23.1.07

Il rock al tempo della Rivoluzione (cubana)

Ricevo e pubblico da un amico. Di seguito alla nota, il racconto.

Alejandro Torreguitart Ruiz è un giovane scrittore cubano che ha già pubblicato in Italia un romanzo con Stampa Alternativa (Machi di carta, 2003), la sua ultima opera è Vita da jinetera (Il Foglio, 2005). Nel corso del 2007 pubblicherà il romanzo erotico Casa particular - Sesso all'Avana per Stampa Alternativa.
Ho tradotto questo suo recente racconto che è molto indicativo della attuale situazione cubana.

Gordiano Lupi
lupi@infol.it - www.ilfoglioletterario.it


***

A TEMPO DI ROCK

El Barrio è al gran completo per le prove che si tengono alla Casa della Cultura di Guanabacoa.
Paco dice che vuole preparare un concerto, ma una cosa diversa dal solito, una cosa importante…
“Questa volta facciamo musica rock”.
“Guarda che suoniamo alla Casa della Cultura” ribatto.
“Mi sono rotto le palle di salsa e merengue….”
Paco canta come pochi ed è lui che scrive testi e musica per il gruppo. Sceglie canzoni, raccoglie vecchi ritmi, seleziona il materiale. El Barrio non esisterebbe senza Paco. Però da un po’ di tempo a questa parte gli è presa una fissa rockettara che non mi piace per niente, ché può creare qualche problema. Il rock è musica deviazionista, pure se adesso fanno i finti tolleranti e hanno messo una statua di John Lennon in Centro Avana, quella che gli hanno rubato gli occhiali, che poi cosa se ne faranno di un pezzo di bronzo mica lo so.
“Paco, lo sai come funziona alla Casa della cultura. Son, merengue, salsa, tanto tanto bachata e regettón, allargati a qualche bolero, ma la musica dev’essere nazionale. Se no s’incazzano…”
“Che s’incazzino. Io ce n’ho le palle piene di questa salsa”.
“Sì, ma non te lo far sentir dire…”
Alla fine arrivano pure Manuel e Armando che dicono la loro.
“Paco, non ci stai con la testa. Che t’è preso?”
“Proprio ora ti fai venire la fissa del rock? Ma ti pare il momento?”
Pablo suona la chitarra in un angolo e scuote la testa. Sorride. Imita la voce di un commentatore televisivo, uno con due baffoni neri spioventi che pare un pistolero messicano: “La Rivoluzione è sempre più solida e forte. Cinque controrivoluzionari arrestati mentre suonano Cat Stevens alla Casa della Cultura di Guanabacoa. Le condizioni di salute del Comandante sono in via di miglioramento. Presto tornerà a guidare il suo popolo contro gli imperialisti”.
Paco si convince. Forse comprende che non è il caso.
“Un pezzo però te lo facciamo fare. Nascosto in mezzo a parecchio son tradizionale alla Benny Moré. Magari Lou Reed che mica parla di politica, canta in inglese… tu cerca di darlo poco a vedere…” dico.
“Grazie. Tu mi capisci. Non posso fare il musicista se mi dicono sempre cosa devo suonare. Devo sentirmi libero…” risponde.
Eh sì, Paco. Magari fosse solo questo il problema. Magari ti dicessero solo che musica devi suonare. Qui ti criminalizzano la vita e come prendi un’iniziativa fai qualcosa di illegale. Se vivi secondo la legge muori di fame. Hanno ridotto le pagine alla tessera del razionamento alimentare, tanto mica servivano tutti quei fogli bianchi per un po’ di riso e due sacchetti di fagioli. Se non c’è chi ti manda denaro dall’estero non sopravvivi. Altro che musica, Paco.
Queste cose le penso soltanto, però. Mica le posso dire a voce alta.

Siamo dentro la Casa della Cultura di Guanabacoa e anche le mura hanno orecchie. I chivattones sono a ogni angolo. Spie del regime che ti vendono per un piatto di riso e fagioli e dopo son cazzi da cacare. Finisci dentro e chi ti rivede. Soprattutto adesso che Lui non c’è più e il suo posto l’ha preso uno Speedy Gonzales un po’ frocio, uno che i coglioni li ha tirati fuori solo per mandare i ragazzi a far la guerra in Angola. In che mani siamo finiti…
“Sentirsi libero. E questa cosa da quando t’è venuta?”.
“Non so. Credo che sia importante poter fare delle scelte”.
È importante sì, caro Paco. Solo che qui non le abbiamo mai fatte. C’è chi decide per noi.

Forse è meglio suonare, guarda, pure se ci chiedono la solita musica di sempre, ché tanto di Arturo Sandoval ce n’è stato uno, El Barrio non cambierà la storia della musica cubana. Forse è meglio suonare, guarda. Basta che non venga fuori il solito italiano stronzo a chiedere Hasta siempre, ché un giorno o l’altro la batteria gliela suono sulla testa a questi comunisti che sanno un cazzo cos’è il comunismo.
“Paco, noi facciamo le nostre scelte. Sarà un gran concerto, credi a me. Salsa a tempo di rock. Musica vera” dico.
“Non mi prendere per il culo, Alejandro”.
Sorrido. Provo la batteria e pesto con forza sui piatti di ottone per sfogare la rabbia che tengo dentro. No che non ti prendo per il culo, Paco. Sapessi quanta gente c’è in giro che ci prende per il culo.

Juliana se n’è andata e adesso dice che vive da signora, le manca la sua terra ma può fare quello che vuole, muore di nostalgia ma non deve andare alle parate organizzate dal partito in Piazza della Rivoluzione, ha una casa e una famiglia e non deve fare la puttana per campare.
Non sono io che ti prendo per il culo, caro Paco.
I nostri sguardi valgono più di tante parole.
“Attacca Alejandro” mi fa.
“Attacco Paco” rispondo.
E si parte.

Alejandro Torreguitart Ruiz - 17 gennaio 2007

1 hanno detto la loro:

Diego D'andrea ha detto...

Ciao Simone, come ti ho appena risposto di la da me, sono d'accordissimo a linkarci, il tuo blog mi ha veramente colpito da subito ;-)
Ciao D