16.11.07

NATHAN FAKE: L'INDIETRONICA, LA TECHNO, IL FUTURO

Una mela scintillante e una coppia di controller midi aspettano nella penombra. Sul palco, poco dopo le 21.30, zomperà un ventiquattrenne dalla contea di Norfolk, UK. Che – salvificamente, vista la tipologia della location – per (solo) un’ora spaccata aprirà e chiuderà piste sonore, maneggiando potenziometri ed effetti assortiti. Divertendosi come un matto. Il Teatro Studio dell’Auditorium di Roma, infatti, diventa una via di mezzo fra un club underground e una discoteca di Berlino. Indie-dandy, dandy warhols, nerds ammollo, pariolini in trasferta e giovini fanciulle seminude in cerca d’avventure del terzo tipo. Noi, coi soliti maglioncinintellettuali. Non aggiungo altro.

Siamo a un appuntamento di MIT – Meet In Town. Paesaggi sonori dal mondo. Quelli di Nathan Fake (nella foto dal live), di paesaggi, sono estremamente avvolgenti. Davvero: non sai come definirli. Sembrano minimal, ma sono troppo bollenti per esserlo. Paiono techno, ma si aprono in sprazzi melodici e cumulazioni continue che ricordano più le strategie compositive del post-rock (Mogwai, Notwist), che di quell’enorme calderone dell’elettronica. Infatti: conviene chiamarla indietronica. Che poi – penso alle pubblicazioni Warp, Domino, Morr – nient’altro è che una crasi inaudita e inaspettata fra quel rock lì di fine anni ’90 e certi sviluppi della techno. Il punto è che, in questo sposalizio sonoro, c’è stata un’esplosione che ha estratto queste sonorità dall’ambito ristretto in cui alloggiavano per renderle decisamente popolari. E la formula un uomo-un laptop spopola in tutta Europa.

Le ritmiche di Fake sono essenziali e non lasciano scampo. Su questo tappeto (che pare) minimal, si posano bpm dopo bpm sfumature psichedeliche, effetti omicida, virate allucinogene. E continui crescendo che – nella loro mancata esplosione - danno allo stesso tempo una sensazione di costipazione e masochismo sonoro. Stratificano. Accumulano tracce su tracce. Anche nel mettere assieme campioni più freddi, metallici con tappeti celestiali e ricamati.

Poi, certo, c’è il solito discorso: lo specifico artistico di questo giovin-profeta della Border Community di Mr. Holden dove sta? Negli acquerelli rotondi – e provvisori - del disco d’esordio “Drowning in a Sea of Love”, così aperti e melodici? Nella produzione e scelta accurata dei campioni e delle tracce? O nella riproposizione live, più chiusa e fumosa – che forse è più divertente che creativa?

Per ora, l’unico dato certo è che Fake di anni non ne ha più 20, ma quattro di più. E forse quella rivoluzione sonora che gli si è attribuita col disco d’esordio ha già bisogno di qualche parziale ma sensibile virata.

1 hanno detto la loro:

Diego D'andrea ha detto...

Ho fatto un pò di fatica a leggere questo post (tra l'altro interessante). Forse dovrei "svecchiarmi" un pò ;-)

D