Certe volte mi vergogno davvero tanto. Nel profondo, come quando si è colpiti nella dignità. Sarà che ho sempre avuto un intenso (anche pesante, per alcuni presunti amici) senso civico, che assistere a certe scene mi ripugna non solo, come dire, superficialmente. Ma proprio come essere umano, prima ancora che come cittadino e come (mero) elettore. Un concetto di giustizia, direi, quasi greco-romano, fondato nella realtà naturale. Un giusnaturalismo post-moderno, ecco.
Direte, sbeffeggiandomi, che l'Italia era il peggior paese nel quale uno con una testa e con delle idee del genere potesse ritrovarsi a vivere. Sotto ai baffetti (sudati) abbozzo un mezzo sorriso spento, mio malgrado vi accordo la ragione. E vado avanti.
Non è poi l'ultimo caso - quello del pluriomicida con codazzo criminale al seguito che uscirà domani per decorrenza dei termini a Foggia - o la scoperta - faccio ammenda, non avevo mai inquadrato il fatto - che il capo della banda della Magliana sia sotterrato in una basilica cattolica fra le più importanti della capitale.
È il complesso, il sistema-Paese che ne esce fuori. Il segno che questi fatti gravissimi (mi) passano. Non ho infatti dubbio alcuno che misfatti, misteri e segreti del genere abbiano luogo ovunque, nel mondo. Le conache ce ne danno prova ogni giorno, da sempre. Per me che sono appassionato di storia, poi, non è certo una novità: il mondo antico, ma anche il Novecento, sono disseminati di enigmi all'apparenza insolubili. Ma proprio da questa passione, nasce anche una certezza parallela: in Italia gli "archivi" non si aprono mai. La puzza resta sempre e comunque ben sigillata all'interno delle solite camere, secretata alla cittadinanza, nascosta (ma quanto, poi?) alla pubblica opinione. Anche decenni più tardi.
Si preferisce, da parte di chi sa, di chi nasconde, di chi conosce mezze verità, di chi avrebbe - dopo tanti anni - solo interesse a chiarire certe questioni, relegare la gente al tragico circolo vizioso dell'ipotesi da bar, delle chiacchiere da divano e delle dietrologie cui chiunque non abbia l'essenziale per farsi un'idea è costretto a ricorrere. Nei casi migliori, delle inchieste giornalistiche che riescono a scovare qualcosa di nuovo ma vendono duecento copie e via, nessuno se ne ricorderà.
Non converrebbe a tutti - anche a chi ne è stato direttamente coinvolto, agli eredi, o al Vaticano nello scivoloso caso-Marcinkus - tentare di sollevarsi un millimetro oltre la melma?
25.6.08
21.6.08
LA LEGGENDA DELLA ROBIN HOOD TAX
TITO BOERI - La Repubblica (21 giugno 2008)LA LEGGENDA di Robin Hood risale a più di 700 anni fa. Quella della Robin tax, una tassa sui petrolieri che toglie ai ricchi per dare ai poveri, ha una storia trentennale, il tempo che ci separa dal secondo shock petrolifero. Con il prezzo del petrolio non lontano, in termini reali, dai livelli attuali, fu Jimmy Carter a recitare le parti dell'arciere della foresta di Sherwood. Non si sa se Robin Hood sia mai esistito. Si sa, invece, con certezza che la Robin Hood tax non si è mai materializzata. Se ne è parlato in molte campagne elettorali (compresa quella in corso negli Stati Uniti) perché la proposta è molto accattivante, ma quando si è trattato di fare sul serio, la Robin tax è rimasta solo un sogno nel cassetto, una leggenda.
La verità è che si teme che la tassa finirebbe per trasferirsi sui consumatori sotto forma di prezzi più alti, facendo pagare il conto a milioni di famiglie, anziché alle compagnie petrolifere. Il fatto è che la domanda di carburante è poco reattiva a variazioni del prezzo. Ci vuole del tempo per cambiare abitudini, rinunciare ad andare al lavoro in macchina, dotarsi di fonti di riscaldamento alternative, investire in tecnologie che riducano la nostra dipendenza dal petrolio. Quindi le compagnie petrolifere e i distributori possono tranquillamente aumentare i prezzi per compensare il maggiore prelievo senza temere forti contraccolpi sulle quantità vendute.
Anche la Robin tax annunciata da Giulio Tremonti rimarrà una leggenda. Ci sarà un incremento delle royalties sul'estrazione che ha luogo nel nostro paese. Dovrebbe portare alle casse dello Stato non più di 150 milioni, meno di un decimo di quello che 'erario ha ottenuto dai rincari della benzina in termini di gettito aggiuntivo del'Iva sui carburanti. Poi ci sarà un macchinoso prelievo sulla rivalutazione delle scorte di magazzino.
Nessuno sa quale sarà il gettito di queste nuove norme contabili, ma si parla di poche decine di milioni dato che molte riserve sono strategiche e altre non sono fisicamente sul nostro territorio. Il piatto forte con cui Tremonti vuole mostrare di fare sul serio è rappresentato dall`innalzamento del'aliquota Ires (dal 27 al 33 per cento) sull'interafiliera petrolifera (dalla produzione alla distribuzione) e sulla stessa generazione e commercializzazione di energia elettrica. Questa tassa, colpendo soprattutto la distribuzione, finirà per gravare sulle famiglie in termini di prezzi più alti del carburante e dell'energia elettrica.
Tremonti è ben consapevole di questo rischio, tant'è che un articolo del decreto varato mercoledì dal Consiglio dei ministri «in soli 9 minuti» (si vede perché non c'è ancora un testo finale!) impone il «divieto di traslare le maggiorazioni d`imposta sui consumatori». E' un divieto di carta, niente di più che moral suasion, perché ampi settori del mercato energetico non sono regolamentati e non possono essere soggetti a prezzi amministrati in virtù di direttive comunitarie. Anche nei comparti dove il prezzo è regolamentato, questo trasferisce sui consumatori ogni maggiorazione dei costi.
Poco meno di metà del raccolto con queste tasse straordinarie verrà destinato agli anziani sottoforma di carte prepagateper cibo e bollette, anziché trasferimenti in denaro (perché?). Non si sa nulla sui criteri di scelta dei beneficiari, anche questo un segno dell'improvvisazione con cui sono stati varati i provvedimenti dal Consiglio dei ministri. Né si capisce perché debbano esserci requisiti anagrafici, proprio mentre l'Istat segnala un forte incremento della disoccupazione giovanile. La verità è che si vuole contenere l'esborso dato che la maggioranza del gettito verrà destinata ad altri fini.
In sostanza si profila un trasferimento principalmente dai consumatori di energia allo Stato e ai beneficiari di queste carte prepagate, di cui speriamo di conoscereprima o poi l'identità (strano che il Consiglio dei ministri non abbia voluto mettere paletti a riguardo).
I titoli che hanno subito maggiori contraccolpi dopo il Consiglio dei ministri di mercoledì sono quelli della distribuzione petrolifera, mentre l'Eni ha avuto un andamento più altalenante, soprattutto a causa del downgrading del proprio debito. Non stupisce che l'arciere di via XX Settembre non abbia tirato fuori dalla sua faretra neanche una freccia per colpire davvero i profitti dei produttori di petrolio operanti nel nostro paese.
Il fatto è che il Tesoro è il maggiore azionista dell'Eni. Del resto, se il Governo voleva fare sul serio, se intendeva davvero destinare i ricavi derivanti dall'aumento del petrolio ai più poveri, poteva utilizzare quei quasi due miliardi che incassa dall'Eni sotto forma di dividendi.
Non c'era bisogno di introdurre alcuna nuova tassa straordinaria. Si è voluto, invece, ricorrere, una volta di più, a tasse straordinarie, che sono brutte, anzi bruttissime. Offrono infatti a tutti l'idea di un fisco arbitrario, diregole che possono essere cambiate a volontà dal politico di turno. Chi stabilisce quali sono i profitti da tartassare? Quando e come verranno colpite le altre rendite? Forse il vero significato di questa nuova leggenda poliuretana è proprio questo: si cerca di massimizzare il libero arbitrio del ministro dell'Economia.
Anziché i panni di Robin Hood, sembra oggi vestire quelli dello sceriffo di Nottingham, titolare del potere costituito che non rispetta la parola data. Per lui non si potrà neanche dire che ha fatto promesse in campagna elettorale, quando si sa che tutte le lingue sono biforcute.
La Robin tax è nata ad urne chiuse. L'unico risultato che ha raggiunto è mettere il cuore in pace al Governo per quanto riguardale misure di aiuto ai poveri. Difficile che se ne parlerà per il resto della legislatura nonostante i riverberi dell'inflazione, che penalizzano soprattutto le famiglie più povere, di qualsiasi età.
A Castle Green, nel Berkshire, c'è una statua di Robin Hood. Tutti gli anni ignoti rubano la freccia e l'amministrazione comunale deve rimpiazzarla. A Palazzo Chigi, in quello che oggi è il Berluskshire, i soliti noti hanno in questi giorni sottratto la freccia di Robin Hood.
Per favore ridatecela.
18.6.08
TRUCIOLI IN VENDITA (CARTACEA E NO) SU LULU!
Ok. Ci sono cascato anch'io. Mi sono autopubblicato su Lulu "Trucioli": "Trucioli" è una bella pescata, non c'è che dire. Solo apparentemente caotica e irragionevole. In realtà, acuminata e stronza. Attinge a piene mani dalla mia testa inzeppata di caporali e punti e virgole, quella di un giovane giornalista-studente: articoli, riflessioni, invettive e passioni di un redattore precario in lotta con una contemporaneità segnata dalla mediocritas. Ma anche una selezione, ragionata e divertente, di due anni - ma ormai sono tre - di questo piccolo ma curato blog.
Cliccando sul bottone qui sotto potrete acquistarlo in formato cartaceo (8,99 €) o scaricarne una copia elettronica (2,50€). I prezzi sono (oggettivamente) ridicoli, non vi pare? E alla fine sono belle 54 pagine di roba mia. Mica cazzi.

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17.6.08
SOVRUMANI SUSSULTI NAZIONALI
Dico solo - e tanto basti a denotare l'inimmaginabile serata - che le mie animalesche urla hanno svegliato la povera neonata che abita al pianterreno del palazzo di fronte al mio. Io abito al terzo, di piano.
14.6.08
LA GUERRA DEI CAFONI, CAVALLERESCHE MAZZATE DELLA MODERNITÀ
Da una parte, luridi, sdruciti, sottouomini, ci sono loro: Leonardo il Mucculone, Tonino detto Stonino detto lo Storduto, Scorfano, Peluso, Racchione, Sorsodemieru, Duedipressione, Tromba d’aria, Ricchio, Buttasangu, Pecuravecchia e una ciurma di altrettanti scapestrati. Capitanati dal tagliente Scaleno, coadiuvato dal più inquietante Cugginu. Dall’altra, con i jeans Wrangler nuovi di zecca, il Caballero e le Lacoste stirate, Girovitale, Sebastiano Conti detto Sebo, Toshiro Mifune, Luca Viale. Implacabilmente diretti da Angelo Conteduca detto Francisco Marinho detto, per assonanza, il Maligno. In mezzo – ci finirà, alla fine, caricando involontariamente su di sé, come personaggio, (quasi) l’intero senso del nuovo romanzo dell’impareggiabile Carlo D’Amicis – Sabrina Scopinculo. Le due gang si affrontano. Si odiano. Vogliono annientarsi. La guerra è l’unica loro ragione di esistenza. L’estate è il loro tempo. Ogni estate, da sempre. Anche se quella del 1975 finirà diversamente dalle precedenti. Torrematta, sperduta località di villeggiatura salentina, il loro sanguinoso ring. Cafuni contro signuri: finite le scuole, che si aprano le danze. A sonore mazzate.Uno strabordante poema cavalleresco della modernità, che ha le qualità di quei magnifici e impeccabili plastici degli architetti: riprodurre in scala, senza preoccuparsi eccessivamente di una contestualizzazione in certe occasioni pleonastica, le complicate dinamiche di un periodo storico fra i più tribolati d’Italia. Un romanzo di formazione? Forse, se non fosse che la famigerata etichetta è ormai logora e priva di efficaci implicazioni. Prima di tutto, però, un testo esilarante, oliato e curato fin nel minimo dettaglio, feticista fino al midollo nel suo impastare oggetti, sapori, reliquie, costumi e ricordi di un decennio – quello dei Settanta - che valse un secolo per il sudore e le passioni che vi si sprigionarono, spesso, come in questo caso, senza ragioni apparenti. Ma soprattutto, e semplicemente, divertente, grazie ai meccanismi narrativi – l’iterazione, l’iperbole, i parallelismi e il contrasto riproposto in cento salse diverse, tutte profumatissime - che l'autore romano conosce e applica a menadito, manco fosse un chimico impegnato in laboratorio.
La voce narrante – e i “dispacci” quotidiani - è quella del perfido e nietzschiano Maligno, quattordicenne benestante impegnato a difendere il proprio onorabile lignaggio: vero duce de li signuri – e fidanzato della venerabile Scopinculo – Marinho pattuglia il territorio a bordo del suo Fantic Motor Caballero, ingegnando coi suoi prodi nuove strategie d’attacco. Attorno alla sua battaglia – che sembra così profondamente sociale da rivelarsi, come sempre nell’adolescenza, sostanzialmente privata – si muove un assurdo teatro di guerre giovanili ma non troppo, pieno di imprevisti, trabocchetti, lancinanti verità e franche scazzottate. Sostenute – e qui sta la cifra di D’Amicis e del libro tutto – da un linguaggio volutamente pomposo e sarcasticamente aulico, ma spietatamente preciso. Non una virgola di troppo, non una riga più del necessario. D’Amicis riesce in un’impresa colossale: costruire una finzione dentro la finzione. Acciuffare cioè il lettore in uno strettissimo, doppio passaggio finzionale: quello dalla sua realtà al libro, e quello dal libro alla realtà concepita, inquadrata e vissuta dal mefistofelico Maligno. Un delizioso gioco di specchi per raccontare, attraverso i nettissimi quanto fragili confini di ieri, la radice dell’umoristica babele odierna.
[Carlo D'Amicis, La guerra dei cafoni, Minimum Fax, 224 pagine, 13 €]
Pubblicata anche qui.
13.6.08
MORTO IN MOSTRA: SERVONO NUOVI TABÙ?
La fine della vita è un’opera d’arte? Verrebbe da rispondere, scevri da ghirigori linguistici, che tutti i crocifissi dipinti, scolpiti, incisi e fotografati in saecula saeculorum incarnino la soluzione della capziosa questione. Il Cristo morto del Mantegna non è forse il tripudio icastico di un cadavere, per quanto sacro? La magagna è un’altra se Gregor Schneider, uno dei maggiori artisti tedeschi, s’è messo in cerca di un moribondo disposto a passare gli ultimi attimi della propria vita in uno spazio pubblico, museo o galleria è indifferente. È necessario – nel postmoderno e promiscuo tempo profano – edificare un nuovo tabù, se quello della morte ha da tempo ceduto di schianto? A posse ad esse non valet consequentia.
Pubblicato sul numero di giugno di Inside Art.
Pubblicato sul numero di giugno di Inside Art.
12.6.08
DONADONI E LA QUESTIONE ROMENA
Non c'è dubbio. La frase più ficcante e divertente, in questi giorni turbolenti post-cappottone azzurro, è sbucata dalla mente del mitico Oliviero Beha: «Donadoni ha riaperto la questione romena». Speriamo la richiuda pure.
9.6.08
SUPERMAN, LE CABINE TELEFONICHE SI SONO ESTINTE!
Dice che oggi Superman compie ben settant'anni. Il 10 giugno 1938, infatti, faceva il suo esordio nelle edicole statunitensi una nuova tipologia di eroe, non più abitante di remoti e misteriosi mondi esotici, come Tarzan o l'Uomo mascherato, ma inquilino di una moderna città americana, Metropolis, e incarnavano il mito di una tradizione popolare antichissima: quella del superuomo. In realtà l'Uomo d'acciaio era sbucato fuori quattro anni prima, nel 1934, dalla fantasia del giovane studente della Glenville high school Jerry Siegel e dell'amico Joe Shuster. Tra le case editrici statunitensi di quegli anni solo la National, poi diventata Detective comics, ebbe fiducia nelle capacità dell'uomo kriptoniano Clark Kent.
Ora, dati gli essenziali ragguagli storici, rimane un interrogativo esiziale per la comprensione del personaggio Superman e, soprattutto, per rassicurarci (e rassicurarlo) rispetto alla sua sopravvivenza: come faranno i disegnatori e gli sceneggiatori di oggi - nell'epoca dello smartphone, dei tre telefonini a testa e dell'iPhone - a continuare a fargli usare le cabine telefoniche per cambiarsi d'abito e fargli infilare alla velocità della luce la tuta blu?
Ammettetelo: è una bella sfida.
PS Che poi non si capisce, nonostante la rapidità con cui si cambiava, come mai nessuno in settant'anni di strisce, film e cartoon si sia mai accorto che c'era un uomo nudo in una phone booth.
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