24.9.07

L'EGOISMO PATOLOGICO E IL MONDO COMPRESSO

Ho sempre pensato che alcuni fenomeni – in particolare legati a quel pentolone bollente che in molti si ostinano a definire, con odioso epiteto, “universo giovanile” – fossero troppo spesso analizzati in maniera puntuale e non olistica. A me piacciono le ragioni globali, le analisi che poi – alla fine, quando alle due di notte ci salutiamo e tu torni a casa – riescano a dare una chiave interpretativa ad un’intera (turbolenta) gamma di questioni sociali. Insomma: detesto le “ricette per il caso del giorno”. Penso che chi mi legge da molto l’abbia ormai capito. Mi piacciono, invece, le “matrici”. Le ragioni ultime. Non sono Kant, ma faccio del mio meglio.

Qui affianco sulla scrivania c'è Repubblica di oggi. Prima, sfogliandola, mi sono imbattuto nella micidiale foto a tutta pagina di Oliviero Toscani. Si tratta della campagna “No Anorexia” per il brand Nolita (la foto è quella pubblicata qui sopra). E allora alcune riflessioni che porto avanti da sempre sono riaffiorate con forza.

Non la faccio lunga: ho sempre pensato che anoressia, bulimia, spaccio giovanile, violenza adolescenziale, consumismo compulsivo ed altri fenomeni di questo tipo che, appunto, ad un primo sguardo sembrerebbero slegati fra loro e molto lontani in quanto a causa ed effetti, siano in realtà collegati da un profondo humus di egoismo. Non vedo distanze siderali. Vedo, piuttosto, piattaforme comuni.

E’ come se fosse in atto in larghe fasce della popolazione – in parallelo ad altrettanto larghe fasce che invece, anche grazie alle nuove tecnologie, “aprono le proprie porte al Mondo” – una sorta di inarrestabile e feticistico ripiegamento su sé stessi. Una invincibile concentrazione sul proprio Ego – dettata, questa si, da ragioni magari differenti ma che sfociano poi tutte, appunto, in un egoismo patologico – che io trovo fondamentale per capire al meglio questo tipo di fenomeni. Per non cadere nel vittimismo. Per non cadere nel superomismo.

Insomma, lo dico in parole spicce, ma spero chiare: costoro non hanno mai avuto minimo contatto ed esperienza di quello che è il Mondo nella sua terrificante realtà? Nella sua prassi di prevaricazione? Nelle situazioni dolorose e mostruose? O, viceversa, nelle sue realtà luminose, emblematicamente risolutive, stoiche ed eroiche? Ecco il punto. Ed ecco la mia grande ammirazione per Giovanni Paolo II: la scoperta della relativizzazione del dolore.

Il vecchio Papa – sin dal famoso “aprite le porte” e fino alla sua morte in diretta mondiale – ha fatto passare un messaggio di vastissima portata, questo si la sua vera rivoluzione morale: il dolore esiste in forme diverse, in modi diversi, in situazioni diverse. Ogni forma – beninteso - ha la sua dignità, nel senso che è degna di attenzione e di risoluzione. Ma ogni forma deve anche saper relativizzarsi, vale a dire sapersi auto-inquadrare, prendere coscienza di sé stessa. E spesso, magari, diventare a sua volta una forma di sollievo per altri generi di dolore. Nessuna classifica dei dolori, ma una coraggiosa presa di coscienza che il mondo somiglia più ad un puzzle venuto male, che a una sfera perfetta di un vetraio di Murano.

Nel mio piccolo ho sempre sperato che le persone coinvolte da tutte le patologie – nel caso di anoressia e bulimia – o dagli atteggiamenti di spregio della legalità ma soprattutto di “rifiuto suicida del proprio futuro”, potessero aprirsi anche grazie alle nuove tecnologie. Forse sono un illuso.

Mi spiego. Un tempo era possibile – e probabilmente corretto sotto il profilo sociologico - giustificare ridicole ma sensate forme di strettissimo determinismo ambientale. Il Mondo, in effetti, era enorme. Era percepito come “invincibile” e sconfinato. Servivano fortissime dosi di idealismo e di passione per “muoversi”. E per farlo sperando che qualcosa cambiasse. L’informazione non aiutava e le tecnologie marciavano ancora a tappe lente.

Oggi, al contrario, il nostro Mondo è compresso – come diceva un mio vecchio professore - oltre che trasparente e liquido, come dice Bauman. Non parlo di qualità dell’informazione – e per favore non commentate alludendo a questo aspetto.
Alludo solo del fatto che – come la si voglia mettere - non c’è più la giustificazione di trent’anni fa riguardo la non-conoscenza, l’ignoranza, la disinformazione rispetto al dolore – ma anche al bello – che infesta il mondo.

Insomma: oggi ognuno di noi sa da che parte stare. E deve schierarsi.

E invece si assiste da almeno un ventennio ad una paradossale non-scelta morale, ad un’etica imperante del sé stessi: larghe fasce di popolazione scelgono di stare sempre e solo dalla loro, di parte.
Non so. Rischierò di essere brutale e frainteso, e magari anche peccare di un semplicismo radicale, ma credo proprio che – per esempio – alla base dell’anoressia ci sia l’assoluta non-relativizzazione della propria posizione socio-individuale, che proietta chi ne è colpito in un universo di egocentrismo sfrenato e di severità assoluta con sé stessi. Quando l’attenzione e la severità andrebbero dirette ad altro. In sostanza: questi fenomeni sono la cronicizzazione psicosomatica dell’egoismo.

Possibile che le vittime di queste terribili malattie o i protagonisti di questo altrettanto patologico “rifiuto del proprio domani” non riescano a compiere questa scelta di campo, a spazzare via la ruggine di un egoismo canceroso che li guida ogni giorni di più al paradossale isolamento nel pieno della Società della Comunicazione? Ad uscire dal proprio guscio – sia esso il contorto universo del pusher di quartiere, l’enigmatica bilancia dell’anoressica o l’assoluta superficialità del fashion-addicted – e, se hanno qualcosa da ricercare, ricercarlo al di fuori dei rimedi pronto uso che fanno solo il gioco del potere?

Direte voi: servono modelli, strumenti e stimoli per farlo. Lo so. Ma siamo anche circondati di situazioni di radiosa autosufficienza, di coraggio spassionato, nelle quali l’uomo s’è salvato da solo. E, da solo, ce l’ha fatta.

In fin dei conti, la carenza d’affetto – e tanto meno altre ragioni, stoltamente deterministe o meno - non possono diventare un alibi per distruggere. O per autodistruggersi. Nemmeno per le anoressiche. Nemmeno per il figlio dei divorziati. Nemmeno per l’orfano. Perché non impiegare le proprie forza per conoscere e, poi, agire al di fuori del proprio ego?

“Se l’uomo non si rende conto di essere uomo, chi potrà mai farglielo capire?”.

6 hanno detto la loro:

bera ha detto...

Carissimo Simone,
molto interessante il tuo post, argomentato e scritto come sempre in modo professionale.
Grazie anche di questo spunto di riflessione che ci pone davanti ad un fenomeno importante di questo spicchio di storia che stiamo vivendo.

Quello di cui tu parli è un fenomeno complesso, ed i fenomeni complessi mi pare, sono determinati e caratterizzati da tanti fattori diversi.
Tu parli di egoismo, ed è certamente una delle componenti! Ma l’egoismo eccessivo da dove scaturisce? Chi muove i meccanismi del nostro cuore, ovvero della nostra mente?
Quando tu dici :” Possibile che le vittime di queste terribili malattie o i protagonisti di questo altrettanto patologico “rifiuto del proprio domani” non riescano a compiere questa scelta di campo, a spazzare via la ruggine di un egoismo canceroso che li guida ogni giorni di più al paradossale isolamento nel pieno della Società della Comunicazione?.................................................................... Direte voi: servono modelli, strumenti e stimoli per farlo. Lo so. Ma siamo anche circondati di situazioni di radiosa autosufficienza, di coraggio spassionato, nelle quali l’uomo s’è salvato da solo. E, da solo, ce l’ha fatta”.

No!
Caro Simone da soli non si riesce in particolare quando è necessario superare qualche cosa che è insito nella propria natura, nella propria struttura mentale!
L’uomo anche se tendenzialmente è portato a pensare a se stesso
non è stato fatto per vivere da solo.
Da soli non si riesce ad andare al di là di tutte le tensioni, di tutte le sollecitazioni, di tutti i non valori dai quali siamo continuamente bombardati.
Modelli?
Certo, occorrono modelli!
Occorre gente che con le parole, e soprattutto con la propria vita, dica al mondo che vivere non solo per se stessi è una cosa possibile, anzi è addirittura necessaria, per assaporare l’essenza della gioia profonda del cuore.
Occorre gente che propagandi il concetto che pensare solo a se stessi fa male alla nostra psiche, perché peggiora la nostra qualità della vita.
Occorre gente che ci dice che è necessario guardarsi intorno, aprire gli occhi alle situazioni ed alle persone che in diversa misura ogni giorno veniamo in contatto perché, come ho detto in un post recente, le persone intorno a noi custodiscono una fetta della nostra felicità.
Chi ci dice oggi queste cose?
Il grande mezzo di comunicazione come la TV attraverso quelli che si spacciano per esperti dicono a parole ed a fatti il contrario provocando dei danni immensi!
Presentano modelli negativi sia nei comportamenti dei singoli che nelle tendenze che poi diventano di molti.
Presentano modelli di bellezza ai quali doversi adeguare salvo il fatto di sentirsi fuori e a disagio.
I non valori, i falsi modelli prendono sempre la prima pagina e cerca di imporsi.

Un altro argomento di cui fai cenno è il dolore, immenso mistero di cui nessuno di noi è esente!
Riporti la necessità di renderlo relativo e citi addirittura una fonte autorevolissima come il papa.
Certo che è importante rendere il proprio dolore relativo, ma come fare?
Il dolore è un sentimento forte, importante che può renderci inumani, per renderlo accettabile, condivisibile e ridimensionabile percepire è necessario un’altrettanto sentimento forte!

Ma qual’è questo sentimento questo vero valore che può, se esercitato riuscire ad andare oltre il dolore e l’egoismo?
Secondo me solo l’Amore!
Solo questa dimensione, che parte dal cuore per poi radicarsi nella mente, può rendere possibile ridimensionare l’egoismo e quindi proiettarci in una dimensione che, pur essendo pienamente umana, ci fa assaporare sensazioni che sono essenzialmente soprannaturali.
E’ quindi vero che l’egoismo è alla base di tantissimi dei disturbi di cui parli, però penso che per uscire da se stessi occorre una motivazione forte che ne dia il senso.
Penso che solo l’Amore quello con “A” maiuscola quello che pone la persona accanto a noi al centro del nostro interesse ecco, solo questo, può attenuare la forte propensione che ogni uomo ha di pensare a se stesso!
Sarebbe anche semplice se poi in pratica non fosse la cosa più difficile da fare, anche se certamente possibile!!

Diego D'andrea ha detto...

Non entro nello specifico di certe problematiche, non ne sono in grado, non le ho mai vissute!
Ciò detto, credo di aver capito cosa intendi dire, e credo di poter affermare che, astraendo, il concetto che esprimi sia in parte apprezzabile. Scusa se semplifico, ma sembri intendere una cosa del tipo: se focalizzi l'attenzione su problematiche che esuberano i tuoi confini personali (il sociale, uno tsunami, la fame nel mondo, la sofferenza universale, e bla bla bla), quindi eviti di concentrarti sulla tua condizione, probabilmente non finirai con l'esasperare te stesso e vivere certe problematiche.
Ok!
C'è un solo poblema, però. La maggior parte dei fenomeni di cui parli si determinano proprio in età in cui, giocoforza, si è impegnati a capire chi si è e che ruolo si ha... essere particolarmente concentrati su sé stessi, in questo caso, temo sia alquanto inevitabile.
Poi si crese, ok... "Poi", però!

Adesso dovrei dirti altre cose su quel che penso circa l'assoluta necessarietà di un'emancipazione individuale e che cozza un pò con alcuni tuoi passaggi, ma si uscirebbe fuori dal seminato...magari un'altra volta, tanto il confronto con te è sempre piacevole (anche se sei un pò saccentello;-) e sicuramente non mancherà occasione!

Ciao D

missmidnight ha detto...

Anoressia, sembra il male più antico del mondo.

Non posso dire con sicurezza che cosa le porti a non mangiare, se la mancanza d'affetto, se l'esasperato desiderio di diventare perfette, se l'insoddisfazione... non lo so perchè non l'ho vissuto sulla mia pelle.

Ma la sensazione, quando mi capita di vedere siti internet pro ana, quando vedo in televisione ex anoressiche che si raccontano, è sempre uguale: non hanno un rapporto sereno con se stesse.

C'è chi si rifà le tette e chi decide di smettere di mangiare. L'insoddisfazione per il proprio aspetto (ma spesso anche per la propria interiorità o per la propria situazione nel mondo) può essere qualcosa che distrugge se stessi e tutto quello che ci sta intorno con irrazionalità.

Quindi Simo non lo so, è come cercare la verità con gli occhi bendati. Si potrebbe chiedere direttamente a una di loro il perchè. Ma ho la sensazione che non ti direbbe mai la verità.

Anonimo ha detto...

Cari tutti, sono (a volte più, a volte meno) d'accordo con quello che avete scritto... MISSMIDNIGHT: grazie prima di tutto per aver ricordato che esistono anche siti internet pro-anoressia, l'ho letto una volta, non ci volevo credere, INVECE E'VERO, è sconvolgente a tratti... . Poi: è proprio così "è come cercare la verità a occhi bendati", ed è un'altra cosa che non capisco, perché debba essere così, ma vado avanti, poco a poco, con la mia benda sugli occhi, e cerco di orientarmi almeno a tentoni... DIEGO: d'accordo anche con te, è giocoforza a un certo punto della propria vita, ritrovarsi chiusi, raggrumati su sé stessi. Però... non possiamo limitarci a dire "è così", e quindi concordo pure con BERA. Eppure, forse, Bera, fornire un modello nel senso solo di parlare, di spiegare ecc., come mi sembra esca dal tuo post, potrebbe non bastare. Esempio stupido: chi risulta più convincente, io e te che restiamo nella blogosfera, o Kate Moss di cui i giornali parlano un giorno sì e l'altro pure, SENZA MAI MINIMAMENTE ACCENNARE AL FATTO CHE E' CRONICAMENTE SOTTOPESO, oltre che tante altre cose... Per cui? (mi chiederai ovviamente). Per cui dobbiamo fare qualcosa in più, dobbiamo impegnarci in prima persona, il che vuol dire (tornando a Diego, e pure a Simone) farci carico, per quanto possiamo dei problemi di chi è vicino a noi, anche semplicemente preoccupandocene, domandandogliene, impedendogli di chiudersi a riccio, o ormai il danno è fatto. Tanto per riprendere le (stupende) parole di Papa Giovanni Paolo, dobbiamo aiutare CONCERETAMENTE queste persone ad aprirle, le porte, poi la consapevolezza che il propio disagio è relativo, ecc. verrà da sola (spero: del resto, ripeto, sono bendato come tutti...).

Scusate l'apparente moralismo, non era mia intenzione. E grazie Simone per aver dato spazio a questo tema.

Davide

LeLait ha detto...

Carissimo Simo, come sempre un bel post, ma forse a tratti troppo egotico da parte tua. è vero che non bisogna cadere nella trappola del 'vittimismo', quando si affrontano questi argomenti,ma neanche attaccare direi quasi a tutto spiano. Mi spiego meglio, perchè detta così rischio di essere riduttiva:
può essere pur anche vero che i vari fenomeni da te elencati partano da una stessa matrice comune, ma che vadano poi a confluire in un unico pentolone, quello dell'egoismo, mi sembra altamente riduttivo. Ho l'impressione che non ci si sia soffermati abbatsanza, nell'analizzare tali fenomeni, e del resto non sarò io a farlo. Ne so troppo poco, per poter approfondire e dare un vero giudizio a riguardo. Onestamente però la tua soluzione, per quanto azzecata in senso utopico, rischia di essere imprecisa ed anche assai inconcreta a livello pratico. Appogio sicuramente Davide, nel dire che si tratta di persone che vanno ascoltate, e che noi dobbiamo essere i primi ad aiutare, in caso se ne presenta l'occasione.
Sarà anche vero che tutto è relativo, ma bisogna anche ponersi la questione del relativo a che cosa? relativo allo tzunami mi sembra una esagerazione, ne sappiamo quanto ne sappiamo dalla televisione, ma poi il tutto si ferma lì a schermo spento, e parte la vita reale. e sappiamo bene che quella, nella nostra società occidentale, ha un metro di giudizio ben diverso dal caso dellaotzunami.
Perciò mi pare assai difficile potersi rapportare ad un tale dolore, che per quanto umano, è così distante da noi che viene difficile anche solo a poterlo immaginare.
So che l'anoressia spesso è un problema legato ad un difficile rapporto con la madre, ora non voglio far la Freud della situazione, ma forse bisognerebbe partire dal problema rapporto genitori-figli, e cercare di inquadrare la situazione in una cornice più vasta di cambiamenti socio-culturali.
Se si tratta di egoismo, è purtroppo un egoismo che parte dall'alto, che ha i suoi risvolti nella cattiva educazione, nel lasciare che i figli crescano con come unico modello uno schermo a colori, e che non tutti, purtroppo, hanno la forza, la capicità, e fors'anche l'intelligenza,o forse sarebbe meglio dire il buon senso, di relativizzare, come dici tu, e continuare a tirare avanti. Quindi si, servono modelli, come si diceva più in alto, modelli fuori dalla 'casa', quando questi manchino in casa. E purtroppo al momento in vista ne vedo ben pochi, e a dire il vero quasi nessuno.
Ora non si tratta di giustificare queste problematiche, ma non mi sembra neppure opportuno condannarle. Semplicemente iniziamo a chiederci come cambiare le cose a livello sociale, come riuscire a dissipare l'immensa solitudine che si trama nelle nostre metropoli, perchè di questo si tratta, quando si parla di persone chiuse a riccio, sono persone che in casa non trovano una collocazione, e perciò ne risentono anche all'esterno. Mi fermo qui, perchè la mia competenza in materia è troppo limitata.
Spero di avere presto un tuo responso e tue notizie!
Un abbraccio forte
P.

Mimmo ha detto...

Come ho già detto altrove...io credo che ciò che sciocca tutti quanti è che questi gravi disturbi alimentari stiano diventando una macabra moda.
Una "decisione" presa da chi vuole dimagrire e diventare assolutamente bello e perfetto. Una ricerca distorta della perfezione.
I motivi che scatecano tali disturbi sono migliaia...ma basta leggere alcuni terrificanti blog di gruppi compatti di adolescenti "pro-ana" (si chiamano così...) per comprendere che se andiamo in fondo, noi NON conosciamo bene il problema.
E sappiamo che la non-conoscenza non porta a nulla di buono...