tag:blogger.com,1999:blog-19041353.post-21555729114877118692008-03-12T23:08:00.005+01:002008-03-12T23:34:21.519+01:00VIA SALARIA, ORE 19,15<span style="font-family:Verdana;">Via Salaria, ore 19,15. Rientro a casa dalla redazione. Occhi rossi. Troppo computer. Le lenti frizzano allegramente scippandomi giorno dopo giorno millesimi di diottria. Tante pagine chiuse. Un sacco di lavoro. E molta soddisfazione. Il puzzo dello smog m'ammazza. Serro il naso.</span><br /><span style="font-family:Verdana;"></span><br /><span style="font-family:Verdana;">A venti centimetri venti, sulla destra, mentre passo con lo scooter, sfioro il "turno delle 20". Non saprei come altrimenti definirlo: una fila indiana di giovanissime donne che segue ciondolante la striscia bianca della troppo stretta corsia d'emergenza. Ragazzine truccate pesantemente. Tardone imbellettate di tutto punto, sacchetti di plastica stropicciati che calano dalle mani. Facce allegre e facce tristi. Facce drogate - drogate - dalle pupille assenti e liquide. E con ancora indosso felpe e tute sdrucite. Che evidentemente nascondono la minimale divisa da lavoro che sfodereranno poche centinaia di metri appresso.</span><br /><span style="font-family:Verdana;"></span><br /><span style="font-family:Verdana;">Penso che siano scese alla fermata dell'autobus poco oltre, quella dove sta il paninaro che le sfama. Sono troppe per essere arrivate in macchina. Penso - col cervello incastrato nel Nolan nero integrale - che non voglio tirare fuori il solito, trito pistolotto sull'assoluta mancanza di dignità che la nostra società offre a larghe fasce di persone che vivono sul suolo italiano. </span><span style="font-family:Verdana;">Però mi vergogno. Mi vergogno proprio del fatto in sé, di quella fila indiana. Che potrebbe essere la fila indiana degli operai di una fabbrica, dei dipendenti di un ufficio postale, dei commessi di un centro commerciale. Ho timore di una tale "standardizzazione lavorativa". Mi impaurisce la routine, la prassi, quella decisa-fissa-sempre uguale ogni notte.</span><br /><span style="font-family:Verdana;"></span><br /><span style="font-family:Verdana;">Mi impaurisce che ci siano persone che lavorano seminude in mezzo al nulla. In mano al nulla di un cliente bramoso. Ogni sera. Esattamente gli stessi sporchi movimenti. Sempre le stesse azioni. Ormai col sorriso (?) in faccia. Come fosse normale. In mezzo a via Salaria. </span><br /><span style="font-family:Verdana;"></span><br /><span style="font-family:Verdana;">Ecco, è la normalità che stride. Perché è il segno della resa.</span><div class="blogger-post-footer"><img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/19041353-2155572911487711869?l=popimmersion.blogspot.com'/></div>simonehttp://www.blogger.com/profile/06524274689953592032noreply@blogger.com7