26.5.08

LACRIME (TECNO)GENERAZIONALI

E allora succede che mentre sorseggio avidamente un Chinotto Neri ghiacciato (oltretutto ficcato in una bottiglietta davvero affascinante) - oggi a Roma si schiattava, tipo agosto inoltrato - mi telefona Matteo da Mondello. Che peraltro questa formula scelta per etichettare la sua nuova dimensione di vita sembra, non so, il nome di un evangelista o qualcosa del genere.

Dice che sta sotto una palma a lavorare (!) e che sogna le seppie ripiene che avrebbe trovato sulla tavola la sera e ci scambiamo tutta una serie di altre deliziose notizie sui suoi brani e su quello che sto scrivendo e di chi devo intervistare - a proposito: c'è Nick Hornby in lista e in vista - e via ciarlando allegramente che tanto il numero di giugno è chiuso e tutti siamo più rilassati e sorridenti, in questo periodo.

Poi, però, mi racconta un episodio decisamente significativo per comprendere la profondità del contesto tecnologico nel quale ci troviamo a vivere. E che mi riporta alla mente l'immagine qui sopra, scelta per l'ultima edizione di Dissonanze, il festival di musica elelttronica che si tiene annualmente a Roma.

Dice che la sera prima aveva chiamato il contatto della sorella su Skype. Ora, se uno chiama un contatto si aspetta di trovare dalla parte opposta della webcam esattamente quello specifico personaggio con cui intende comunicare. E invece la sorella ha pensato bene di organizzargli una sorpresa e il povero Matteo si è ritrovato davanti il nonno. Che avrà - ma non lo so per certo - quasi ottant'anni.

Contentissimo per l'occasione, ha iniziato a chiamarlo. La qualità della connessione audiovideo era ottima e quindi Skype lavorava alla grande. "Nonno, nonno!", chiamava Matteo. Niente, nessuna reazione, nemmeno un blando "ah": il nonno è rimasto impietrito per alcuni, lunghissimi istanti. Pareva incredulo, come di fronte ai marziani, sbigottito dalla materializzazione polisensoriale del nipote su di una superficie dalla composizione a lui ignota ma comunque a pochi centimetri dei suoi, di sensi.


Dopodiché, è scoppiato in lacrime.
22.5.08

GOMORRA: SPIETATE PARABOLE DA UN ALTRO PAESE. IL NOSTRO

Spietate parabole da un altro pianeta. Il nostro.

Una specie di piccolo Vangelo dell’Italia come miracolo. Nel senso di Italia come nazione che - non si capisce come - ma riesce a tirare avanti. Pur avendo abbandonato interi territori, interi settori economici e di pubblico interesse, intere e sciagurate esistenze in pasto alla prospettiva zero di un circolo vizioso chiamato camorra.

Il sesto film di Matteo Garrone – esteticamente altrettanto spietato, con la solita fotografia livida ed ecchimotica cui ci ha ormai svezzato - si apre con una sparatoria ritmata dall’angosciante colonna sonora neomelodica napoletana. Un solarium. Un teatro degli orrori. Che basta quel fucsia del titolo a scaraventarti in pasto ai pescecani coi “pezzi”. Ed estrae progressivamente dalla docu-fiction di Roberto Saviano alcuni fili, alcuni nuclei narrativi che poi sviluppa in parallelo. Senza un ordine apparente. Senza l’urgenza di intrecciare o incastrare. Senza un inizio e una fine precise, ma sfumate nell’impenetrabile fabuloso. Come, appunto, nelle parabole. Che d’altronde raccontano pezzi di vite straordinarie segnate da eventi straordinari.

C’è Totò (Salvatore Abruzzese), tredicenne messo di fronte a un mondo che non capisce fino in fondo. Nel quale, però, combatte. Nel quale affoga le sue paure di bambino. O con noi, o contro di noi. C’è Franco (Toni Servillo, il miglior attore italiano al momento, insieme a Elio Germano), che intossica le terre di Campania raccattando veleni dal Nor. L’importante è che sia tutto clean. C’è Pasquale (Salvatore Cantalupo), caposarto che confeziona i vestiti delle dive a 25 euro al pezzo e che si vende ai cinesi. Signore Pasquale, duemila euro a lezione. E poi c’è la coppia di sbandati che sogna maldestramente di imporsi sul clan locale. Giocando una battaglia di fascinazione e folle fantasia. C’è Don Ciro (Gianfelice Imparato), il contabile delle Vele, che distribuisce stipendi e sostegni alle famiglie dei camorristi carcerati. Non sono fatto per la guerra, io no. E c’è anche il neolaureato Roberto (Carmine Paternoster), braccio destro di Franco, nelle mani del quale è riposto un devastante messaggio di speranza. Io sono diverso da te.

È un film – come sono i film di Garrone – che non hanno alcun interesse al didascalismo. Piuttosto, credono ancora, con una fede commovente, nel potere straziante dell’immagine: icastica, essenziale, ultimativa e universale. Che spiega senza spiegare. Che ti dice: “Si, è così. Ed è anche peggio. E nessuno te lo aveva mai fatto vedere così efficacemente, al cinema. Dopo, c’è solo la realtà”. C’è poco da fare: il nuovo neorealismo è quello del regista romano. Le storie di oggi sono già troppo complicate e drammatiche per appesantirle con un’estetica e un approccio analitico. L’analisi, semmai, deve innescarsi dal procedimento opposto: lavorare di fino. Togliere, scarnificare e scaraventare in faccia. Una radiografia, più che una fotografia, della nostra biutiful cauntri ridotta allo stremo.

C’è una diagnosi, quindi, che emerge prorompente, anche sotto il profilo dei personaggi: lo Stato non esiste. Non c’è il volto – se non di sguincio – di un poliziotto. Non c’è quello di un medico. Non c’è un professore. Non c’è un vigile urbano. Non c’è un assistente sociale. Non c’è un’associazione di volontariato. Non c’è uno che non condivida. Se la camorra diventa welfare, allora la carne è ormai infetta e il corpo quello di un moribondo.

C'è però un altro Stato. C’è un'altra nazione, nel seno della Nazione. C’è un’altra etica, un’altra missione, altre regole. Un mondo parallelo che succhia ininterrottamente da quello sano, scippandogli sangue, figli e futuro. Ce lo ha spiegato nel dettaglio uno di ventinove anni. Ce lo ha iniettato in vena – come non aveva mai fatto nessuno, lontano dai romanzi criminali e dalla retorica che tutto edulcora – un quarantenne. Una generazione si muove. Si muovano anche le altre.

© 2002 - 2005 Extra! Music Magazine. Tutti i diritti riservati.
18.5.08

PIL, PILO E NICK HORNBY

Sarà che, per motivi di lavoro, sto facendo una scorpacciata dei libri di Nick Hornby (ho succhiato "Alta Fedeltà" in due giorni, sono sull'ultimo romanzo uscito, "Tutto per una ragazza"), che oggi mi ha assalito un po' la mania delle classifiche, delle statistiche, del cazzeggio assortito - sarà anche, a dire il vero, che ho trascorso parte di questo strambo pomeriggio su un divano strapieno di gente calcolando in tempo reale le variazioni della clasifica del campionato, cosa per me assurda. E allora ho scoperto che il giorno 29 ottobre, lo stesso in cui sono nato, sono venuti alla luce anche Rino Gaetano e Niki de Saint-Phalle. Ne sono felice per molte ragioni.

Detto questo, vi posto al ritmo del nuovo Elvis Costello un omaggio dritto dritto dalla via Tuscolana (dove capito spesso, per ovvie ragioni) che mi pare esprima sinteticamente lo stato psicofisico del cittadino medio capitolino.

11.5.08

"OUTRÉ": POSTMODERNO TEATRINO DEGLI ORRORI

Sei (anonimi) personaggi in cerca d’autore, quelli che popolano “Outré”. Pezzi di una frastornata anima individuale frastagliati in sei versioni altrettanto disorientate. Inquietanti e fuligginose marionette di un tempo, quello scandito dall’ipnoelettronica di gente come Tyondai Braxton (Battles), Jamie Lidell e Christian Vogel, che scippa l’identità scaraventando nell’horror vacui. Molti i rivoli interpretativi, altrettanti gli stimoli martellati dall’opera multimediale del visionario Darren Johnston, presentata per la prima volta in Italia venerdì e sabato scorsi all’Auditorium di Roma in un evento nato dal sodalizio fra Meet in Town e Dissonanze. Ma già apprezzato al Fringe Festival di Edimburgo nel 2006 e al Todaysart Festival de L’Aja l'anno scorso.

Lo snodo è capire da quale intento nasca un lavoro del genere, che mette assieme le sperimentazioni del corpo libero della danza contemporanea, la fusione con essa delle videoproiezioni (basti pensare a "Why?", l'ultimo spettacolo di Daniel Ezralow, per quanto di natura totalmente differente) e le allucinogene suite composte dai nomi più chiacchierati della storica Warp Record. Questo perché l’impasto funziona. Eccome se funziona. Un lavoro compatto (un’ora spaccata di durata: finisce esattamente nel momento in cui deve concludersi), suddiviso in cinque capitoli principali, ognuno ben differenziato dall’altro. Il mood che ne esce, dunque, è l’aspetto più entusiasmante: un’opera collettiva che punta a trasportare anche il pubblico, seduto a terra, in una sorta di teatrino di orrori fiche marionette per adulti. L’atmosfera, l’impianto complessivo e il sapore che si respirano sono acidi, metallici, pesanti e segnano. Nonostante la freddezza di un pubblico sostanzialmente analfabeta, spiazzato da una danza contemporanea (quella vera, sperimentale, che riscuote successi in Europa) sempre più distante dai nostrani teatrini televisivi. E quindi incomprensibile ai più.

Per paradosso, è proprio la parte musicale quella da cui ci si poteva attendere un po’ più di coraggio. Le composizioni dei vari e figheiri Jamie Lidell, Mira Calix, Christian Vogel, Venetian Snares, Max De Wardner, Philip Neil Martin, Tyondai Braxton, Johnny Pilcher e Tomo partecipano senz’altro dell’atmosfera complessiva di questo teatro degli orrori, per dirla con una citazione indie rock. Ma non lasciano un segno, latitano nelle ritmiche. Forse nel tentativo di non invadere il campo di sette magnifici living (dying?) performer che non ci mostrano quasi mai la faccia e tengono il palco con un’abilità disarmante, considerando la loro cecità momentanea. Un gioco alla Goffman: alla ricerca dell’identità perduta. Scavando nelle proprie personalità?

(11/05/2008) - © 2002 - 2008
Extra! Music Magazine. Tutti i diritti riservati.
6.5.08

NAZIROCK, IL BUCO NERO DEL BELPAESE

Il mese scorso ho intervistato, per Inside Art, il giornalista e regista Claudio Lazzaro, del quale è da poco uscito un documentario, "Nazirock". Un lavoro (purtroppo) di estrema attualità: la pericolosità sociale del fenomeno neofascista, in particolare nella sua pervasività giovanile, è nota da tempo. Ma gli eventi di Verona - e i relativi commenti politici, che mirano puntualmente a minimizzare fatti gravissimi - hanno fatto si che questa intervista potesse essere utile in particolare in questo momento. Per cercare di capire. Dopo la morte di Nicola Tommasoli.

*

In sala, non c’è mai arrivato. Dopo la popolatissima anteprima capitolina al Piccolo Apollo “Nazirock”, l’escursione di Claudio Lazzaro nel cuore nero del neofascismo nostrano, non ha più trovato spazio né al politecnico Fandango di Roma né all’Anteo di Milano. Bloccato dalle diffide che Forza Nuova, il movimento di estrema destra guidato da Roberto Fiore, ha recapitato agli esercenti. Nel frattempo, il film è uscito in dvd con libro allegato, come il precedente lavoro sulla Lega Nord, “Camicie verdi”. «Anche in questo caso», dice il regista, «vittima di un inquietante fenomeno di autocensura che ha procurato non pochi problemi in alcune librerie Feltrinelli». Davvero strano. Perché se i settantaquattro minuti sulla musica e i rituali delle frange estremiste hanno un obiettivo dichiarato, è proprio quello di comprendere. Certo, non per condividere. Ma nemmeno per provocare gratuitamente le reazioni dei (giovanissimi) camerati italioti.

Qual è il livello di pericolosità sociale del fenomeno: è un dramma o una farsa?
«Una farsa proprio no. La questione è semplice: i voti della svastica e del saluto romano, quantificabili nell’ordine di 500mila, sono ormai sdoganati attraverso il sistema delle alleanze elettorali. Sono così penetrati nel sistema istituzionale con le loro posizioni e i loro obiettivi. Militanti e leader parlano apertamente di revisionismo, di riscrivere la storia. Ecco: se rimettiamo in discussione le fondamenta della nostra società, creiamo una latenza intellettuale che di per sé stessa rappresenta un pericolo. Non ci si riesce senza conoscerla, come faccio nel film».

Com’è possibile che le istituzioni lascino carta bianca a questi gruppi, penso al “campo d’azione” annuale di Marta, vicino Viterbo?
«La ragione è la solita: lasciando sbottare il fenomeno, si evita di far maturare il bubbone. Questo, però, dovrebbe essere concesso entro i limiti di legge».

Ma sono davvero così brutti e cattivi, questi skinheads? O sono solo una delle nuove tribù giovanili, più pericolosa delle altre in quanto gioca con la storia?
«Occhi cattivi non ne ho incontrati, lo ripeto sempre. Ho visto, piuttosto, ragazzini in età da superiori che, dietro i grezzi proclami di vecchi capi, cadono troppo facilmente nelle trappole di logore ideologie. Un po’ moda, un po’ globalizzazione, un po’ totale e disperante incomunicabilità».
Dal film esce una mistura micidiale di inconsistenza storica e incrollabile fedeltà alla causa.
“Infatti. Tanti ragazzi con i quali, per dirla con la lezione di Pier Paolo Pasolini datata 1974, non siamo riusciti a dialogare. Se li ascolteremo, forse riusciremo a disinnescarli».
4.5.08

DESKISTI SADISTI: LIBRI LOW COST E ANALFABETISMO TECNOLOGICO

Per la serie "deskisti sadisti". A pagina 21 di Repubblica di oggi c'è un servizio sui "libri low cost", vale a dire sulle varie iniziative cui le case editrici scolastiche hanno messo mano per evitare che proseguisse l'inchiesta mossa nei loro confronti, nel settembre scorso, dell'Antitrust.

Fra queste, è prevista la creazione di un database, consultabile tramite password dai docenti delle scuole superiori, che comprenderà gli elenchi di tutti i libri di testo in commercio divisi per materia e relative specifiche (prezzo, edizione, autori).

Tutte le case editrici si sono inoltre impegnate a fornire "strumenti didattici innovativi", abbinati ai libri o proposti separatamente, per favorire un contenimento della spesa delle famiglie. "La maggior parte degli editori - scrive Repubblica - sfrutterà gli strumenti informatici per trasferire su supporto digitale parte dei contenuti oggi diffusi solamente su carta, riducendo le pagine dei testi stampati e di conseguenza i loro costi di produzione". E ancora: "Lo sviluppo degli strumenti informatici dovrebbe portare anche a un aumento della durata media dei libri scolastici: le integrazioni della nuova edizione potrebbero infatti essere inserite nel supporto informatico, senza modificare il testo".

Ora, fermo restando che il fenomeno degli "aggiornamenti" e delle nuove edizioni è sostanzialmente una truffa (nove volte su dieci si tratta di piccole e banali modifiche di editing o poco più) e che io, al liceo, studiavo meglio sui mattoni rozzi e pesanti di mia madre che sui leggeri e ridicoli volumetti che mi affibbiavano, rimane appunto il cosiddetto sadismo del deskista - insomma del redattore che ha montato la famigerata pagina 21.

Poco sotto, infatti, come taglio medio, una notizia: "Italiani e web, rapporto difficile. più della metà non usa internet". Nel pezzo si illustra come, secondo la Banca Mondiale, "meno di un italiano su due naviga in on line e solo il 36,7% ha un pc".

Devo aggiungere altro? Hai voglia a consultare banche dati, password e strumenti informatici. Siamo ancora - malgrado le roboanti dichiarazioni del fu ministro per l'innovazione tecnologica Lucio Stanca, delle "tre i" (?) di Berlusconi e dei magheggi di Fioroni - al tristissimo "volemose bene".