22.12.08

ITALIA DE PROFUNDIS: CONFESSIONI DA UN PAESE IN CRISI

«Gli italiani stanno raggiungendo il culmine dell'idiozia. Concionano. Berciano contro le tasse. Non si smuovono. Non intuiscono la crepa. L'orizzonte di deflazione psichica a cui stanno correndo incontro, con gioiosa incoscienza. Nemmeno la morbosità, nemmeno la rassegnazione, nemmeno l'indignazione hanno più presa su questo popolo diviso in due caste sommarie, la ricca e la povera che vive nella finzione di un ricchezza elusiva, l'agio ostentato a spese di una povertà occulta ritmata dal pagamento delle cambiali: debiti contratti per andare in vacanza in luoghi di culto estivo per vip e segnalati come costanti del desiderio dai magazine del gossip, questa stampa non patinata, in carta a bassissima grammatura e inchiostrata male, che viene sfogliata avidamente da due terzi del Paese [...] A ciò è congeniale il processo di glaciazione a cui gli italiani hanno sottoposto la propria storia, che è una storia di tragedie, di guerre civili palesi e sotterranee, di ipocrisie e trasformismi, di odio covato ed esploso in pubblico o in occulto. Dalla Resistenza al fascismo fino alla stagione dei conflitti degli anni Settanta, non una risoluzione è stata data: piuttosto, una sospensione dei fatti e dei personalismi, diffusissimi, di quelle parabole storiche, tra le quali si pongono cospirazioni e scandali che avrebbero travolto ovunque le classi dirigenti - ma non in Italia. Nella sospensione glaciale di questi periodi di sisma sociale, viene evitato il metabolismo naturale che la Storia commina come funzione basale per l'evoluzione di una società.[...] Sfugge il nucleo umano».

Giuseppe Genna, Italia De Profundis, Minimum Fax 2008, pp.55, 67.
17.12.08

LA PRODUTTIVITÁ? COLPA DI FACEBOOK!

Adesso la colpa sarebbe di Facebook – o più simpaticamente di Faccialibro, non so come lo chiamiate. La produttività ne risentirebbe. Il social network «distrae, meglio oscurarlo». Invece di lavorare la gente si dedica al cazzeggio selvaggio su Fesibuc (altra etichetta apocrifa). Addirittura la competitività nazionale sarebbe a rischio. E via sparando.

A me questa cantilena di lagne da padroni fa davvero incazzare, perché rispecchia il vizio tutto italiano di coprire i propri drammi cronici con distorti specchietti per le allodole. Pensateci solo un attimo. 

Un Paese che tratta ignobilmente studenti e pendolari stipandoli come bestiame dentro treni puzzolenti e perennemente in ritardo; che crolla in ginocchio dopo due giorni d'acqua lasciando alla mercé del fango, dei crolli e degli allagamenti milioni di cittadini soccorsi da poche migliaia di poveri cristi; che ha edificato ovunque, disboscando senza pietà, denudando boschi e colli e invadendo argini e rive; che considera il decoro urbano una nemmeno troppo sofisticata tecnica di ruberia pubblica; che negli ultimi trent'anni ha prodotto un sistema infrastrutturale in alcune parti paragonabile solo a quelli dei paesi ex comunisti dell'Est europeo; che non ha strade ferrate (magnifica la Freccia rossa: ma chi deve andare da Porto Gruaro Terme a Molfetta? Che s'attacchi) e dove l'alta velocità è un'eccellenza da tratte redditizie. 

Un Paese, dicevo, che non ha strade, dove tutte le consolari e statali sono inevitabilmente a una sola corsia da decenni (prendete la Salaria per entrare a Roma) per non parlare delle autostrade, che costano tanto e valgono poco; che quelle poche strade praticabili che ha le abbandona in situazioni disastrose, mettendo a repentaglio la sicurezza di centinaia di migliaia di automobilisti e motociclisti costretti a pericolosi rodei fra buche profonde due metri e dislivelli stradali che creano pozze inaudite e rifà l'asfalto solo prima delle elezioni. 

Un Paese, insomma, dove i lavoratori e gli studenti arrivano in ufficio, in fabbrica, all'università o dove diavolo debbano andare stressati, già stanchi, in ritardo fisso quasi mai per loro volontà, con un'aggressività sufficiente a un assassinio di massa e insoddisfatti di chi li governa (per non aprire il capitolo politica e affari), vi pare possa additare come ragione dei propri fallimenti economici uno stupido e scarno sito internet?
13.12.08

HAPPY GO LUCKY: SORRIDI ALLA VITA!

Poppy è una trentenne decisamente sopra le righe. Sorta di folletto dalle mille movenze, la metropoli è per lei palcoscenico di smercio per larghissimi sorrisi e programmatici slogan di reciproco amore. Primo fra tutti l’immancabile “sorridi alla vita!”. Hippie fuori tempo massimo, la rachitica e frizzante insegnate d’asilo veste sgargiante, condivide un appartamento zeppo di cianfrusaglie con un’amica-collega, si ubriaca in discoteca e, of course, non s’incazza mai. Se ci pensate è proprio lei, la vostra amica dinoccolata che non sentite da tempo: per fortuna (quasi) tutti conosciamo una personal-Poppy.

Mike Leigh – l’esperto regista di Segreti e bugie e del Segreto di Vera Drake, per dirne un paio – scaraventa Poppy e le sue sgangheratissime comprimarie in una Londra popolare un po’ troppo soleggiata e pacata per apparire credibile. E, come in ogni fiaba che si rispetti, ne fa incocciare il sentiero con gli immancabili personaggi: il bruto (l’esaurito e mitomane istruttore di guida Scott), il principe azzurro (l’assistente sociale rimorchiato a scuola), la dama di compagnia (la coinquilina, sarcastica bruttina stagionata) e via elencando. A tutti, Poppy – una deliziosa Sally Hawkins - propone la sua irresistibile ricetta a base di solarità indiscriminata. Convinta, quasi con la stessa rivoluzionaria ottusità di una novella Don Chisciotte dei nostri stressati tempi, che tutto possa e debba risolversi per il meglio se affrontato con un sorriso a 32 denti. Cosa che in effetti avviene, soprattutto nell’unico snodo oscuro della trama, quando la commedia rimane per un lungo attimo in bilico sul crinale del dramma.

Come tutti i film super metaforici, stracarichi di morali e insegnamenti reconditi, Happy go lucky può essere letto secondo due livelli complementari. Se ci si ferma alla superficie può piacere o no, ma - a parte le ottime scelte di regia, che vivacizzano una sceneggiatura costruita per la quasi totalità sui dialoghi – rimane oggettivamente piuttosto esile. Se invece si seguono le vicissitudini urbane della povera Poppy con occhio smaliziato e vispo, tentando di appiccicare un’etichetta azzeccata a ogni sequenza del film e di trarne il giusto motto, allora la pellicola funziona. In entrambi i casi, tuttavia, rimane un po’ d’amaro in bocca per i soliti motivi. Primo: lavori di questo tipo smarriscono per strada almeno la metà del fascino linguistico se tradotti e doppiati. Secondo: il mood comico, nonostante la straordinaria prova della gommosa Sally Hawkins, rimane forse troppo stinto e avrebbe avuto bisogno di qualche succoso passaggio in più, qualcosa di più esilarante e spassoso che non una gioiosa spaventapasseri della pace in giro per una Londra cartonata.

Rimane comunque una consapevolezza piuttosto straziante, alla fine: ce ne fossero a frotte di Poppy così, il mondo sarebbe senz’altro più incasinato, ma anche infinitamente più colorato.

Pubblicato anche su Extra! Music Magazine.
10.12.08

GIUSY E GLI ALTRI FENOMENI: INTERVISTA A FABRIZIO GIANNINI

Intervista a Fabrizio Giannini, discografico e talent scout, scopritore di Giusy Ferreri e di un'infinità di altre star del mainstream nostrano. Pubblicato sul numero di dicembre di Inside Art.

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LA FABBRICA DEI FENOMENI
Il boom di Giusy raccontato dal suo scopritore:
«L’arte? Si ottiene facendo pulizia»


Uno che ha firmato il primo contratto a Ligabue diciott’anni fa, nel 1990, e a Laura Pausini un paio d’anni dopo è uno che se vuole una voce se la prende. A costo di infilarsi di nascosto, e contro le rigide regole del programma, negli studi televisivi del talent show X-factor e mettere il suo sigillo sul fenomeno dell’anno, Giusy Ferreri. Fabrizio Giannini, discografico e talent scout ai vertici del mondo della musica nostrano da un quarto di secolo, è infatti ferocemente convinto che «i fenomeni veri, quelli che resistono negli anni e non le miriadi di gruppetti che scambiamo per tali, sono quelli che dispongono di tutti gli ingredienti fondamentali: voce, carisma e prodotto. A chi scopre e produce il compito di mettere tutto assieme, se ci riesce».
In che modo nasce un fenomeno come Giusy?
«È un caso eclatante. La vera storia di Giusy è diversa da quel che si pensa. Era da tempo parcheggiata in case discografiche, non era una sconosciuta. Aveva fatto un singolo, ma non era successo niente. L’ho vista, come si sa, durante lo show. Mi ha fatto subito impazzire la voce, unica in Italia, e la sera stessa mi sono mosso tentando di incontrarla. Conoscerla ha confermato l’impressione: è una donna, non una ragazzina, e ascolta molto. Questo garantisce un’ottima sinergia nei momenti importanti. Feeling che ha trovato anche con Tiziano Ferro, divenuto poi produttore del disco. Gli elementi? Talento e carisma ci sono. Abbiamo tanti cantanti in Italia, ma quelli dotati di autentico talento sono pochi. D’altronde il fatto che sia la prima volta che esplode un caso tramite un talent show è significativo, ed è anche la prima volta che io stesso sfrutto la tv per pescare chi devo produrre. Il passato era pieno di flop, sia di nomi che di programmi».
La tua idea rispetto all’odierna fabbrica dei talenti del mondo della musica, ma non solo?
«Una volta avevi produttori, deejay e addetti ai lavori che facevano un lavoro di filtro. Oggi, col web, tempi si sono infinitamente accorciati. Ormai lavoro tramite il sito. Ma i criteri, qui sta il punto, non cambiano più di tanto: è più difficile fare scouting se qualcuno non ti fa una scrematura su larga scala, proprio perché i talenti erano e restano pochi. La crisi delle vendite dei cd sta esattamente nella paradossale carenza di preselezione: i negozi sono zeppi di roba che nessuno compra, proprio perché sono prima di tutto prodotti scadenti, fatti male. Meteore. Il pubblico, nel marasma, sta tornando esigente sotto il profilo produttivo e sa cogliere i fuoriclasse, che poi restano. Gli artisti che ho firmato e scoperto, non a caso, ci sono ancora».
Quali sono gli ingredienti per il successo?
«La voce, la personalità, il carisma e, soprattutto, il prodotto, come dicevo. Il pubblico, per mille motivi, dal download al costo dei cd, non accetta più cose mediocri. Deve avere il top. Quello di Giusy, infatti, è un disco bello, anni luce dell’usa e getta. Noi per primi dobbiamo proteggere la qualità del prodotto, dalla scrittura alla cover coinvolgendo anche l’interprete. Che dev’essere sempre più cantautore, vivere quel che canta, come fa lei. Poi è ovvio che lavoriamo in un mercato che ha regole ferree, dalle quali è autolesionistico tentare di prescindere oltre certi limiti. La prima è quella del momento, di stare attenti a quanto accade attorno. La voce di Giusy è la stessa da una vita, Amy Winehouse è esplosa due anni fa. Se questo significa costruire un artista a tavolino, ben venga, siamo tutti costruiti. Invece si tratta solo di avere tempismo. Altrimenti bruci tutto. Il resto dipende dal pubblico: la faccenda di Giusy cassiera all’Esselunga l’hanno costruita i media e alla gente è piaciuta. È il paese che pesca quel che preferisce. Sono mesi che vorrei farla andar via».
Arte e mercato: un binomio possibile?
«Si, a patto che si pensi alla qualità, non alla quantità. Che si rispetti chi compra – se vogliamo che continui a comprare – facendo pulizia in una scena intasata e stando a contatto con la gente. È dura, ma è l’unico modo per garantire statuto artistico al mondo della discografia di oggi e di domani».


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IL DISCOGRAFICO
Un quarto di secolo al top

Fabrizio Giannini nasce a Milano il primo marzo 1960. Inizia la carriera nel 1980 alla Cgd Messaggerie musicali. Nell’85 passa alla Cbs dischi dove muove i primi passi nella produzione del repertorio italiano. Nel giugno del 1988 lascia la Cbs e accetta la posizione di vice direttore artistico alla Emi music per dedicarsi alla sua passione: la ricerca e lo sviluppo di nuovi artisti. Dopo due anni accetta però la proposta della Wea italiana dove viene nominato direttore artistico. Gli anni Novanta sono il suo periodo d’oro: scopre e firma gente come Ligabue, Laura Pausini e Irene Grandi. Nel frattempo, nel ‘96 viene nominato direttore generale della Cgd, acquisita da Warner. Dopo dieci anni di successi, lascia l’azienda e torna in Emi come general manager. Scopre Tiziano Ferro – di cui è oggi manager – Sergio Cammariere, Amalia Grè, Mondo Marcio e i Finley. Nel 2007 decide di mettersi in proprio con la A&R management, mettendo subito a segno il suo primo colpo scoprendo e producendo l’esordio di Giusy Ferreri. Info: www.fabriziogiannini.it.
8.12.08

NELL'ABISSO DI HISTORY CHANNEL: EVVIVA L'UOMO DI CRO-MAGNON

Da Confessioni di una mummia (confesso a mia volta: non avrei mai pensato di presentarmi a tavola per cena, ieri sera, domandandomi che genere di residui alimentari si fossero fossilizzati nello stomaco di un peruviano di qualche migliaio d'anni fa) a Costruzione di un impero, passando per Reportage di guerra: la caduta del Reich agli Abissi della Guerra Fredda. Senza contare La Grande Guerra a colori a Comunismo: storia di un'illusione. Nell'ultima settimana sono caduto nell'abisso di History Channel.

Il punto, molto semplice, è che chi non ha Sky - mi è stato attivato solo per due settimane in coppia con Alice Home Tv, sono quindi già in lutto per la prossima disattivazione e mi trovo giusto giusto nel limbo dei tentati - crede che in ogni caso non avrebbe il tempo necessario per guardare le decine di canali tematici compresi nell'offerta, le centinaia di film e le migliaia di documentari. E che quindi la spesa dell'abbonamento non sarebbe giustificata. Questo può essere vero per chi non vanti alcun genere di passione - ahimé, la maggioranza degli individui in circolazione. Per gli altri - che abbiano una vita piuttosto impegnata, come la mia, oppure piatta come un ferro da stiro - il discorso non regge. Manco per niente: se si individua il canale cucito su misura per sé stessi, non si ha più scampo e ogni ritaglio è buono per piazzarsi davanti al proprio canale preferito. È matematico.

Col risultato - almeno nel mio caso - di ritrovarsi catapultati in situazioni spazio-temporali dal sapore del paradosso. Tipo che lasci l'assedio di Stalingrado a metà perché devi uscire con la ragazza oppure suona al citofono il postino proprio mentre l'uomo di Cro-Magnon sta per cacciare l'irsuto e assai più grezzo Neandertalensis dalla caverna che tanto si sono combattuti. Fottendogli pure la donna. Tiè.
3.12.08

IVA E SKY, I SERMONI DI ILARIA D'AMICO

Che poi, alla fine, il fatto più disarmante è che Silvio Berlusconi abbia timore delle tirate domenicali di Ilaria D'Amico. Più che i puntuti editoriali dei quotidiani, più che i servizi dei periodici, più che i servizi dei tg, il premier teme che il popolo della domenica, spaparanzato sul divano davanti a una bella figliola come la prosperosa Ilaria e dal livello attentivo inferiore al solito, possa beccarsi una (paradossale ma) sanissima dose di lucidià politica.

Poi, come dire, che la D'Amico s'impappini ogni cinque secondi, abbia una chiarezza mentale pari allo zero - basta guardarsi una puntata del suo Exit, su La7, per verificare come il suo ruolo sia fondamentalmente relegato ad affannato arbitro dei politicanti di turno - e che si, insomma, sia retoricamente più vicina a Craxi che a Cicerone poco gliene frega. Il punto è: a quell'ora, e a quella tipologia di pubblico, e da quella tipologia di conduttrice, non deve arrivare un messaggio del genere. Dice che ne ha parlato anche ieri per telefono con Tremonti. Ma pensa.

Ora, questa notizia ha due risvolti. Uno positivo, l'altro deprimente. Il primo è che Ilaria D'Amico - tette a parte, ma mica tanto - è comunque una giornalista. E quando un governante si preoccupa di quel che un(a) giornalista dirà o scriverà significa, tautologicamente, che ancora non l'ha zittito/a e che quindi esiste una sacca di dissenso. È pur vero, però, che più che l'intero sistema dell'opinione pubblica e dell'informazione (si, certo: per quanto edulcorati e mummificati) a preoccupare il cavaliere è quell'oretta scarsa di Sky Calcio Show, di fronte a pochi milioni di italiani, di confusi discorsi pronunciati da una presentatrice - perché in quello spazio la D'Amico è una presentatrice. Questo, se volete, è un dato che potrebbe essere letto esattamente in modo opposto al precedente.
2.12.08

MILANO ROVENTE: I POLIZIOTTESCHI E IL FETICISMO

Certe volte quelli che mi stanno intorno si domandano e mi domandano perché mai i cosiddetti poliziotteschi, vale a dire i polizieschi all'italiana degli anni Settanta contaminati da infiniti altri rivoli cinematografici come lo splatter, l'horror, il noir, il western e l'erotico basati su sceneggiature spesso enfatiche e sviluppate sui fatti di cronaca nera dell'epoca, mi affascinino così tanto.

Semplice, rispondo: perché sono un feticista nato. O meglio, le ragioni sono in realtà parecchie, ma tutte in un certo senso legate alla curiosità spiccata per un periodo che - ovviamente - ho anzitutto studiato sui libri, tramite i documentari, sui giornali dell'epoca. Ma che però credo debba essere intercettato anche tramite i film che vedeva mio nonno: questo perché sostengo fortemente la popolarità della cultura. È impossibile penetrare in un certo periodo ignorando le produzioni culturali alte ma anche quelle medie e basse. Bisogna padroneggiare più registri, dicono i linguisti. Sono assolutamente d'accordo.

Recuperare un poliziottesco ogni tanto, dunque, non è altro che un modo molto divertente - udite udite - per studiare. Studiare l'ambientazione metropolitana dell'epoca, che mi spinge a un'attenzione spasmodica per scenografie ed esterni. Oppure ritrovare certe linee di design degli oggetti, degli arredi urbani (come dimenticare gli strepitosi telefoni pubblici?), delle automobili e, ovviamente, degli abiti. Sempre tenendo a mente l'iperbole emotiva, violenta e semplicistica entro la quale la stragrande maggioranza di quel genere di sceneggiature doveva per forza essere inquadrata - anche se i lavori di Fernando De Leo, di Umberto Lenzi e di alcuni altri nomi dell'epoca meritano un'attenzione particolare per moltissime trovate registiche che, dati i mezzi a disposizione trentacinque anni fa (!!!), non erano certo così scontate.

Tutto questo per dire che ieri sera, grazie al servizio video on demand di Alice home tv, ho rispolverato niente meno che Milano rovente, pellicola datata 1972 e firmata dal maestro Lenzi, regista fra l'altro del mitico Milano odia: la polizia non può sparare.

PS Senza contare che molte delle vicende dei poliziotteschi sembrano davvero ricalcate sulle storie che facevano da sfondo alle evoluzioni di Diabolik nelle storie più riuscite che Angela e Luciana Giussani abbiano mai scritto, quelle appunto mandate in edicola proprio nel corso degli anni Settanta.