13.2.07

Federigo Tozzi: l'indie-scrittore sconosciuto

C'è uno scrittore del tutto sconosciuto al grande pubblico - diciamo al grande pubblico del Novecento, che al grande pubblico di oggi finiranno per essere estranei anche Montale e Manzoni. (Non disperate: ci resterà Baricco il barbaro. Oppure Moccia. Cazzo non riesco nemmeno a scherzarci su, mi fa troppo male).

Questo scrittore si chiama Federigo Tozzi: un indie-scrittore ante litteram, altro che stronzate. Appena riscoperto attorno agli anni '60. Poco prima - giusto Pirandello e gli ambienti vociani. Pochissimo dopo.

Ho appena terminato di leggere la sua opera forse più nota, "Con gli occhi chiusi". Ci sono arrivato quasi per caso: mentre preparavo l'esame di Teorie della letteratura e metodi critici, sostenuto il mese scorso, mi sono imbattuto in una intensissima pagina critica firmata da Giacomo Debenedetti.
Questa pagina affrontava con piglio assai sanguigno le problematiche psicanalitiche presenti in diversi tratti di "Con gli occhi chiusi". E' stato insomma il classico caso della lettura scoperta grazie alla critica. E allora viva la critica.

Ed è stata una scoperta immediata ed inaspettata. Tozzi è una specie di Svevo meno stronzo e meno furbo. Meno manierato. Più problematico e corrugato.

I suoi personaggi - in questo romanzo, Pietro e Ghìsola, evidentemente influenzati dalla sua biografia e da quella dell'amante Isola - SONO problemi mentali: la loro configurazione narrativa è (quasi) totalmente assente. La narrazione però, pur ristagnando in questa sorta di sospensione perpetuamente digressiva, procede sorprendentemente. Ed è questo l'aspetto più interessante: laddove in Svevo la vicenda pare inaridirsi, in Tozzi la pur scarnissima caratterizzazione ontologica dei personaggi permette all'intreccio di procedere speditamente verso un finale che definire amaro è eufemistico.
Questo è dovuto a diversi fattori. Anzitutto alle pennellate del senese - terra d'origine dello scrittore - che segnano le vicende permettendone un incasellamento spazio-temporale quantomai definito. Lo scheletro sta nel paesaggio.
E poi il modo di procedere nel riferire gli stati mentali di Pietro e Ghìsola: sprazzi ed accelerazioni folli che si susseguono senza sosta e che, soprattutto, mettono in evidenza la totale contraddizione - progressiva e costante - del pensiero umano. Che il principio di non-contraddizione se lo sogna, e tratta la sua testa - e quel che c'è dentro - a mozzichi e bocconi. Altro che storie.

Dicevo: un indie-scrittore. Qualche cenno sulla sua tormentata esistenza non può che confermarlo - e che il povero e grande Benedetto Croce mi salvi per questo mio esitare sulla vita dell'autore, ma quando uno è figo è figo. Nacque a Siena nel gennaio 1883. Il padre, contadino, possedeva una trattoria in piazza dell'Abbadia - verosimilmente quella di "Con gli occhi chiusi" - e due poderi nei dintorni di Siena: era un uomo molto abile negli affari ma piuttosto rude. Disprezzava la cultura e l'istruzione.
I contatti del ragazzo con la scuola si rivelarono subito difficili. Tozzi frequentò la scuola elementare in seminario e in seguito il collegio arcivescovile di Provenzano, da cui fu espulso nel 1895 (e a me chi viene espulso da scuola, o meglio chi lo era fino a metà Novecento, mi sta simpatico da subito), anno in cui morì anche sua madre. Si iscrisse allora alla scuola delle Belle Arti, dove trascorse tre anni piuttosto burrascosi. Nel 1898 si iscrisse alle Scuole Tecniche, tentando già l'anno successivo una prima fuga da casa. Fu riacciuffato a Certaldo. Pur studiando in modo saltuario e molto disordinato, sviluppo un grande amore per la lettura, cominciando a frequentare la biblioteca comunale di Siena - Dio benedica le public libraries -, dove formò la sua cultura aperta ai più diversi influssi, soprattutto e non a caso quelli della moderna psicologia (William James). Dopo un'ultima delusione (1902) abbandonò per sempre gli studi regolari.

Più tardi, avrebbe lavorato nelle Ferrovie toscane. Poi si sarebbe trasferito a Roma dove, collaborando a giornali e riviste, avrebbe poi torvato un posto alla Croce Rossa. Sarebbe morto di lì a poco, nel 1920. L'anno prima era uscito "Con gli occhi chiusi".

Senza farla lunga: in quel romanzo c'è la più assoluta e magnifica rappresentazione letteraria dei due aspetti più importanti della vita di un adolescente - lo erano allora, continuano ad esserlo oggi: la Rivolta e l'Amore.

Nel primo caso sin dal rapporto ambiguo con la madre ma, in particolare, nella totale incomunicabilità col padre Domenico Rosi, uomo di altra epoca: Pietro è avanti. E' un uomo del Novecento in piena regola, pur con notevolissimi strascichi post-romantici che ne forgiano un carattere viziato ed acuminato, debole ma al contempo furiosamente cocciuto. Un legame, quello col padre, che NON-ESISTE: non è classificabile nelle comuni categorie dei rapporti genitoriali. Per Pietro, Domenico è un non-padre.

Poi l'Amore. Quello per l'ineffabile Ghìsola, la contadina nipote di una "assalariata" del podere di Poggio 'a Meli: un Amore totale, segnato come tale da una tempesta di crucci, rimorsi, continui cambi di fronte e di idee. In una parola: da quel turbamento amoroso che solo il grande amore può tenere in serbo. In questo senso, "Con gli occhi chiusi" si scioglie in un devastante pianto salato e scarno come una stanza vuota e vecchia. Mostruoso.

2 hanno detto la loro:

Diego D'andrea ha detto...

Manzoni chi?
Ciao D

LeLait ha detto...

eh, questa università... io ho portato un suo racconto per letteratura italiana, pigionali... ma credo che il romanzo renda molto di più...