22.7.08

L'ITALIA MUSICALE PER IL TIMES: «UNTAPPED CORNER OF THE ROCK WORLD»

Mi era sfuggito, un paio di giorni fa, questo articolo del Times online che ho recuperato attraverso Rockit. Il giornalista Robert Collins tenta di analizzare la situazione della musica (indie) rock nostrana (già questa mi pare una notizia) anche attraverso le dichiarazioni di gente come Settlefish, Disco Drive (nella foto), Cut e Verdena. Obiettivo: capire come mai è (sempre stato) complicato incontrare una band italiana all'estero.

Punto primo: mi pare che, dopo mesi di merda scaricata sul nostro paesetto sotto ogni genere di aspetto, i toni siano sostanzialmente differenti e che insomma, si, essere definiti dal Times «untapped corner of the rock world» non sia proprio malaccio. In un certo senso, infatti, il pezzo di Collins serve proprio a sottolineare il potenziale di una scena che però, per vari motivi, non varca i confini della penisola italica - e spessissimo nemmeno quelli della propria area geografica, aggiungerei.

Punto secondo: non mi pare che le ragioni che ne escono siano particolarmente pregnanti. Corrette, senz'altro, ma non determinanti se si gira la faccia all'Europa attingendo ad altre esperienze. La difficoltà di abbandonare la lingua italiana/imposizione di cantarci da parte delle major, la preferenza per un piccolo ma sicuro cachet in Italia piuttosto che l'avventura all'estero, l'assenza di una struttura di etichette ferrate per i rapporti oltre confine etc.: tutto giustissimo.

Mi domando però se, mondo anglosassone a parte e nemmeno tutto, in realtà decine di band, provenienti dai più assurdi paesi del globo, non abbiano affrontato le medesime difficoltà. Alcune superandole, altre no, come sempre succede. Penso ai Sigur Ros, che certo beneficiano di quell'alone di esotismo che regala loro una lingua così strana come l'islandese, ma che un po' di tempo ne hanno impiegato per uscire. E come loro molte altre formazioni.

Insomma, mi pare che le ragioni siano al contempo più complicate e più semplici. Da una parte c'è che l'Italia in ambito rock non ha mai avuto una tradizione entusiasmante sotto il profilo dell'esportazione, tranne piccole straordinarie gemme. E questo a causa di un misto fra pregiudizi, difficoltà strategiche e carenza effettiva di originalità. Dall'altra è tutto molto più semplice e, in un certo senso, «if you’re willing to get 100 bucks and sleep on the floor, you can get a show anywhere», come dice Jonathan Clancy nel pezzo.

Al momento materiale (originale e di sostanza) per poter dire qualcosa all'estero ce n'è. Speriamo che fra qualche tempo non saremo ancora qui a spippettarci sul Live in Usa della Pfm e a doverci sorbire le stronzate degli spocchiosi divetti locali convinti che Milano e Roma siano il centro del mondo. Quando sono, a malapena, il centro d'Italia.
19.7.08

INTERVISTA A GIOVANNI ALLEVI, UNA BACCHETTA STREGATA

C’è la gioia incontenibile di un poppante smanioso di ficcare le dita ovunque e la tigna granitica di un navigato compositore, nei sussurri di Giovanni Allevi. Che fioccano spumosi come i riccioli che popolano la sua capoccia imbottigliata di semiminime. Navigato, d’altronde, comincia a esserlo: “Evolution” è il sesto lavoro, il primo sinfonico dopo cinque dischi di piano solo. «È una specie di download ammaliante: la musica è una strega portentosa che non mi ha mai lasciato scampo. Prendere o lasciare».
Parto dal titolo: è l’Allevi compositore o l’esecutore il protagonista dell’evoluzione?
«Assolutamente il compositore, che spicca in tutto il suo splendore. Non ho dubbi».
Spesso insisti sulla categoria della “contemporaneità” per illustrare il tuo lavoro: dopo la musica atonale, sei il fondatore della nuova musica classica contemporanea?
«Intanto, dopo la stagione atonale c’è stato il minimalismo statunitense, negli anni ’60. Detto questo, non saprei dire se sono fondatore o esponente di un nuovo approccio alla classica, non estremizzo alcun aspetto. La mia è musica punto e basta, immediata e complessa, di stampo europeo».
E invece l’arte contemporanea, così trasversale e liquida, riesce a stimolarti?
«Dell’arte contemporanea mi entusiasma l’enorme dinamismo, più che la contaminazione. E il fatto che goda di immediata considerazione, soprattutto dal pubblico. Cosa che non avviene quasi mai, con le nuove idee musicali. Io sono un’eccezione».
Sei il musicista classico più pop: un grimaldello per avvicinare i giovani all’universo della classica? «Pensavo fosse una battaglia persa. E invece ho scoperto che anzitutto la musica, e poi l’immagine, sono riuscite a stabilire una connessione con tantissimi ragazzi. Ma il problema della popolarità della classica è solo novecentesco: prima era per tutti».
La tua storia ricalca le vicende dei predestinati. Ma anche di una volontà rigorosa di fare della musica la propria vita: quanto destino e quanta volontà coesistono a oggi, luglio 2008?
«La volontà è tutto. La mia è ferrea, ai limiti dell’extraterrestre. Se pensi a tutta la fatica e il lavoro notturno per registrare “Evolution”, nel corso dello scorso tour. No, non ci credo, alla fortuna».
Forse una ce n’è, però: quella di nascere con una grande passione che ci guidi per la vita?
«Certo: quello è l’ingrediente fondamentale. E infatti se quella stregaccia che è la musica non mi avesse accalappiato e costretto a immolarle l’intera mia esistenza, non ci sarebbe stata volontà di sorta».


*

L'ARTISTA
Un rivoluzionario in tour per tutta l'estate
Giovanni Allevi, protagonista indiscusso di un’inedita stagione della musica classica segnata dall’affermazione di una nuova intensità ritmica e melodica europea, nasce il 9 aprile 1969 ad Ascoli Piceno. Doppiamente diplomato al conservatorio (pianoforte a Perugia e composizione a Milano) e laureato in filosofia a Macerata, viene notato nel 1997 da Jovanotti che gli pubblica il primo disco, “13 dita”, e lo fa suonare nei suoi tour. Sei anni dopo arriva il secondo disco, “Composizioni”. Nel frattempo riceve infiniti riconoscimenti e suona in mezzo mondo, da Hong Kong agli Usa. Il terzo album, “No concept”, nasce appunto a New York e viene pubblicato nel 2005. L’ultimo disco piano solo – a parte il doppio “Allevilive” – è “Joy”, del settembre 2006: clamoroso successo che sfonda le 100mila copie. Di quest’anno è il primo libro, “La musica in testa”: filosofia della musica. “Evolution” (Bollettino/Ricordi-Sony Bmg) è il sesto lavoro, realizzato con un’orchestra sinfonica di trenta elementi, “I virtuosi italiani”. Con loro, Allevi sarà in tour per tutta l’estate: da Lignano (12 luglio) a Ostia Antica (16 luglio), passando per molte altre tappe fra cui Alessandria (27 luglio), Lecce (3 agosto) con chiusura a Palermo e Taormina (28 e 29 agosto).


© 2007 Guido Talarico Editore - Inside Art
18.7.08

PERSONAL PORNO: E SE DOMANI GODESSIMO DAVVERO?

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16.7.08

LA CULTURA IN ITALIA: SULL'ORLO DEL BARATRO? I NUMERI DEL V RAPPORTO FEDERCULTURE

Ieri è stato diffuso il V rapporto di Federculture, l’associazione nazionale dei soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura e al tempo libero diretta da Giorgio Van Straten. Inutile dire che il quadro che ne esce, come al solito per questo martoriato paese, è in chiaroscuro tendente al fuligginoso.

Il dato fondamentale è che non riusciamo, come amano dire tanti top manager, a “fare sistema”. La produzione culturale – e addirittura l’esportazione – sono floridi, il punto è che non si riesce ad architettare una struttura adeguata per offrirla. Ecco dunque che balzano fuori dati solo apparentemente contraddittori, tipo la nostra leadership nella produzione del design e la seconda posizione per esportazione di “prodotti creativi” (dall’artigianato agli audiovisivi ai new media) che cozzano con «una visione della cultura ancora identificata quasi escplusivamente con la conservazione del patrimonio artistico, o piuttosto legata al tempo libero, quasi sempre considerata una spesa più che un investimento». Qualche numero chiarirà la situazione: l’Italia è al 17° posto in Europa per quota di Pil destinata a investimenti in ricerca e sviluppo e la nostra migliore univerità si colloca alla 173° posizione nella graduatoria dei migliori atenei del mondo.

Il bilancio dei Beni culturali, come avevo già avuto modo di anticipare su Inside Art di questo mese, subirà tagli sostanziosi. Da sempre fanalino di coda, la manovra triennale di Tremonti sottrarrà al ministero 900 milioni di euro, e altri 150 sono già stati detratti dalle voci legate allo spettacolo e alla tutela del paesaggio per tagliare l’Ici. E anche sperare nei privati – come auspica il neo ministro Sandro Bondi – è cosa vana: in Italia la cultura resta il settore dove investono di meno: il 15% contro il 63% dello sport e il 22% della solidarietà. Tuttavia grazie ad alcune agevolazioni fiscali, negli ultimi due anni i finanziamenti privati – in testa le banche - sono cresciuti del 5%.

Nonostante alcuni progetti come il Creative brain, new talents for the new economy (10 milioni di sterline per 5mila nuove occasioni per giovani creativi e istituti di collegamento scuola-lavoro) messo in piedi dal governo inglese siano purtroppo inconcepibili da noi, la voglia di cultura c’è e tiene. Nel 2007 le famiglie italiane hanno speso alla voce cultura 61,5 miliardi di euro (+2,3% sul 2006), il 6,83% del bilancio famigliare, che è comunque molto al di sotto della media Ue a 27 (9,4%). Cresce il teatro (+23% negli ultimi 10 anni) e i concerti (+17,3%). Tutto sommato i prezzi di concerti, musei e teatri crescono solo del 3,3%. Tuttavia, per scovare il primo museo italiano in termini di visitatori bisogna scalare al settimo posto (Musei Vaticani), molto dietro al Louvre e al Centre Pompidou di Parigi.

Infine qualche nota sul turismo. Nel 2007 ci siamo piazzati al quinto posto per attrattività e grado di notorietà internazionale, dietro ad Australia, Usa, Uk e Francia. Questo nonostante stazioniamo ancora al primo posto per il patrimonio artistico e culturale e al secondo per quello storico.

Ne esce insomma un quadro confortante sotto il profilo della sostanza: creativi, giovani e famiglie tengono botta. Si produce, si realizza, si concepiscono nuove idee. Diviene però un problema mettere a frutto questi spunti, concedersi un concerto in più, fare della propria passione un mestiere serio e che trovi sbocchi essenziali. Scovare risorse e opportunità. Non è un caso che, guarda la coincidenza, un giovane artista romano, Matteo Basilè, mi abbia detto poco tempo fa durante un’intervista per un’inchiesta che uscirà su Inside Art di settembre, che Roma e l’Italia sono luoghi magnifici per creare. Ma diabolici per fare dell’arte un mestiere.

15.7.08

PARTITA RAI 4, LA TV DEI GIOVANI?

Ieri sera è partita Rai 4. Si, avete capito bene, voi che non pedinate come segugi le magagne della televisione. Lo zampino è quello di un mio vecchio professore all’università Roma Tre, il mitologico Carlo Freccero, già enfant prodige della tv italiota e transalpina. Sul quale, attualmente a capo di Raisat, ricade la diretta responsabilità della nuova emittente in chiaro su digitale terrestre.

I primi segnali sembrano decisamente confortanti. La logica, per così dire, è quella della tv 2.0, per ricalcare l’ormai frusta definizione di Web 2.0. «L’obiettivo – ha dichiarato Freccero - sarà quello di trasformare, in alcuni casi, gli spettatori in autori, capaci di contribuire a creare alcuni dei programmi che andranno in onda con i materiali che propongono in rete. Il web sarà, quindi, per Rai4 una fonte formidabile di raccolta». Molte emittenti hanno cominciato a farlo già da tempo – per non parlare della IPTv – ma che ci arrivi la Rai, e con un progetto sotto l’egida di Freccero, non è evento da poco. Soprattutto per l’aria pesante che si respira di questi tempi nell’emittente di stato.

Complicato sbilanciarsi su quello che sarà Rai 4 dal prossimo autunno. Sembra che debba dunque diventare una tv giovane, che possa lottare (impresa titanica, anche considerando l’ancora limitata diffusione dei decoder digitali, che tuttavia potrebbe aumentare visto il prossimo aumento delle tariffe per lo sport di Sky) con Italia 1 e MTv. La rete di Antonio Campo Dall’Orto, in particolare, ha imboccato già da un paio d’anni la strada della tv interattiva grazie alla trasmissione “Your Noise”. Per ora, comunque, tanti bei film (ieri sera “Elephant” di Gus Van Sant) e una striscia di seconda serata (autentica seconda serata: si inizia alle 22,30!) popolata da diversi serial cult statunitensi, da “Day Break” a “Six Degrees” passando per “Wath about Bryan” fino a “Codice Matrix” e “Veritas”. A seguire, in terza serata e quotidianamente, l'appuntamento con “Alias”.

Infine, ma è davvero difficile dire se questa sarà una caratteristica costante, non ci sono interruzioni pubblicitarie. Che non è male, visto il peso insostenibile che hanno ormai gli spot su tutte le generaliste nostrane. Rimane comunque il fatto che un’impresa del genere, fra le rare professionalità a disposizione della Rai, non poteva che essere affidata a Carlo Freccero. Speriamo non faccia la fine della prima tornata di emittenti digitali – ricordate Rai Futura? – tutte miseramente chiuse dopo pochi mesi.

13.7.08

DIRITTI D'AUTORE, L'UE DÀ UNA BOTTA AL CERCHIO E UNA ALLA BOTTE

Da mercoledì prossimo il mercato dei diritti d’autore musicali rischia di cambiare faccia. Come hanno infatti riportato (in maniera piuttosto confusionaria, a dire il vero) molti quotidiani di oggi, il commissariato europeo alla concorrenza, capitanato dall’olandese Neelie Kroes, proporrà un pacchetto di misure che si spera possa servire a smuovere le torbide acque di questo intricato settore.

Due, in sostanza, i provvedimenti significativi. Il primo mette sotto accusa la Cisac, Confederazione internazionale detentori diritti, in merito ad alcuni aspetti dei contratti di cessione diritti d’autore architettati da questa sorta di ragnatela delle diverse Siae internazionali. In particolare, la Commissione proporrà che i vincoli tuttora esistenti relativi alla compravendita delle licenze di riproduzione siano eliminati.

Allo stato attuale, infatti, l’accesso al materiale musicale (ma non solo) estero è possibile esclusivamente attraverso la società per i diritti d’autore della propria nazione, senza possibilità di individuare e scegliere i “compensi” da versare più vantaggiosi nelle Società per i diritti degli altri membri europei. Per acquistare i diritti, per esempio, di un brano di un artista tedesco che accompagni i titoli di coda di un film italiano, la produzione nostrana deve obbligatoriamente rivolgersi alla Siae, senza nemmeno l’opportunità di vagliare i prezzi della Gema, l’istituto teutonico o di un altro istituto ancora. Niente concorrenza, prezzi alti e inamovibili, mercato chiuso: questo il ragionamento degli uffici della Kroes. Per questo sembra che la Commissione darà infine ragione al colosso Bertelsmann, che nel 2000 aveva sporto una denuncia all’Ue proprio a causa del fatto che ogni emittente del proprio gruppo editoriale dovesse di volta in volta rivolgersi alle Società dei vari paesi in cui operano per acquisire i diritti: una società che voglia acquistare i copyright potrà dunque farlo attingendo all’intero mercato delle consociate europee, scegliendo il miglior prezzo.

Molti si sono opposti, dichiarando che si darà così il via a una corsa al ribasso nelle cessioni dei copyright. D’altra parte c’è anche da dire che attualmente non tutti sono in regola. Non tutte le emittenti e i privati che vogliano farne uso, infatti, acquistano e pagano regolarmente i diritti d’autore. Anzi, si tratta di una minoranza. A fronte di una tariffa più accessibile, dunque, c’è da sperare che chi è fuori legge possa così mettersi in regola e che quel che si perderebbe abbassando i prezzi, si recupererebbe tramite l’emersione delle miriadi di società che se ne infischiano del diritto d’autore.

L’altro punto all’ordine del giorno, più controverso,consiste nell’allungamento dello sfruttamento del diritto d’autore da 50 (ma in Italia era già fissato a 70 anni) a 95 anni dalla morte dell'ultimo coautore. Questa scelta appare tuttavia come un regalo alle società di edizioni – più che alle case discografiche, come erroneamente affermano alcune testate. Una dannosa concessione ad artisti (e soprattutto a estranei nipoti e pronipoti che mangiano sulla creatività di nonni e bisnonni, tipo Hugh Grant in “About a boy”) che continueranno a percepire i diritti, attraverso le società editrici, anche per brani e composizioni depositate dai loro vecchi oltre mezzo secolo prima.

Davvero l’ultimo dei modi per aiutare il mercato editoriale musicale, e quindi discografico, a darsi una scossa.

12.7.08

CROCIFISSIONI: PETE DOHERTY E L'ARTE

Ha rubato, è finito in gattabuia, ha fatto a cazzotti e fomentato decine di risse.

Ma, soprattutto, ha consumato chili di cocaina, eroina, crack, alcolici e chissà quali altri obbrobri chimici. Nemmeno i santi monaci thailandesi sono riusciti a disintossicarlo.

Adesso Pete Doherty – cantante, leader dei Babyshambles e pittore col suo stesso sangue – finirà crocifisso. Sottoforma di statua.

A prendergli il calco per la scultura è stato l’amico artista Nick Reynolds, per un concerto del 12 luglio a Londra.

Anche con l’arte, come in economia, il nodo è quello della stagflazione: va bene essere pop. Ma la rinuncia sfacciata a contenuti forti per temi votati alla stolta provocazione non finisce per generare l’effetto più nefasto per le arti? Vendesi fumo.

Pubblicato sul numero di luglio-agosto di Inside Art.