INCUBI DEL POPULISMO
Toffolo, quando il fumetto incontra il teatro

La nudità. Pesante, quasi asfissiante. L’atmosfera oscura e fuligginosa. Le continue ellissi narrative. I rimandi e le sottotracce che legano misteriosamente le tre (fittizie) pièces teatrali illustrate dall’imprevedibile Davide Toffolo.

“Très” è il tassello che mancava al variopinto puzzle artistico dell’autore di “Pasolini e “Carnera”: sposare la dimensione (pseudo) teatrale con quella del fumetto. Giocando – mai artificio letterario fu più inflazionato, però – sullo spunto del ritrovamento di tre commedie politiche ideate da tre attori-autori nonché oppositori argentini e nascoste sin dal 1976. Toffolo si fa così nuovo Manzoni e si incarica di riportarle alla luce.

Dentro, il trio di personaggi German, Derela e Coco si muove nel claustrofobico universo edificato da una dispotica democrazia populista. Nel quale tutto sembra pantomima e la genuinità dell’essere umano appare ormai spogliata – proprio come i corpi degli efebici attori messi su carta – del proprio diritto di cittadinanza.

Pubblicato sul numero di marzo di Inside Art. 2008 ©Guido Talarico Editore - PI 02217950795.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 15:07 | 3 Commenti
In attesa di dare uno sguardo a questo pluripremiato e plurichicacchierato No Country for Old Men dei Coen Bros. e risucchiato fra redazioni ed esami, vi copioincollo dalla Sezione Cinema di Extra! Music Magazine, di cui sono da qualche mese responsabile dei contenuti, l'utile e sintetico articolo dell'indefessa collaboratrice Elisabetta Lanzillotti.

*

Non si tratta di una vera e propria sorpresa, visto il rumore mediatico generato dal film negli ultimi mesi, ma i fratelli Coen sono comunque emozionati per il bottino portato a casa: il premio più ambito va, infatti, al loro No Country for Old Men (Non è una terra per vecchi) che si aggiudica Miglior Film, oltre a Miglior Sceneggiatura Non Originale, Migliore Regia e Migliore Attore Non Protagonista con Javier Bardem.

Proprio Javier Bardem entra di fatto, assieme ad altri tre attori, in una sorta di primato che lascia la sua particolare impronta internazionale a questa Ottantesima edizione degli Academy Awards. Solo un’altra volta nella storia della manifestazione, nel lontano 1964, i quattro premi per la recitazione sono finiti tutti nelle mani di attori stranieri. Daniel Day Lewis vince il suo secondo Oscar come Miglior Attore per There Will Be Blood, la novizia Marion Cotillard è Miglior Attrice in La Vie En Rose, nella categoria sbaraglia concorrenti di tutto rispetto quali Cate Blanchett (che ha un paio di record tutti suoi, da leggere in seguito) e Julie Christie. La fantastica e spesso sottovalutata Tilda Swinton porta a casa il premio di Migliore Attrice Non Protagonista per il dimenticato Michael Clayton.

In una cerimonia piena di sorprese fa il suo esordio anche Juno, commedia accattivante che trionfa nella categoria per la Sceneggiatura Originale. Ratatouille si conferma successo animato dell’anno e La Bussola d’Oro viene premiata per gli effetti speciali.

Un pizzico di gioia patriottica grazie all’Oscar per la Miglior Scenografia all’ormai mitologico Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (Sweeney Todd, The Demon Barber of Fleet Street). Oltre che al bravo Dario Marianelli per la Migliore Colonna Sonora Originale per Atonement (Espiazione), che dopo le vittorie ai Bafta britannici si aggiudica una sola statuetta: abbiamo trovato l’erede di Morricone?

Se il film dei Coen sbanca, si può dire lo stesso dell’action dai sapori europei The Bourne Ultimatum che si aggiudica tutte le tre nomination: Editing, Miglior Sonoro e Montaggio Sonoro, che non sono, per così dire, i premi d’elite. Ma rappresentano comunque un grande successo per la saga che ha aperto la strada ad un nuovo genre di movie d’azione.

In pillole.

Cate Blanchett si trova nel mezzo di peculiari primati: nominata nello stesso anno in due categorie top, Miglior Attrice Protagonista e Non per i film Elizabeth: The Golden Age e I’m Not There. Non finisce qui perché la Blanchet è anche una delle poche attrici nominate per lo stesso personaggio (Elizabeth, 1998).

Il presentatore della serata, Jon Stewart, non risparmia la battuta sullo sciopero degli scrittori che si è miracolosamente concluso dopo mesi appena in tempo perché filasse tutto liscio durante lo spettacolo.

Alla fine della cerimonia l’usuale tributo ai caduti del 2007 si chiude con una scena di Brokeback Mountain. Addio Heath.

(26/02/2008) - © 2002 - 2008 Extra! Music Magazine. Tutti i diritti riservati.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 09:24 | 2 Commenti
C'è un giovane e coraggioso scrittore, a Cuba, che è diventato negli ultimi anni il mio punto di riferimento per capire e vivere le sciagurate vicende di quell'isola magnifica.

Grazie allo scrittore italiano Gordiano Lupi, che ne è il rappresentante in Europa nonché il traduttore ufficiale, ho ricevuto i suoi strazianti libri e, periodicamente, i suoi brevi ma tostissimi racconti. In tempo reale. A commento dell'attualità cubana.

Giusto ieri sera mi stavo infatti domandando cosa fosse passato per la testa ad Alejandro Torreguitart Ruiz (nome d'invenzione, of course, o lo volete in gattabuia?) dopo l'annuncio di Fidel Castro. Il Líder Máximo si fa da parte. E Alejandro che ne scrive?

Poco fa, fra le mail, ho trovato un racconto fresco di traduzione. Eccovelo.

*

Mio padre porta in casa il Granma come ogni mattina, non so perché lo compri, forse un’abitudine, forse è amico di quel mulatto all’angolo della panetteria di Toyo che lo vende, forse pensa a mia madre che di tanto in tanto ci rincarta roba. Non lo so. Fatto sta che lo compra. Oggi lo sventola a mo’ di bandiera, rosso in volto, emozionato come un ragazzino che racconta una prodezza, sputa fuori una notizia bomba, una cosa sensazionale che farà il giro del mondo.
“Fidel si è dimesso” dice.
“Dimesso da cosa?” domando.
“Non vuol più fare il Presidente del Consiglio di Stato e neppure il Comandante in Capo. Dice che non è attaccato al potere…”
In fin dei conti ha governato soltanto per quarantanove anni, penso.
“E adesso cosa succederà?” chiedo.
“Il Granma riporta una lettera di Fidel a Randy Alonso. Pare che stasera alla Mesa Redonda spiegheranno meglio”.
Sì, alla Mesa Retonta spiegheranno tutto. Non c’è alcun dubbio…
Mio padre è costernato. Legge attentamente i quattro fogli sgualciti del Granma. Non lo avevo mai visto tanto assorto nella lettura di un giornale così inutile. Di solito dà un’occhiata ai risultati di baseball, scorre i programmi televisivi, legge i titoli e scuote la testa, non c’è niente di nuovo, pare che dica, gli imperialisti sono lontani, stanno a casa loro, proprio non la vogliono questa fantastica rivoluzione. Oggi no, invece. Oggi si divora il Granma, non perde una frase, sottolinea, annota, rilegge, non crede ai suoi occhi.
“Cazzo, Alejandro. Siamo senza Fidel. Ti rendi conto?”
Povero papà, lui non è abituato ad alzarsi la mattina e sapere che non c’è babbo Fidel che provvede, non è facile metabolizzare l’idea, pure se dicono che siamo anestetizzati da cinquant’anni di regime.
“Ci resta Raúl, papà. Non ti basta?”.
“Non mi basta no, Alejandro. Vuoi mettere?”
Non ha tutti i torti. Fidel è invecchiato, non è mica lo stesso che prese a scapaccioni Batista, il meglio dei suoi rivoluzionari sono diventati controrivoluzionari e chi ce l’ha fatta è scappato a Miami, lui è rimasto sempre più solo, ma si è fatto nuovi amici. I tempi cambiano, i russi vanno a braccetto con gli statunitensi e i venezuelani governano Cuba a colpi di petrolio. Meo Porcello, detto Chávez, scopre complotti, libera prigionieri dai terroristi e a tempo perso attinge preziosi consigli per costruire il socialismo tropicale. Fidel non ce la fa più, povero vecchio, non c’ha il fisico per tenere in mano le sorti d’una rivoluzione sempre più solida e forte, ci vogliono i giovani. Meno male che Raúl è ancora un ragazzino, frequenta combattimenti di galli, scommette, qualche volta vince, s’è fatto amico dei cinesi, vuole il socialismo di mercato, c’ha pure qualche vizietto nascosto, un vero scavezzacollo. Siamo davvero in buone mani. Se poi non dovesse bastare c’è Roberto Alarcón, che non s’intende di economia, ma è un rivoluzionario duro e puro, tutto teoria e politica marxista, sacrifici a colpi di machete, zafra e canna da zucchero come se piovesse. Non gli parlate di pesos e dollari ché non se ne intende, mica può sapere tutto lui, che da piccolo nemmeno andava a Varadero, non viaggiava e non frequentava il Tropicana. Povero Alarcón, che a tempo debito gli è mancato un bel culo di mulatta e adesso parla coi giovani e non sa che dire. Per ora è Presidente del Parlamento, sostiene il voto unico, ché bisogna votare senza sapere chi si vota, tanto va sempre bene. Resta Abel Prieto, ministro della cultura per meriti letterari, ché tra lui e la letteratura c’è stata una bella lotta, ma alla fine ha perso la letteratura, poverina, finita nelle sue mani dopo aver frequentato Cabrera Infante e Virgilio Piñeira, non è un bel morire, credo. Abel Prieto dice che a Cuba si può dire e scrivere quello che vogliamo, magari anche pubblicarlo, dirlo in televisione, sostenere che c’è la censura è da stupidi reazionari. E allora la prossima volta, invece di pubblicare in Italia, mando un romanzo inedito a Letras Cubanas, anzi glielo porto a mano, così mi vedono bene in faccia, mi schedano e fanno prima a mettermi dentro.
“Babbo, mi sa che hai ragione” concludo.
“Ho ragione sì. Sono più vecchio di te. Lo so che ho ragione”.
La rivoluzione cubana in mano ai ragazzini mi fa un po’ paura, lo so che si metteranno a giocare con questa cosa messa su da Fidel in quarantanove anni di duro lavoro e la faranno a pezzi. Mi sembra già di vederli. Raúl che perde tempo con galli da combattimento e creoli dagli occhi castani, Alarcón che prende lezioni di economia e Abel Prieto riscrive Il volo del gatto e prova a fare il verso a Lezama. Tanto pure per loro ci sarà un Paradiso, credo. Ecco il grande cambiamento della nostra storia, che tutto cambi perché niente cambi, come ha già detto qualcuno. Adiós Fidel. Ci mancherai.

Alejandro Torreguitart Ruiz
L’Avana, 19 febbraio 2008

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 
Scritto e ideato da simone quando erano le 09:11 | 5 Commenti
Dice al quindicinale Freequency Francesco Bianconi, voce e anima dei Baustelle, che «Charlie fa surf nasce da un'installazione di Cattelan che ho visto al museo di Rivoli di Torino e che mi ha molto impressionato».

Allude a Charlie don't surf (qui a fianco), opera del 1997 del furbo provocatore Maurizio Cattelan.

Come al solito: associazioni. Davvero curioso, infatti, come questa rimediazione onomastica sia così presente nel rapporto arti plastiche > arti musicali.

Due estati fa ero in Scozia con il mio amico Matteo. Entriamo nel museo d'arte contemporanea di Glasgow.

Al piano terra, un'opera in vetro e ferro intitolata: Can't Play, Won't Play?. In breve: un ring pugilistico riprodotto con materiali estremamente fragili e volatili. Appunto, vetro, ferro, legno. Forte e caduca.

Un'illuminazione. Il mio amico cercava un nome forte per il suo nuovo progetto musicale a cavallo fra elettronica ed ambient.

Quel giorno - con una piccola licenza poetica, come nel caso di Charlie don't surf - è nata la vicenda CanPlayWillPlay. Vi invito a non giudicare dai pezzi online, che sono demo datate mesi fa.

Comunque vada - e per ora pare stia andando bene - quel progetto è anche minimamente mio.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 11:34 | 3 Commenti
C'è un programma, in tv, che rappresenta davvero una risorsa inesauribile nel caso in cui siate in cerca di grasse e succose risate. Di quelle magari non apocalittiche, ma continuative e profonde.

No. Non è Zelig. E nemmeno qualche altra stronzatina del genere - mai sopportato Zelig, oltre tutto. Insomma: non si tratta di un programma comico, di un contenitore satirico. Né di Neri Marcoré o del Seven show su Europa 7, per chi è del Lazio e dintorni. Tantomeno Camera cafè e quei due lì.

È il Tg2.

In particolare, la famigerata "striscia rossa" che, nel corso delle varie edizioni, riporta a scorrimento continuo i titoli del telegiornale in corso. Insieme a diverse "brevine" relative ai più disparati argomenti, spesso ridicoli, messe in mezzo per rimpolpare il rullo.

Il povero cristiano (giornalista stagista? videografico? precario?) che si occupa di compilare quella striscia ne combina di tutti i colori. Fa a pugni con la lingua italiana. Fra i livelli linguistici maggiormente bombardati dall'anonimo scribacchino, quello sintattico è senz'altro al primo posto.

Nell'edizione delle 20,30 di questa sera, per dirne una stratosferica, nella striscia rossa è passata una notizia che diceva, più o meno:
«Laboratorio coreano clonerà un cane defunto su richiesta di un suo cliente. È la prima volta che questo avviene non per la scienza ma per un privato».

Mi limito a suggerire un paio di sfondapiedi davvero sopraffini.

Messa così la notizia, infatti, pare anzitutto che il laboratorio debba clonare un cane defunto dando vita a un altro cane (defunto). Insomma: da un cane morto, un altro cane morto.

Ma la sfumatura più affascinante è che, sotto il profilo sintattico, sembra che la richiesta di effettuare la clonazione sia stata senza ombra di dubbio avanzata da un cliente. Ma non del laboratorio, bensì del cane (defunto).

A questo punto c'è da chiedersi anche che lavoro facesse, lo sciagurato quadrupede. E di quale straordinario livello fossero le sue non ben precisate prestazioni professionali, dal momento che disponeva di un cliente così disperato da chiederne addirittura una clonazione.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 22:07 | 3 Commenti
Ieri notte, guido sul Raccordo. Sarò sui 120. Forse qualche chilometro in meno, che ho un po' sonno nonostante esca da una serata molto tranquilla e rilassante. Sfido, sono le due e mezza passate.

Su Radio1, Federico Guglielmi passa nel suo Stereonotte una sfilza di brani tratti da una selezione dei cosiddetti concept album. Quei dischi, insomma, nei quali l'intera scaletta ruota intorno a un medesimo tema, argomento, questione. O che raccontano e sviscerano una storia in capitoli successivi e complementari.
Molti legano questa tipologia di dischi al prog rock anni Settanta. Periodo e genere nei quali effettivamente questo approccio "operistico", globale e quasi scenico al prodotto musicale ha avuto il più profondo sviluppo. Però, come giustamente sottolinea lo speaker col suo piglio sapientino ma apprezzabile, di concept ce ne sono stati molti prima e dopo i Seventies.

Quando accendo lo stereo della macchina sono ancora in zona Cinecittà. Non c'è nemmeno la solita Punto dei Vigili urbani all'incrocio con via Palmiro Togliatti. Mi pare che stiano suonano i Genesis, The Lamb Lies Down On Broadway. Sfilo veloce lasciandomi alla sinistra un assurdo e quadrato centro commerciale. Poco dopo, quando sono già all'imbocco del Grande raccordo anulare, attaccano gli immancabili The Who, con un pezzo (ovviamente) da Tommy. Non ricordo quale, però. E la scaletta non è ancora online (male).

Tempo di inghiottire gli Who, e Guglielmi se ne svolazza alla ricerca del capostipite del concetto di concept (sui giri di parole, lo so, sono forte). Lo trova - come molti - nell'ormai mitologico Woody Guthrie e nel suo disco del 1940, Dust Bowl Ballads. E lì, propone in un secondo Tom Joad. La torretta delle Smart, la bretella Centrale del latte-Gra è già alle mie spalle: sono a Colleverde, un agglomerato per (mezzi) ricchi nato sulla Nomentana. Sono sessantotto anni che John Ford ha portato sugli schermi la storia della trasmigrazione statunitense lungo la Route 66.

Stronza e spietata, nasce un'associazione del tutto gratuita. Senza motivo. Inaspettata. Epifanica, direi, se non rischiassi di annoiarvi con la mia fissazione per questo genere di rivelazioni.

Prima di tutto - è facile, ne sono cosciente - sbuca fuori Bruce Springsteen e la sua The Ghost of Tom Joad, datata 1995. Immediatamente, forse a causa di ghost, della parole ghost intendo, "fantasma", nasce l'inghippo notturno. O forse a causa del fatto che Federico Guglielmi proprio non ce la fa a non fare il trito collegamento fra i due pezzi. E la manda in play. Pesante. Intensa. Bellssima. C'è quasi Fonte Nuova, sotto le gomme della Clio nera. Un posto da fantasmi della nuova Europa.

«La maggior parte delle cose che ho scritto riguarda l'America di oggi, anche se trovano le loro origini nel passato. Anche la canzone di Tom Joad non è storica, ma è sull'America degli anni '90» (Bruce Springsteen, intervista di Gino Castaldo, da Il Venerdì di Repubblica, 5 aprile 1996).

Mi torna in mente il compagno di un'amica (conoscente, in realtà) dei miei genitori. Autotrasportatore. L'ho visto solo in una fototessera. Dopo. Mai conosciuto. Ma ne ho avuto alcuni gentili racconti dai miei genitori, che però hanno avuto modo di frequentarlo anche loro molto poco.

È morto carbonizzato un paio d'anni fa, incastrato fra le asfissianti lamiere dell'abitacolo del suo camion. Insomma: adesso non c'è più. Un colpo di sonno, ho saputo. In Puglia, dalle parti del Tavoliere. Così. In uno sbadiglio bastardo. Lontanissimo da casa sua, nelle Marche.

Poi ho pensato al figlio dell'amica dei miei genitori, nato da una precedente relazione, che con questa persona non aveva mai avuto - mi confidano - rapporti straordinari. Ma che ora gli manca tantissimo. Troppo.

Ecco allora, una specie di richiesta d'aiuto: spiegatemi perché la mia testa se n'è volata da Tom Joad - dal protagonista di quell'epopea fondante americana che è raccontata in Furore, il capolavoro di John Steinbeck tradotto in musica e al cinema infinite volte - a questa drammatica vicenda.

E ve ne sarò grato.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 16:23 | 3 Commenti
Stamattina ho acquistato un Beverly 250 grigio metallizzato (usato, of course, ma in ottime condizioni).

Inizia un'avventura interessante e importante della mia vita.

God bless me.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 15:17 | 3 Commenti
A trovartelo di fronte – con quei trucioli in testa, quel fisico asciutto e sfibrato da un impeto perpetuo, la faccia un puzzle di lineamenti multiformi – pensi davvero che Antonio Rezza non avrebbe potuto non essere ciò che è: un performer. Uno che il palcoscenico lo popola, lo suda, lo stupra.
Parto da Bahamut e da quel che sostieni: “L’autore è il male dell’opera”. Sei un decostruzionista fuori tempo massimo?
«Uno non si pone il problema di quello che è. Poi noi siamo in due, con me c’è Flavia Mastrella, coregista e autrice delle scene. Ciascuno smonta la realtà in autonomia. Ma non è un processo consapevole. Non siamo programmatici».

Ma perché l’autore è il male?
«Lo è quando porta in giro l’opera per proclamare se stesso. E’ il gerarca. Questa cultura di falsi progressisti è piena di gente che fa un film o uno spettacolo solo per dare senso al proprio povero sé ministeriale. A restare, invece, saranno le opere. Degli autori, non resterà nulla. L’uomo sparisce, invecchia, muore».
E il pubblico?
«Il pubblico può leggere lo spettacolo sempre in modo diverso. Può intervenire. Però Bahamut è diverso rispetto al passato. Io resto dalla mia parte, il pubblico dalla propria. In Pitecus e Fotofinish il rapporto era più stretto. Il fatto è che il teatro di narrazione ha distrutto la capacità di capire legando appunto la comprensione all’ingrediente-trama».
Spesso è stato usato l’aggettivo “cinico”. Credo invece che i vostri testi abbiano la forza dirompente delle epifanie. Portano all’osso, in chiave tanto onesta da sembrare surreale, quello che in realtà tutti sappiamo.
«Sicuramente chi mente è più vero di chi rappresenta la realtà. I nostri lavori sono molto distanti dal reale: ma alla fine, per paradosso, schiudono molte verità. Comunque del precariato non me ne frega niente: ti pare che con tutti i mali dell’anima ci dobbiamo preoccupare per 100 euro in più?».
Popoli le installazioni che Flavia Mastrella ti consegna. Come vivi il peso di una dimensione spaziale nata da un’idea non tua?
«E’ la prima volta che mi fanno questa domanda. Prima provavo a tavolino. Poi Flavia mi donava uno spazio dove tutto quanto pensato sfumava: l’emozione di scartare le sue opere mi diverte e mi preoccupa ogni volta»
Tu non sei avanguardista. Casomai, sei uno che si guarda intorno. Digerisce. E sputa.
«Io non credo nell’avanguardia. E penso ci sia troppa retroguardia: facile definire avanguardista chi non si vuole che venga compreso. Siamo solo al nostro posto. Perché dovrebbero dirci che le nostre cose saranno comprese fra trent’anni? Forse perché fra trent’anni gli stronzi di oggi saranno morti?».
Il tuo strazio sul palco è il bilanciamento di una vita quotidiana noiosa?
«No. Posso fare uno spettacolo con gli stessi movimenti e la stessa durata uccidendomi del tutto o parzialmente. Certo, credo in un teatro di sudore e di sfiancamento. Che non è quello attuale».
Mi ero ripromesso di dirti, appena ti avessi visto: “Tu sei la morte”. Reazioni?
«È impossibile. Se fossi la morte risparmierei almeno me stesso».

Pubblicato su Inside Art di febbraio. © 2007 Guido Talarico Editore.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 17:31 | 4 Commenti
Secondo me la cosa più misera che possa accadere a un uomo è perdere la capacità di riconoscere, intorno a sé, le epifanie. E, di conseguenza, di coglierne il sapore assolutamente eterno.

Il punto è che non ci si allena più ad annusare le emozioni: è esattamente questo il prerequisito disarmante da cui sboccia l'impossibilità di godere completamente dei momenti epifanici della propria giornata.

E guardate che, di momenti del genere, ce n'è una montagna, in un giorno intero.

Il termine ἐπιφάνεια - lo dice Wikipedia, il greco non l'ho studiato, solo il latino - veniva utilizzato dai greci per indicare l'azione o la manifestazione di una divinità (mediante miracoli, visioni, segni e via elencando). Poi dal III secolo il termine è stato scippato dalla cristianità ancora nascente sempre per definire le manifestazioni divine, ma del solo Gesù. Oggi con questo termine si intende, invece, la prima manifestazione pubblica della divinità, con la visita dei Magi. La prima uscita nel jet set del buon Cristo, insomma.

Poi dopo, lo sappiamo, di epifanie hanno parlato da una parte gli stilnovisti e, dall'altra, Marcel Proust e James Joyce (penso ai Dubliners). Mi pare, di fatto, attribuendo al termine non più che un enorme allargamento semantico. A spiegare la riproposizione di una specifica situazione a seguito della presa d'atto sensitiva di un elemento che la stimola - le famose madeleines, lo sappiamo tutti.

Ecco. Per me le madeleines sono in ogni poro, in ogni angolo, in ogni cazzo di buco maledetto della faticosissima quotidianità. E, ovviamente ma non solo, nella musica.

L'aspetto preponderante della musica - e quello più a buon mercato - e dei suoi connotati emotivi è che fornisce appunto l'accesso ai ricordi più semplicemente di altre componenti della nostra vita sensoriale. E dunque, come dire, ci propone delle epifanie pronto-uso: facili da mettere in atto. Soprattutto: facili da vivere senza rendersi conto di essere nel pieno del loro fiorire.
 
Scritto e ideato da simone quando erano le 21:29 | 4 Commenti

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