31.3.08

LE GINE LOLLOBRIGIDE DI OGGI

L'altro giorno, sabato se non sbaglio, passo per un paesone, Mentana. Diecimila anima sostanzialmente appiccicate alla mia.

Sono le 15,30 del pomeriggio di uno strambo sabato di marzo assolato e boccheggiante. Di lato, sul marciapiede, mentre sfreccio con l'auto, scorgo un gruppetto di ragazzette - a occhio, fra i tredici e i diciassette anni: tutte imbellettate alla Pirandello, alcune vestite a sera, altre in tuta ma già truccate di tutto punto. Avanzano con passo veloce, tenendosi per mano, verso la piazza principale del paese. Mi colpiscono, perché più che da veline sono vestite come le mamme, se non le nonne, da giovani: hanno rubato un paio di scarpe, un rossetto, un foulard dai cassettoni di casa.

Procedo oltre. Arrivo alla piazza del paese: in un fondale giallo ocra, sampietrini in terra, un crocchio di ragazzine copie anastatiche delle precedenti attende tutto tirato a lucido. Stesse scarpe nere, stesse acconciature complicate e da matrimonio, stessi scolli vuoti ed esagerati. Col polletto di turno a fare la guardia e a ruspar per terra.

Un concorso di bellezza locale, penso.

E improvvisamente mi perdo: siamo nel 2008 o all'epoca delle Gine Lollobrigide e delle Sophie Loren?
26.3.08

PER LA VIGNA ELETTORALE

Photobucket

Debbo dire che sono sempre abbastanza d'accordo con quanto scappa fuori da questi simpatici strumenti di - come definirli? - sondaggistica orientativa politica. Non tanto negli schieramenti che alla fine mi sono più vicini (noto con sconcerto che l'Italia dei Valori mi si appiccica sempre addosso) quanto, con grande soddisfazione, rispetto a quelli che stazionano a debita e sostanziale distanza. Vade retro.

(via Openpolis).
24.3.08

HANNIBAL SKIER


NO COMMENT
(a parte che sono di nuovo qui)
12.3.08

VIA SALARIA, ORE 19,15

Via Salaria, ore 19,15. Rientro a casa dalla redazione. Occhi rossi. Troppo computer. Le lenti frizzano allegramente scippandomi giorno dopo giorno millesimi di diottria. Tante pagine chiuse. Un sacco di lavoro. E molta soddisfazione. Il puzzo dello smog m'ammazza. Serro il naso.

A venti centimetri venti, sulla destra, mentre passo con lo scooter, sfioro il "turno delle 20". Non saprei come altrimenti definirlo: una fila indiana di giovanissime donne che segue ciondolante la striscia bianca della troppo stretta corsia d'emergenza. Ragazzine truccate pesantemente. Tardone imbellettate di tutto punto, sacchetti di plastica stropicciati che calano dalle mani. Facce allegre e facce tristi. Facce drogate - drogate - dalle pupille assenti e liquide. E con ancora indosso felpe e tute sdrucite. Che evidentemente nascondono la minimale divisa da lavoro che sfodereranno poche centinaia di metri appresso.

Penso che siano scese alla fermata dell'autobus poco oltre, quella dove sta il paninaro che le sfama. Sono troppe per essere arrivate in macchina. Penso - col cervello incastrato nel Nolan nero integrale - che non voglio tirare fuori il solito, trito pistolotto sull'assoluta mancanza di dignità che la nostra società offre a larghe fasce di persone che vivono sul suolo italiano. Però mi vergogno. Mi vergogno proprio del fatto in sé, di quella fila indiana. Che potrebbe essere la fila indiana degli operai di una fabbrica, dei dipendenti di un ufficio postale, dei commessi di un centro commerciale. Ho timore di una tale "standardizzazione lavorativa". Mi impaurisce la routine, la prassi, quella decisa-fissa-sempre uguale ogni notte.

Mi impaurisce che ci siano persone che lavorano seminude in mezzo al nulla. In mano al nulla di un cliente bramoso. Ogni sera. Esattamente gli stessi sporchi movimenti. Sempre le stesse azioni. Ormai col sorriso (?) in faccia. Come fosse normale. In mezzo a via Salaria.

Ecco, è la normalità che stride. Perché è il segno della resa.
11.3.08

FERRO CHINA: IL BEVERONE CHE FA BENONE

La mia reliquia di questo bimestre, pubblicata sul nuovo numero di Classix!

*

La vicenda della Ferro-China Bisleri affonda le radici nella preistoria nostrana. Altro che reliquia: bisogna muoversi, per capire davvero l’exploit di questo prodotto, nell’archeologia chimico-farmaceutica. Tuffarsi, prima di finire ai soliti e benemeriti anni ’70, nell’Italia degli inventori, dei traffichini, dei colpi di genio e dei grandi successi proto-commerciali. Più o meno – tanto per dare un’idea ai metallari incalliti, che di storie sanno solo quelle dei Motorhead e compagni - siamo fra il secondo governo Crispi, il primo governo Starrabba e l’esordio di Giovanni Giolitti. In termini cronologici: l’ultimo decennio dell’800. Antichità del Regno d’Italia. Altro che storie.

Ebbene, proprio in quegli anni Felice Bisleri, il classico personaggio di quell’epoca - dotato ma indeciso, indaffarato, curioso e geniale –, dopo averne provate di tutti i colori, comincia a circondarsi di ampolle, dosatori e ingredienti farmaceutici. E ad esercitarsi nel mestiere dell’alchimista. Fa tombola quasi subito – quando è destino -, riuscendo a tirar fuori dal cilindro una miscela esplosiva di china e ferro. Una bevanda ibrida, che non si sa bene cosa sia.

Il successo fra la gente è immediato, tanto che il bresciano barbone è spinto a fondare addirittura una società. Inventa un giornale medico, fa auto-promozione, invia centinaia di flaconi gratuiti ai medici. Più tardi i suoi eredi metteranno in piedi un ricco assortimento di gadget (vassoi, bicchieri marchiati). Marketing ante litteram, e vengano a parlarmi di viral marketing e boiate di questo tipo. Insomma: la Cola Cola italiana, in quanto a popolarità e a strategie industriali. Oltre che ad origini.

La situazione, con i dovuti accorgimenti del caso ma senza mutazioni esiziali, rimarrà la stessa per tutto il secolo – ancora oggi, a ben vedere, qualche bottiglia da un litro si scova. E, in particolare, fra anni ’60 e ’70, quando la Ferro China Bisleri va assommando un elemento fondamentale alle sue già prorompenti qualità: diviene una sorta di miracoloso ricostituente. Siamo negli anni del boom del Gerovital H3 – una vera e propria mania internazionale, dagli esiti abbastanza deludenti - che dalla metà degli anni ’50 avrebbe attirato in Romania schiere di vecchioni da tutto il globo. Compresi Paul Getty, Conrad Adenauer e Charles de Gaulle. Sembra insomma che anche le epoche, i trend e le mode siano state – per tutto il Novecento e in particolare nei decenni in questione - dalla parte della famiglia Bisleri. Che successivamente avrebbe allargato le proprie attività anche in Asia. In particolare, in India, dove Bisleri è forse l’unica parola italiana comunemente compresa dai miliardi di indiani, che la associano all’acqua potabile che la società distribuisce in bottiglie e o distributori a chi, laggiù, può permettersi lussi di questo genere. Insomma: Ferro China diviene, come poco più tardi il caffè Borghetti, presenza imprescindibile nelle case dei nostri nonni, ma anche padri.

Ricostituente, digestivo, reintegratore in anticipo sui tempi. Ma anche – quanti sono partiti dalla Ferro China per poi virare pericolosamente verso articoli e alcolici assai più pesanti? – un semplice liquore. Un aperitivo. Un intermezzo. Ogni momento della giornata-tipo degli anni ’70 era buona per un sorso dell’oscuro e tenebroso intruglio. La classica via di mezzo fra bevanda, rimedio para-farmaceutico – d’altronde, tanto per tornare all’inizio: forse la stessa Coca Cola non nasce più o meno in questo modo? – e prodotto di moda. Tanto che avrebbe dato il via, sin dagli inizi e per molto tempo, a una sfilata di imitazioni, riproduzioni o, comunque, prodotti messi a punto sulla scia del ricostituente inventato da Felice: basti pensare alla Ferro China Baldi o a quella Risieri (“che preserva contro le febbri prodotte da malaria”) e la Baliva. Insomma: più che una reliquia, la Ferro China è stata una delle tantissime invenzioni che hanno regalato all’Italia il titolo di creatività industriale e commerciale nel secolo scorso.

Molto più del caffè, la Ferro China è stata per anni anche un rimedio per la memoria di studenti e impiegati. Che ne hanno ingurgitati litri e litri, nella (flebile) convinzione che potesse migliorare le loro prestazioni professionali e di studio. In fin dei conti, la voglia di doparsi c’è sempre stata.
6.3.08

PAOLO BENVEGNÙ, CHIRURGIA DEL SENTIMENTO

Onesto. Iperattivo. Emotivamente straripante. Dopo la lunga e pesantissima vita con gli indimenticabili Scisma, Paolo Benvegnù è arrivato al secondo lavoro, “Le labbra”. Da solista, ma scortato da un ensemble “pieno di personalità spiccate con cui è magnifico confrontarsi”.
Si parte dai territori di un cantautorato rock straziante e chirurgico, che parla di “carne e sangue”, dell’amore e dei suoi demoni, di quanto sia difficile volersi bene. Da quei “Piccoli fragilissimi film”, insomma, che sono stati - per spessore umano e idee musicali - un colpo in pieno stomaco alla spocchiosa scena italiota. Una variazione continua sulle sensazioni. Un ricatto all’ascoltatore, inchiodato al muro in un perpetuo crescendo armonico e melodico.

“Liberarsi dai fantasmi del passato non è mai facile. Si deve sempre tentare di passare una linea, spostando il limite in avanti. E bisogna farlo bene”, confida Benvegnù. E allora anche il nuovo disco passa la linea. Va oltre.

Se nella prima parte – “La schiena”, “Amore santo e blasfemo” e “La peste” – si riallaccia al discorso aperto quattro anni fa, nella seconda si scioglie. Non si pente, ma si apre a intarsi e soluzioni nuove “sostenute da una ritmica che rimane sempre presente”. Dagli arrangiamenti che si sviluppano in lunghissime chiusure d’archi agli inserti jazzati. La forma canzone ne esce rivista. Le ballate diventano sbilenche ed elegantissime. Soffici e raccolte.

“Lo confesso, e quasi mi libero: è il primo disco del quale sono completamente soddisfatto. Il primo, in assoluto. Compresa la stagione degli Scisma”.

Il fatto è che Paolo Benvegnù è disarmante, nella sua genuinità: i suoi pezzi, come lui, vivono di pura verità. Non (ci) nascondono nulla.

Pubblicato sul numero di marzo di Inside Art. © 2008 Guido Talarico Editore
4.3.08

MANI

Domenica, a pranzo, si parlava di sogni ricorrenti. Questo perché mia nonna, dopo tanti anni, ha ripreso a sognare con una certa frequenza il mio povero nonno. Il quale pare che da qualche tempo le si presenti con aria di sfida e, tacendo, le sfugga continuamente.
Per me è stata un’occasione per focalizzare su un aspetto che non avevo mai ben inquadrato: il campo metaforico di gran lunga più diffuso nei miei sogni è quello delle mani.

Mani congelate. Che sentono un gran freddo. Mani infilate in un paio di guanti (e non a caso odio infilare le dita nei guanti, di qualsiasi tipo essi siano). Mani che schiacciano grilletti che non vorrebbero schiacciare – questo soprattutto anni fa. Mani, in particolare, che spesso non seguono quanto il cervello ordinerebbe loro. Mani che agguantano, impugnano, infilano, accartocciano, spingono, estraggono, appendono. A volte sgangheratamente, altre in modo più ferreo. In realtà sono solo mani piene di stimoli.

Can anyone help me?
2.3.08

LA PRIMAVERA HITLERIANA

Poco fa con Matteo passeggiavamo in campagna. Qui, vicino Monterotondo. La località si chiama Fratini: c’è qualche fattoria, alcuni silos in disuso e un agriturismo-maneggio. C’andavamo da ragazzetti a fare pasquetta. C’infrattavamo con le malcapitate di turno, tiravamo interminabili e sfiatati calci agli indimenticabili supertele, c’ingozzavamo delle torte di verdure di mia madre, dei panini degli altri, dei dolcetti delle nonne che, rimaste in città, ingannavano il pomeriggio andando a messa. Ogni tanto rischiavamo anche qualche fucilata dai contadini.

Erano circa 500 anni che non passavamo da quelle parti. Abbiamo riscoperto colline paleo-toscane e paesaggi che fanno respirare le nostre retine che puzzano di computer. A 5 minuti da casa. 5 minuti del cazzo.

Ragionavamo su quanto fosse capziosa e strumentale la canzone presentata dai Tiromancino a Sanremo, “Il rubacuori”.
In sintesi: se il tema è apprezzabile ed è comunque bene che si affronti il problema drammatico degli ormai sfasciati equilibri del mercato del lavoro, è anche vero – ribattevo – che i veri artisti, i poeti, i letterati, i musicisti, i pittori arrivano sempre prima. Troppo facile – insistevo – ficcarsi nel coro delle prese di posizione scontate e dalla facile rendita fuori tempo massimo: i veri artisti, con le loro antenne, captano nell’aria un cambiamento in arrivo, una situazione di mutamento. E la immortalano prima che li si possa accusare di aver voluto cavalcare il momento favorevole a certe tematiche.

Allora m’è tornato in mente il povero Eugenio Montale, e questa sua poesia composta nel 1938, a un anno dallo scoppio della seconda guerra mondiale.


Dentro, c’è già il seme della tragedia che travolgerà il mondo.
Si chiama “La primavera hitleriana”. Ed è arrivata prima.

Solo che nessuno dà mai retta ai poeti.

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...


(Eugenio Montale, La bufera)