3.9.07

SICKO: QUANDO LA VITA E' UNA CLAUSOLA CONTRATTUALE

Perché quel che più mi terrorizza è sapere di non avere scelta. E perché mi sono un po' rotto i coglioni di sentire critiche e polemiche verso chi, comunque, si impegna (!) per togliere la crosta alle magagne cicatrizzate del mondo. Pubblicata stamattina su Extra! Music Magazine. Perché ammalarsi non può essere anche un dramma economico. E la vita di milioni di persone non può essere data in pasto alle clausole contrattuali.

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Sarò fascista. Non so. Magari senza volerlo un padre ex-comunista ed una madre verde hanno partorito un mostro. Ma a me pare che rimproverare a Michael Moore di non amare il contraddittorio sia una emerita stronzata.
Sicko” è il classico documentario nel quale il contraddittorio scipperebbe solo minuti preziosi a testimonianze lancinanti che, da sole, bastano ed avanzano a dare fondamento e dignità all’inchiesta – peraltro, come ha scritto A.O. Scott sul New York Times, la “meno controversa del regista”. Cosa diavolo avrebbe potuto rispondere il CEO della Humana – o della Blue Cross, Unicare, Medicare, EverCare e decine di altre succose sigle – alle nefandezze marketing-morali di cui si macchia la propria società assicurativa pressoché quotidianamente? Zero. Solo altre vagonate di retorica. Che in tema di salute proprio non si sopportano.

Quello che dice il critico del NY Times è giusto: per chi ha visto gli spietati “Bowling for Columbine” e “Fahrenheit 9/11” - meno di “Roger and Me”: era un altro Moore, quello -, “Sicko” segna una specie di svolta nel dramma più puro. Quasi un docu-drama: senza fiction, beninteso. Ma con molta più riflessione, approfondimento e primi piani che in passato. Prodotti inerpicandosi nelle storie di un’America nella quale, molto semplicemente, chi si ammala è perduto.
Ma è anche il film meno controverso, nel senso che è quello più legato a fatti certi, “numerabili”, contabili ed incontestabili – i dati OMS, ma soprattutto le voci, le fatture, le lettere e le telefonate parlano chiaro. Insomma: stavolta sarà davvero complicato schierarsi di traverso al grassone di Flint. Non a caso è il documentario per il quale ha avuto meno difficoltà a raccogliere materiale e testimonianze. E’ chiaro: il contraddittorio proprio no, non era il caso di far parlare i mostri. C’era il dovere, piuttosto, di ascoltare le vittime – spesso inconsapevoli, tanto che quando ricevono cure gratuite scoppiano in lacrime – di uno Stato che ha svenduto un settore fondamentale della propria azione alla privatizzazione selvaggia. Punto. E basta chiacchiere sul Moore fazioso.

Dice poi che nella pars costruens del documentario, cioè la seconda, quando Moore confronta il sistema sanitario Usa con quelli canadese, cubano, francese ed inglese, si scada nel ridicolo. Forse si. Forse no. Invito i cerchiobottisti di turno a non dimenticare che il documentario: 1) nasce per arrivare anzitutto alla testa dell’americano medio, il quale nemmeno si interroga sulle motivazioni e le ragioni della salata rata mensile dell’assicurazione che paga. E che, appunto, anche quando è assicurato patisce le pene dell’inferno per vedersi rimborsare una visita specialistica; 2) che, al confronto con le storie di morti annunciate del documentario, anche un sistema come quello inglese, che ha subito forti colpi dopo la Tatcher, sembra l’Eldorado e 3) che comunque, e probabilmente, è la ratio dei sistemi con cui confronta quello statunitense che Moore intende porre in risalto, più che le effettive condizioni. Cioè il fatto che la gratuità e il livello mediamente soddisfacente dei servizi sanitari sia una sorta di assioma di civiltà, un inalienabile diritto di chi vanti una certa cittadinanza. Cosa che non accade, appunto, a casa sua.
Il tono da Alice nel paese delle meraviglie che gli si rimprovera in quella parte del film sta a metà fra il provocatorio e il filosofico: qui (in Francia, in Inghilterra), vuole dire il regista, la domanda su “chi paga” nemmeno si pone. E per quel che riguarda Cuba, beh: Moore è pur sempre un regista e sono pur sempre anni che Cuba spedisce medici preparatissimi in ogni parte del mondo. Propaganda o no, mettiamo che gli ha detto bene che i cubani siano percentualmente più spesso ottimi medici che ottimi carburatoristi.

Rimane alla fine una pellicola tutto sommato triste, lontana dai documentari – anche più lunghi e più arzigogolati - assetati di responsabili, di colpevolezze, di accuse magari presunte ma tutte ancora con l’onere della prova addosso. Un lavoro che mette in primo piano i volti, i pianti e le storie. Vere. Vissute. E le morti. I paradossi e i sotterfugi puramente mercantili che le hanno provocate. Le assicurazioni che gestiscono il ricchissimo business della sanità al ribasso, come vendessero saponette d'albergo.
Ed anche per chi abbia un’idea più o meno chiara di quello che significa ammalarsi – o assicurarsi, non si sa cosa sia peggio – in America, “Sicko” serberà un ennesimo, fastidiosissimo distillato di incredulità.

2 hanno detto la loro:

Diego D'andrea ha detto...

Non l'ho visto, quindi non dico!
Certo è che le opinioni ascoltate sono moooolto discordanti!
Mah!
Ciao D

simone ha detto...

Ma perché dobbiamo sempre dividerci su chi, santo Cielo, dice quel che va detto?

;)