30.1.07

A volte ritornano: storie di bullismo

Allora. Questa inondazione di bullismo sta francamente raggiungendo livelli insopportabili. E allo stesso momento inevitabili. Segnali inequivocabili di una gioventù che cambia. E di una società che si prospetta sempre più cinica e piatta. Anche rispetto a pochi anni fa. Lo so, sembro un anonimo esperto del Tg1. Però è così. E’ un tema di straordinaria importanza: incide e sconvolge la vita di milioni di bambini e ragazzi.

Sto leggendo molto, in questi giorni, a tal proposito. La mia prima risorsa per capire è leggere. Psicologi, pedagogisti, psicoterapeuti, sociologi, giornalisti (bello il servizio di Gabriele Romagnoli sull’ultima Domenica di Repubblica). Ma sto soprattutto rileggendo mentalmente un’esperienza che – seppure in parte sensibilmente differente – ho vissuto in prima persona, ormai parecchio tempo fa. Ho scoperto che il mio caso – quello del secchione (ma alla fine non lo ero canonicamente, vedrete perché) isolato dalla maggior parte della classe, non certo preso di mira fisicamente ma episodicamente schernito e comunque ostracizzato in qualsiasi attività – lo chiamano bullismo indiretto. Del tipo che non si prendono schiaffi materiali. Ma morali, psicologici. Ero uno di quelli che alla mamma diceva che indossava una maschera quando entrava in classe. Tanto per capirci. Una situazione durata almeno un paio d’anni – il secondo e il terzo liceo in maniera più intensa.

Poi, sempre nel mio caso, la vicenda avrebbe preso una piega paradossale: la mia “perfezione” scolastica (e sotto certi punti di vista, anche esistenziale) mi avrebbe semplicemente permesso di vincere. Di farcela. Agli occhi dei bulletti di periferia – i peggiori – avevo inspiegabilmente tutto quanto loro avrebbero in fondo desiderato. Tanto per cominciare, 10 in quasi ogni materia: un dato oggettivo che si, frappone uno spazio incolmabile, ma che funziona da difesa. E’ un dato che parla da solo, e chi ne dispone lo utilizza come scudo. Poi, uno sport portato avanti con discreto successo. Una famiglia attentissima ed intelligente. Che funzionava un po’ da seconda linea di rinforzo. E soprattutto una fidanzata bionda molto più carina di me, all’epoca un pustoloso in via di guarigione. Non dico la bella del liceo, ma insomma. Summa: riuscii a divenire se non un modello, uno che più che da vessare è da invidiare. E quindi la vicenda è mutata sensibilmente, permettendomi di vivere gli ultimi due anni del liceo in tranquillità. Sempre e comunque nel mio mondo. Tanto che alla fine, coi bulli, ci scherzavo su. Oggi li incontro: fanno i commessi, gli sbandati. Fanno niente.

Ora l’esperienza si ripresenta – assai più tragicamente - in una mia cara, giovane amica. Ne sono venuto a conoscenza ieri, del fatto che la questione è pesantissima. Prima pare sia stata picchiata a suon di schiaffoni. Poi, dopo l’allarme del padre con la preside, i fatti sarebbero cessati. Ma le parole no. Anzi. Insulti, improperi, attacchi e vessazioni di ogni genere. I più pesanti ed insopportabili. Col risultato che la mia giovane amica non ha più voglia di andare a scuola: si sta lasciando andare, la demotivazione la sta macerando. Rischia di brutto la bocciatura poiché a casa invece di studiare si arroventa su quanto la aspetta il giorno seguente.

Potrei parlarci. Lo so. Lo farò, se vorrà. Ma so già cosa penserebbe la mia amica. Penserebbe che il problema non sono le interrogazioni, le verifiche. Non è studiare. Non è nemmeno una chiacchierata con un amico che ha quasi nove anni di più. Che si, magari serve, ma mica tanto. Il vero problema la aspetta tutte le mattina, intorno al suo banco. La aspetta lì, e non c’è chiacchierata che tenga. Penserebbe: “Si, ok. Mi dici tante belle cose, ma non ci sei con me tutte le mattine in quell’aula. Questo è il problema”. La stessa cosa che pensavo io.

Lo so. E’ quello, il problema: che uno anziché pensare ai compiti pensa a quanti schiaffi e insulti rimedierà la mattina dopo. Però bisogna anche imparare a difendersi da soli. Ad arginare la prepotenza. E come in tutte le guerre occorrono delle strategia ben definite.

Una era la mia: eccelli in ogni ambito e in particolare a scuola. Segnerai un confine che potranno pure superare, ma che oggettivamente esiste - parla da solo: "Io 10, tu 4" - e fa la differenza fra te e loro. Ma è difficile eccellere. Non tutti vi riescono.

In secondo luogo, pur non eccellendo, ignorali totalmente: ancora più complicato, stressante. Una battaglia quotidiana. Destinata allo scacco, quasi sempre.

Oppure affrontali sullo stesso piano. Arduo, se non sei un testa di cazzo come loro. Ed eticamente sconsigliabile. Una specie di homo homini lupus scolastico da rigettare.

In ultima istanza, non credo sarebbe una sconfitta cambiare classe: ci sono situazioni insostenibili che vanno troncate. E basta.
Poiché, al di là del problema di resa scolastica, c’è un cervello ed un corpo sotto che rischia di non reggere bombardamenti così massicci ed immotivati. E che soprattutto, non disponendo di strategie difensive applicabili, rischia a sua volta il vuoto.

Ci parlerò, comunque. Ci parlerò. L’esperienza rimane comunque il miglior antidoto.

Solo una domanda, mi rimane: le famiglie dove cazzo sono? La mamma al beauty-center e il papà alla Snai scommesse? Oppure la prima imbambolata davanti alla Leofreddi e l'altro dall'amante? Come diavolo li hanno educati, 'sti figli? Al nulla? Via sms? Nemmeno Dino Risi in "I mostri" (alludo all'espisodio con Ugo Tognazzi e il piccolo Ricky) era arrivato a tanto. Una classe genitoriale ridicola.

E i professori? Malpagati, demotivati anche loro. Si, si, si: d'accordo. Ma se i ragazzi (vittime) non trovano in loro un picchetto, muoiono. Che se lo ricordassero, mentre correggono al calduccio delle loro casette i compiti in classe sul Risorgimento. E piazzano 4 come macigni. A chi meriterebbe alleanza.

1 hanno detto la loro:

Diego D'andrea ha detto...

Ciao Simone, ne ho scritto anch'io tempo fa... credo sia stato uno dei miei primissimi post (nulla di eccezionale a dire il vero)
http://diegodandrea.blogspot.com/2006/11/cari-ragazzi.html
Ciao D