Un film straordinario di quasi tre ore, nel quale Griffith – di fatto inventore della sceneggiatura in quanto strumento filmico – edifica una storia come prima nessuno aveva fatto. Dando il via alla pluridecennale tradizione hollywoodiana.
Si parla dunque di trama e ordito. E di come il regista di Crestwood si fosse reso conto che la frammentarietà che lo aveva preceduto – figlia delle origini artigianali, teatrali e alchimistiche del mezzo filmico - non poteva durare, se si voleva fare del cinema un’industria che producesse profitti – e infatti La Nascita di una nazione fu un successo clamoroso.
In questo ambito, io ci ficco Memento – certo, non avevate ancora capito di quale film si parla? Di punto in bianco. Non c’entra un cazzo e c’entra del tutto. Perché li riporta subito alla fine di quei cento anni. Al lungo percorso evolutivo che ha portato il cinema – paradossalmente – a tornare, questa volta deliberatamente, ad interessarsi della linearità narrativa. Per distruggerla.
Sono tre anni: quasi sessanta ragazzi che Memento riesce a rapire con una concentrazione e un interesse che non avranno nemmeno quando saranno all’università o intenti nella loro più disarmante passione.
E io sono contento di averglielo fatto scoprire. Ogni anno.
16.1.08
IL TEATRINO DELLA SAPIENZA
Cerco di andare oltre. Anche perché il teatrino che è cresciuto come un fetido bubbone informativo ed è esploso negli ultimi due giorni infonde davvero una profonda tristezza. Come al solito, come sempre, il problema è a monte. Mai a valle. Mai.
La prendo alla lontana. Ma chiuderò altrettanto rapidamente.
È possibile, in generale, che un individuo che occupi un’importante carica – a causa dei suoi pensieri, delle sue opinioni su infiniti e delicati temi, dei suoi modi, altrettanto importanti – possa dividere l’opinione pubblica? Credo decisamente di si.
C’è dunque la verosimile (e direi sacrosanta) probabilità che, laddove la personalità in questione abbia in programma un intervento pubblico fuori dagli usuali contesti nei quali appare, la sua stessa apparizione possa, per il semplice fatto di essere messa in calendario, provocare divisioni, accesi dibattiti, contrasti.
Per quanto mi riguarda, queste divisioni non dovrebbero mai oltrepassare ottenere certi distorti obiettivi. Vale a dire, quelli che scalfiscono la libertà di pensiero. Di tutti, tranne i pochi casi previsti dai nostri codici civili e penali. Ma non è certo questo il caso.
Dalle dichiarazioni degli studenti e dei docenti della Sapienza che hanno sottoscritto, l’altro giorno, l’ormai famosa lettera viene fuori abbastanza chiaramente come al centro della contestazione non ci sia la figura istituzionale del Papa Cattolico – pur con gli infiniti spazi di risonanza di cui dispone -, bensì quella di chi ne incarna il ruolo in questo momento: Joseph Ratzinger.
Tanto più che ad occuparla c’è una persona della quale, da ogni ambiente cattolico, si rivendica la robustezza e la solidità come intellettuale e teologo, prima che come capo del cattolicesimo.
Mi domando, molto semplicemente, da intellettuale a intellettuale e da quel che volete a quel che volete: era davvero il caso, in questo contesto storico, in questo momento di grandi tensioni (soprattutto in Italia) proporre una candidatura assolutamente rispettabile ma così profondamente contraddittoria e generatrice di divisioni? Non era forse possibile optare – per un’occasione simbolica e molto sentita come l’inaugurazione dell’anno accademico della più grande università europea – per una personalità che unisse, magari in virtù dei suoi innegabili risultati scientifici o letterari?
La prendo alla lontana. Ma chiuderò altrettanto rapidamente.
È possibile, in generale, che un individuo che occupi un’importante carica – a causa dei suoi pensieri, delle sue opinioni su infiniti e delicati temi, dei suoi modi, altrettanto importanti – possa dividere l’opinione pubblica? Credo decisamente di si.
C’è dunque la verosimile (e direi sacrosanta) probabilità che, laddove la personalità in questione abbia in programma un intervento pubblico fuori dagli usuali contesti nei quali appare, la sua stessa apparizione possa, per il semplice fatto di essere messa in calendario, provocare divisioni, accesi dibattiti, contrasti.
Per quanto mi riguarda, queste divisioni non dovrebbero mai oltrepassare ottenere certi distorti obiettivi. Vale a dire, quelli che scalfiscono la libertà di pensiero. Di tutti, tranne i pochi casi previsti dai nostri codici civili e penali. Ma non è certo questo il caso.
Dalle dichiarazioni degli studenti e dei docenti della Sapienza che hanno sottoscritto, l’altro giorno, l’ormai famosa lettera viene fuori abbastanza chiaramente come al centro della contestazione non ci sia la figura istituzionale del Papa Cattolico – pur con gli infiniti spazi di risonanza di cui dispone -, bensì quella di chi ne incarna il ruolo in questo momento: Joseph Ratzinger.
Tanto più che ad occuparla c’è una persona della quale, da ogni ambiente cattolico, si rivendica la robustezza e la solidità come intellettuale e teologo, prima che come capo del cattolicesimo.
Mi domando, molto semplicemente, da intellettuale a intellettuale e da quel che volete a quel che volete: era davvero il caso, in questo contesto storico, in questo momento di grandi tensioni (soprattutto in Italia) proporre una candidatura assolutamente rispettabile ma così profondamente contraddittoria e generatrice di divisioni? Non era forse possibile optare – per un’occasione simbolica e molto sentita come l’inaugurazione dell’anno accademico della più grande università europea – per una personalità che unisse, magari in virtù dei suoi innegabili risultati scientifici o letterari?
11.1.08
HO PIANTO
Oggi ho pianto. Con dolore. Con un dolore che - per mia fortuna - raramente avevo provato.
Ho pianto sul treno. Seduto su un sedile blu cosparso di rettangolini verdi: si, quelli dei pendolari. Quelli che ti portano all'università, al lavoro, al mare, al centro.
Ho pianto dopo un mese. Un mese dalla tragedia della ThyssenKrupp. A farmi piangere - e lo ripeto, questo verbo, perché va ripetuto - il lungo servizio del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, tornato a vestire i panni del cronista per raccontare alcune drammatiche storture nostrane. E che, come ogni cronista dovrebbe fare, ha lasciato parlare la nuova casta di invisibili: gli operai.
Quelli che c'erano. Quelli che quando la linea 5 ha preso fuoco, hanno visto i loro colleghi trasformarsi nei poster anatomici che vedono quando vanno dal dottore. Con la pelle ridotta a cera e le terminazioni nervose mangiate dal fuoco.
Ho pianto perché ce ne siamo già dimenticati.
E se non li terremo sempre in mente, finiremo per trasformarci in bestie. Senza passato e senza futuro.
Ho pianto sul treno. Seduto su un sedile blu cosparso di rettangolini verdi: si, quelli dei pendolari. Quelli che ti portano all'università, al lavoro, al mare, al centro.
Ho pianto dopo un mese. Un mese dalla tragedia della ThyssenKrupp. A farmi piangere - e lo ripeto, questo verbo, perché va ripetuto - il lungo servizio del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, tornato a vestire i panni del cronista per raccontare alcune drammatiche storture nostrane. E che, come ogni cronista dovrebbe fare, ha lasciato parlare la nuova casta di invisibili: gli operai.
Quelli che c'erano. Quelli che quando la linea 5 ha preso fuoco, hanno visto i loro colleghi trasformarsi nei poster anatomici che vedono quando vanno dal dottore. Con la pelle ridotta a cera e le terminazioni nervose mangiate dal fuoco.
Ho pianto perché ce ne siamo già dimenticati.
E se non li terremo sempre in mente, finiremo per trasformarci in bestie. Senza passato e senza futuro.
8.1.08
POST-MODERNITÁ E SOCIALITÁ UMANA
Il problema fondamentale della post-modernità è che ha distrutto - meglio: destrutturato e ricomposto secondo logiche inedite - le forme usuali e monolitiche della socialità umana.
Ne ha poi messe a punto delle nuove e, per certi versi, anche più democratiche rispetto alla paleo-agorà che, in maniera un po' stolta, tanto rimpiangiamo.
Nuove forme che però tagliano e solcano trasversalmente i gruppi di persone, proponendo e agendo in base a rinnovate categorie e parametri totalmente diversi. Così come, ma questo è un altro discorso, sono andati strutturandosi diversamente le comunioni sociali.
Provocando rimescolamenti e - questa la chiave della grande sofferenza che il mondo vive in questi ultimi anni - spietati fenomeni di marginalizzazione. Nuovi, diversi. E dolorosi. Che non trovano spiegazione nei vecchi schemi sociali. Ma nemmeno nei nuovi, troppo acerbi e turbolenti per essersi sedimentati tanto da fornire un libretto d'istruzione pronto-uso.
E allora si soffre. Anche se si ritiene di essere totalmente immersi delle dinamiche post-moderne.
Ne ha poi messe a punto delle nuove e, per certi versi, anche più democratiche rispetto alla paleo-agorà che, in maniera un po' stolta, tanto rimpiangiamo.
Nuove forme che però tagliano e solcano trasversalmente i gruppi di persone, proponendo e agendo in base a rinnovate categorie e parametri totalmente diversi. Così come, ma questo è un altro discorso, sono andati strutturandosi diversamente le comunioni sociali.
Provocando rimescolamenti e - questa la chiave della grande sofferenza che il mondo vive in questi ultimi anni - spietati fenomeni di marginalizzazione. Nuovi, diversi. E dolorosi. Che non trovano spiegazione nei vecchi schemi sociali. Ma nemmeno nei nuovi, troppo acerbi e turbolenti per essersi sedimentati tanto da fornire un libretto d'istruzione pronto-uso.
E allora si soffre. Anche se si ritiene di essere totalmente immersi delle dinamiche post-moderne.
3.1.08
IL MEDIOEVO DEL CINEMA ITALIANO
Una risposta - volante e veloce - che ho fornito in una mailing list a proposito del corto (qui) prodotto dal Movimento dei 100 autori riguardo la crisi del cinema italiano.*
Per carità: mi piacerebbe che l'Arte fosse libera e sciolta da vincoli economici. Come no. Come diceva il mio professore di Estetica.
Ma non è così. Ed è giusto che non sia così. Aggiungo: non è mai stato così.
La produzione ha un costo. Essere sconosciuti ha un costo. Distribuire un prodotto in modo dignitoso ha un costo.
Gli artigiani, che permettono all'arte di sviluppare le proprie idee, hanno un costo.
Mi pare che il Movimento dei 100 autori punti solo a porre il problema Arte (e sostegno pubblico all'Arte) al centro del dibattito.
Ma perchè in questo paese l'aggettivo pubblico deve per forza far storcere il naso?
E' impossibile proporre un piano strategico – per esempio – di sostegno alla distribuzione che preveda dei vincoli imposti per legge alle società (sono tre, poi, mica 2mila) e che eviti quelle vergognose morti premature di film fatti (perché poi, alla fine, i film si fanno, anche con due lire) e uccisi in culla, mai distribuiti?
Auspichiamo il libero mercato, anche nell’Arte. Bene. Benissimo.
Ma diamo agli artisti dei canali puliti, efficaci, funzionanti. Almeno, per fare un solo esempio, rendiamo concorrenziale il mercato distributivo – che poi a catena alimenterà quello produttivo – attualmente inchiodato sul duo ministerial-ministeriale Medusa-01 (Rai).
Tutti i paragoni del corto stanno a indicare che la questione sta scivolando pericolosamente in secondo piano. E quando scivola in secondo piano l'Arte, c'è da preoccuparsi.
Il problema è proprio che i soldi "sono pochi e mal distribuiti dai capetti politici".
Dovrebbero essere di più (vogliamo parlare della Siae? Vogliamo discutere degli infiniti rivoli clientelari nei quali vengono dispersi milioni di euro ogni anno?) e distribuiti con una logica pulita. Che valorizzi gli esordienti validi (non in quanto esordienti tout court), gli autori che hanno dimostrato di saper incontrare il favore del pubblico e quelli, per esempio, che hanno raccolto successo all’estero.
E che vada soprattutto a risolvere la magagna più grossa: quella della distribuzione.
La verità è che siamo ancora al vecchio cummenda che sgancia il soldo.
E rilancio questo.
"E' come la sanità".
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